C’è una trasformazione profonda, e tutt’altro che rassicurante, nel modo in cui si manifesta oggi il disagio sociale. Il sottoproletariato contemporaneo appare spesso privo di radici comuni, di una memoria condivisa, di un’identità capace di trasformare la rabbia in progetto politico.

Non si tratta più, almeno in molti casi, di una classe consapevole della propria condizione e organizzata attorno a bisogni riconoscibili.

Si tratta piuttosto di una moltitudine frammentata: giovani italiani provenienti da famiglie impoverite, immigrati disoccupati o precari, persone nate e cresciute ai margini, unite non da una visione del mondo, ma dalla medesima sensazione di essere escluse dal palcoscenico della vita.

Questa alleanza improvvisata può apparire, a prima vista, come un nuovo fronte popolare.

Ma spesso manca il collante essenziale: una prospettiva.

Ci si unisce contro qualcosa, non per costruire qualcosa.

Nella combo quattro momenti degli incidenti e dei saccheggi in centro a Milano, 18 ottobre 2026. ANSA/CORNER/SALMOIRAGO

La protesta diventa allora un gesto privo di direzione, una ribellione che non riesce a formulare domande politiche precise e finisce per esprimersi attraverso il saccheggio, la distruzione, l’ostentazione e la ricerca di una visibilità immediata.

È una rivolta senza storia, come quei tatuaggi che oggi vengono esibiti da moltissime persone senza appartenere a una tradizione, a un codice, a una vicenda personale realmente condivisibile. In passato un tatuaggio poteva evocare un ambiente, una prigione, una latitanza, un’appartenenza criminale o militare.

Non era necessariamente un simbolo nobile, ma raccontava qualcosa. Era un segno sociale, talvolta una minaccia, talvolta una dichiarazione di fedeltà.

Oggi, invece, molti tatuaggi sembrano trasformarsi in semplici accessori estetici: immagini isolate, slogan intercambiabili, decorazioni prive di memoria.

Naturalmente non bisogna generalizzare. Un tatuaggio può ancora avere un valore intimo, affettivo o artistico. Il problema nasce quando il segno esteriore pretende di sostituire l’identità invece di esprimerla. In una società che ha dissolto gran parte delle appartenenze tradizionali, il corpo diventa una superficie sulla quale incidere una presenza. Se non si appartiene a una comunità, a un mestiere, a un movimento o a una storia, almeno si può esibire un’immagine. Ma l’immagine non è un’identità: è, spesso, il suo surrogato.

Ricordo che da ragazzo frequentavo bar, locali e sfasciacarrozze. Erano luoghi ruvidi, non privi di pericoli, ma nei quali si potevano leggere differenze sociali abbastanza nette. C’erano linguaggi, abitudini, codici di comportamento. Anche i comportamenti discutibili avevano una collocazione. Chi apparteneva a un ambiente criminale lo faceva sapere attraverso il modo di vestirsi, di parlare, di muoversi e, talvolta, attraverso un silenzio studiato. Non era un mondo migliore, ma era un mondo più leggibile.

Oggi, al contrario, molti segni si sono confusi. L’apparenza ribelle è stata incorporata dalla moda e dal mercato. Il tatuaggio, il piercing, il linguaggio aggressivo, la posa antagonista: tutto può diventare una merce.

La società dei consumi assorbe persino la protesta, la confeziona e la restituisce come stile.

Chi vorrebbe distinguersi finisce così per assomigliare a migliaia di altri.

Anche la criminalità organizzata, del resto, sembra avere mutato le proprie esigenze. Non cerca necessariamente il giovane vistoso, tatuato, dipendente dall’alcol o dalle droghe, incapace di controllarsi.

Cerca piuttosto persone disciplinate, affidabili, discrete, capaci di non attirare l’attenzione.

La criminalità contemporanea, soprattutto quando si intreccia con l’economia legale, ha bisogno di professionalità, relazioni, competenze finanziarie e capacità di mimetizzazione. Il giovane che esibisce ogni aspetto della propria vita sul corpo e sui social non è necessariamente un buon candidato per un’organizzazione che richiede silenzio e controllo.

Questo paradosso dovrebbe far riflettere.

Una certa estetica della trasgressione non produce più timore; suscita, piuttosto, compassione o preoccupazione.

