La partita del consenso è ancora apertissima

La Supermedia YouTrend/AGI pubblicata il 29 ottobre offre una fotografia politica tutt’altro che banale. Roberto Vannacci arretra, Giorgia Meloni continua a guadagnare consensi e, sullo sfondo, la distanza tra centrodestra e opposizioni si riduce fino quasi a scomparire.
I numeri raccontano quindi due storie diverse: da una parte il consolidamento della presidente del Consiglio, dall’altra una competizione tra coalizioni ancora incerta e potenzialmente decisiva.
Il dato più evidente riguarda Futuro Nazionale.
La formazione dell’ex generale perde 1,1 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione e scende al 6,1%. Si tratta della flessione più consistente registrata tra i principali partiti.
Un arretramento che merita attenzione, soprattutto perché arriva dopo una fase nella quale Vannacci sembrava poter rappresentare un elemento di forte discontinuità all’interno dell’area di destra.
Il movimento dell’ex generale non è soltanto un fenomeno elettorale marginale.
La sua nascita aveva introdotto una variabile capace di modificare gli equilibri del centrodestra.
Vannacci, con un linguaggio più radicale e una comunicazione spesso costruita sulla contrapposizione culturale, aveva intercettato una parte dell’elettorato deluso o insoddisfatto dai partiti tradizionali.
La crescita iniziale di Futuro Nazionale sembrava suggerire l’esistenza di uno spazio politico autonomo, collocato a destra della destra di governo o comunque in una posizione difficilmente riconducibile ai tradizionali equilibri della coalizione.
Oggi, tuttavia, quel segnale appare meno netto.
Futuro Nazionale è ormai appaiato alla Lega, anch’essa al 6,1%, sebbene il Carroccio recuperi un decimale.

Il confronto è significativo: il partito di Matteo Salvini, dopo una lunga fase di difficoltà, riesce almeno a interrompere la discesa, mentre la formazione di Vannacci mostra una perdita più marcata.
Non significa necessariamente che il progetto dell’ex generale sia esaurito, ma indica che la sua capacità di espansione non può più essere data per scontata.
In politica, del resto, il primo slancio non coincide sempre con una crescita strutturale.
Un conto è attirare attenzione, catalizzare il consenso protestatario e diventare il punto di riferimento di una parte dell’elettorato identitario; un altro è trasformare quella visibilità in un’organizzazione capace di mantenere e ampliare il proprio bacino elettorale. La flessione di Futuro Nazionale potrebbe essere temporanea, ma rappresenta comunque un campanello d’allarme.
A beneficiare maggiormente di questo scenario è Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni guadagna sette decimali e raggiunge il 27,9%, rafforzando il proprio primato nelle intenzioni di voto.
Il dato conferma una tendenza ormai consolidata: la presidente del Consiglio continua a essere il principale punto di riferimento dell’elettorato di centrodestra e, più in generale, una delle figure politiche con la maggiore capacità di attrazione nel sistema italiano.
La crescita di Fratelli d’Italia non è soltanto numerica.
Ha anche un valore politico.
Meloni riesce a presentarsi come la leader in grado di garantire stabilità alla propria area, evitando che la nascita di nuovi soggetti o il rilancio dei partiti alleati mettano in discussione la centralità del suo partito. In altre parole, mentre Vannacci arretra, Fratelli d’Italia consolida il ruolo di perno della coalizione.
È proprio questo l’aspetto che rende più interessante la rilevazione.
La crescita di Meloni ridimensiona, almeno per ora, l’idea secondo cui una nuova formazione esterna alla coalizione avrebbe potuto sottrarre al centrodestra una quantità di voti sufficiente a modificarne radicalmente gli equilibri.
Futuro Nazionale resta un soggetto significativo, ma non sembra, in questa fase, in grado di mettere in discussione il primato di Fratelli d’Italia.
Il quadro delle opposizioni, invece, appare più contraddittorio.
Il Partito democratico cresce appena dello 0,1% e arriva al 20,2%. È un risultato che consente a Elly Schlein di mantenere una posizione solida, ma non offre elementi sufficienti per parlare di un vero cambio di passo.
Il Pd resta a quasi otto punti da Fratelli d’Italia: una distanza ancora molto ampia, soprattutto per il principale partito dell’opposizione.
Il problema non riguarda soltanto il divario con il partito di Meloni.
Riguarda anche la capacità del Pd di diventare il centro riconoscibile di un’alternativa di governo. Una crescita dello 0,1% non modifica gli equilibri e non restituisce l’immagine di una forza in piena espansione.
Schlein conserva il ruolo di leader del centrosinistra, ma il suo partito sembra ancora faticare a trasformare il vantaggio ottenuto in alcuni settori dell’opinione pubblica in una vera egemonia sull’area progressista.
Il Movimento 5 Stelle perde invece mezzo punto e scende all’11,9%. Anche questo dato è significativo.
Giuseppe Conte mantiene un peso elettorale importante, ma il Movimento continua a vivere una condizione ambivalente: è abbastanza forte da risultare indispensabile in qualunque progetto alternativo al centrodestra, ma non abbastanza forte da imporre da solo la propria agenda o la propria leadership.
La difficoltà del Movimento risiede soprattutto nella sua identità politica.
I Cinque Stelle sono ormai lontani dalla fase originaria del movimento antisistema, ma non hanno ancora trovato una collocazione pienamente stabile all’interno del campo progressista.
La loro forza dipende in parte dalla capacità di intercettare il voto di protesta, in parte dalla credibilità del loro messaggio sociale e in parte dal rapporto personale costruito da Conte con una quota consistente dell’elettorato. Il calo all’11,9% dimostra però che questo patrimonio non è intoccabile.
In discesa anche Alleanza Verdi e Sinistra, che si attesta al 6,2%, perdendo due decimali.
La formazione resta sopra la soglia che le consentirebbe di avere un peso parlamentare rilevante, ma la sua crescita appare tutt’altro che scontata. Avs può beneficiare della centralità dei temi ambientali e sociali, ma rischia di rimanere confinata a un ruolo di rappresentanza identitaria se non riuscirà a incidere sulle scelte complessive del campo largo.
Forza Italia rimane stabile al 7,4%. Il dato conferma la capacità del partito di Antonio Tajani di mantenere una posizione autonoma all’interno del centrodestra. La stabilità degli azzurri è importante perché contribuisce a preservare l’equilibrio interno della coalizione. Forza Italia svolge infatti una funzione di moderazione e di collegamento con un elettorato più centrista, europeista e meno incline ai toni radicali.
Azioni sale al 3,3%, mentre Italia Viva si conferma al 2,4%. +Europa arretra all’1,5%. Sono numeri che continuano a evidenziare la frammentazione dell’area centrista e liberale. Nessuno di questi soggetti, preso singolarmente, sembra oggi in grado di incidere in modo decisivo sulla competizione nazionale.
Tuttavia, in un sistema nel quale pochi decimali possono determinare la vittoria di una coalizione, il loro ruolo potrebbe diventare molto più importante di quanto suggeriscano le percentuali assolute.
Ed è proprio il confronto tra coalizioni a rendere la Supermedia particolarmente interessante.
Il campo largo raggiunge il 43,8%, mentre il centrodestra si ferma al 43,7%. La distanza è praticamente inesistente: appena un decimale. Rispetto al 15 ottobre, le opposizioni avanzano di 0,7 punti e la coalizione di governo di 0,8. Entrambi gli schieramenti, dunque, crescono, ma nessuno riesce a staccare l’altro.
Questo dato smentisce due interpretazioni semplicistiche.
La prima è quella secondo cui il centrodestra sarebbe ormai destinato a una vittoria senza ostacoli. La seconda è quella secondo cui l’opposizione, una volta riunita, avrebbe automaticamente un vantaggio strutturale. La realtà è più complessa. Il centrodestra conserva il partito nettamente più forte, ma il campo largo, sommando le proprie componenti, può raggiungere una dimensione competitiva.
La differenza tra il risultato della coalizione e la forza dei singoli partiti è decisiva. Fratelli d’Italia resta quasi otto punti sopra il Pd, ma il campo largo, grazie al contributo di Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e delle forze minori, riesce a ridurre il distacco complessivo.
Questo significa che la sfida non si giocherà soltanto sulla leadership dei due partiti principali partiti