Di fronte a un ragazzo coperto di tatuaggi, privo di qualifiche, con un curriculum fragile e un rapporto difficile con le istituzioni, molti non pensano: “Ecco un individuo pericoloso”.

Pensano: “Come farà a trovare lavoro?”.

È un cambiamento significativo.

La ribellione è stata neutralizzata al punto da diventare un ostacolo occupazionale.

Ma il tema centrale non è il tatuaggio. Il tatuaggio è soltanto un sintomo.

La questione politica è il vuoto che circonda molti giovani esclusi.

Un vuoto che non è semplicemente morale, né può essere liquidato con la solita accusa di superficialità.

È il risultato di processi sociali concreti: precarizzazione del lavoro, impoverimento delle famiglie, crisi della scuola, crollo della fiducia nelle istituzioni, dissoluzione delle comunità locali, aumento dei costi abitativi, trasformazione dei quartieri popolari e indebolimento delle organizzazioni collettive.

Per molto tempo il disagio dei ceti subalterni è stato interpretato attraverso il bisogno materiale immediato.

Il povero lottava perché non aveva pane, una casa, un salario, cure mediche.

Oggi queste necessità non sono scomparse, ma si presentano insieme a una forma nuova di esclusione: l’impossibilità di partecipare pienamente alla vita sociale.

Non basta essere nutriti per sentirsi parte della società.

Un giovane può avere accesso a un telefono, a internet, a qualche forma di consumo e, nello stesso tempo, percepirsi come definitivamente escluso dal futuro.

È questa la contraddizione della povertà contemporanea.

Non si è esclusi da tutto; si è esclusi proprio da ciò che si vede continuamente.

Le immagini del benessere arrivano ogni giorno sugli schermi.

Si vedono vacanze, automobili, ristoranti, abiti, tecnologia, feste, corpi perfetti e carriere apparentemente raggiungibili da chiunque.

Il mercato promette inclusione universale, ma la realtà seleziona pochi vincitori e lascia gli altri in una condizione di frustrazione permanente.

Il giovane che cresce in una famiglia economicamente dissestata non vive soltanto la mancanza di denaro.

Vive il confronto quotidiano con una normalità che gli viene mostrata ma non concessa.

Sa che esiste un mondo di opportunità, ma intuisce di non avere gli strumenti per entrarvi.

Sa che l’istruzione dovrebbe garantire mobilità sociale, ma vede laureati sottopagati, diplomati senza prospettive, lavoratori costretti ad accettare condizioni umilianti.

Sa che il merito viene celebrato, ma spesso osserva il peso delle conoscenze personali, dell’eredità familiare e della disponibilità economica.

La conseguenza può essere una rabbia indistinta.

Non una rabbia organizzata intorno a una rivendicazione, bensì una reazione contro tutto ciò che rappresenta il mondo dal quale ci si sente esclusi.

È in questo contesto che vanno comprese le rivolte e i saccheggi.

Assaltare una pasticceria di lusso, rubare borse, capi d’abbigliamento, gioielli, orologi o dispositivi tecnologici non significa soltanto cercare cibo.

Significa appropriarsi, per qualche minuto, dei simboli di una vita desiderata e proibita.

Naturalmente comprendere non significa giustificare.

Il saccheggio resta un reato e colpisce spesso lavoratori, piccoli imprenditori e dipendenti che non hanno alcuna responsabilità nella disuguaglianza sociale.

La pasticceria, il negozio di abbigliamento o il laboratorio assaltato non sono necessariamente il cuore del potere economico.

La violenza contro chi lavora può trasformare una protesta sociale in una guerra tra poveri.

Eppure sarebbe miope fermarsi alla condanna penale.

Se si risponde a ogni rivolta soltanto con la polizia, si può ristabilire temporaneamente l’ordine, ma non si affrontano le cause.

Il compito della politica dovrebbe essere distinguere tra responsabilità individuale e origine sociale del fenomeno.

Chi saccheggia deve rispondere delle proprie azioni; le istituzioni, però, devono chiedersi perché una parte crescente della popolazione non riconosca più la legalità come una forma di protezione comune.

Il punto è che molti giovani non si ribellano per fame nel senso più antico del termine.

Si ribellano perché hanno paura di una vita senza riconoscimento.

La loro sofferenza nasce dall’esclusione sociale, dalla convinzione di essere destinati a restare ai margini.

Di Admin

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