E intanto cerca l’X Factor della sinistra

Nicola Fratoianni ha un problema. Anzi, ne ha almeno due: le primarie del centrosinistra e il candidato capace di trasformare Alleanza Verdi e Sinistra da forza politica con un’identità riconoscibile a fenomeno elettorale.

Sul primo punto, il leader di Avs non si sbilancia: il partito potrebbe anche non partecipare. Sul secondo, invece, la ricerca procede senza sosta.

Una sorta di talent show politico, con audizioni riservate, rumors, smentite e nomi che entrano ed escono dal casting con la rapidità dei concorrenti eliminati alla prima puntata.

La domanda è semplice: chi sarà il nuovo volto capace di portare voti, attenzione mediatica e, possibilmente, qualche titolo sui giornali?

La risposta, per ora, non c’è.

Ma le indiscrezioni non mancano.

E se la dote principale del talent scout di Avs sembra essere la capacità di scovare personalità già note al pubblico progressista, la vera sfida consiste nel trovare qualcuno disposto a trasformare la notorietà in candidatura.

Non è un’impresa facile. In politica, infatti, esiste una differenza sostanziale tra essere apprezzati in televisione, sui social o nei circuiti dell’intellighenzia militante e affrontare una campagna elettorale.

Nel primo caso basta una frase brillante, una polemica ben piazzata o una presenza in prima serata.

Nel secondo servono voti, organizzazione, pazienza e la disponibilità a ricevere critiche da tutti: avversari, alleati, ex alleati e soprattutto compagni di partito.

La lista dei possibili candidati: un talent show senza vincitore

Negli ultimi mesi, il mercato dei nomi ha prodotto diverse candidature possibili, o presunte tali.

A partire da Sigfrido Ranucci, volto televisivo e giornalista, passando per Francesca Albanese, fino ad arrivare a Enzo Iacchetti, che qualche giorno fa aveva rivelato di essere stato contattato.

Poi Michela Ponzani, storica e commentatrice, salita agli onori della cronaca anche per aver criticato la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa.

Un parterre interessante, se non altro per la varietà.

Giornalismo, cultura, televisione, attivismo: tutto il catalogo delle personalità pubbliche che, secondo una certa idea della politica, potrebbero portare un valore aggiunto alle urne.

O almeno qualche punto percentuale nei sondaggi, che ormai sembrano essere diventati l’equivalente contemporaneo della sfera di cristallo.

Il problema è che quasi tutti i nomi avrebbero rispedito al mittente la proposta.

Una circostanza che rischia di trasformare il talent show in una competizione molto particolare: non “chi vuole partecipare?”, ma “chi ha rifiutato per primo?”.

Sul caso Ponzani, Fratoianni ha dovuto intervenire personalmente, precisando che non ci sarebbe stata alcuna richiesta ufficiale. «È un’intellettuale di grande spessore, una personalità capace e autorevole. Ma che le sia stato chiesto da parte nostra di candidarsi è infondato, lo ha chiarito lei stessa», ha spiegato.

Una smentita elegante, quasi un omaggio alla candidata mancata.

Il messaggio, però, è chiaro: la caccia al nome continua.

E, come in ogni buon casting, più i concorrenti negano di essere stati contattati, più cresce la curiosità su chi abbia davvero ricevuto la telefonata.

La dote di Fratoianni: cercare l’X Factor

Il punto è che Avs non cerca semplicemente un candidato. Cerca l’X Factor.

Una figura capace di unire militanza e popolarità, radicalità e consenso, indignazione e presenza scenica.

Una personalità che possa parlare ai mondi della sinistra organizzata ma anche agli elettori occasionali, quelli che magari non distinguono un emendamento da un comunicato, ma riconoscono subito un volto televisivo.

La formula è ambiziosa: trovare qualcuno che sappia rappresentare le battaglie della sinistra senza risultare troppo istituzionale, troppo moderato o troppo simile a un politico tradizionale.

In altre parole, un candidato che abbia tutte le caratteristiche della politica, tranne quella di sembrare un politico.

Non è una novità assoluta.

Negli ultimi anni, i partiti hanno spesso cercato figure esterne, provenienti dal mondo della cultura, dell’informazione, dello spettacolo o dell’associazionismo.

L’idea è che la popolarità conquistata prima della candidatura possa essere trasferita automaticamente nel consenso elettorale.

Una specie di portabilità del brand: se sei noto, dovresti essere anche votabile.

La storia, tuttavia, non sempre conferma questa teoria.

Una persona può essere conosciuta per le proprie opinioni, ma non per la capacità di rappresentare un collegio.

Può essere autorevole su un tema, ma non avere una risposta pronta su cento altri.

Può animare un dibattito in studio e smarrirsi davanti a una riunione di partito.

E può diventare rapidamente popolare anche per ragioni che, in campagna elettorale, non aiutano esattamente.

Il programma: patrimoniale, e il gioco è fatto

Mentre la ricerca del candidato prosegue, Fratoianni ha già chiarito alcuni punti del programma.

O meglio, ha chiarito il punto dal quale intende partire: la patrimoniale.

«Dovrà esserci», ha dichiarato, aggiungendo di trovare curioso che si continui a sostenere che parlarne faccia perdere le elezioni, quando i sondaggi registrano un ampio consenso alla tassazione delle grandissime ricchezze.

La proposta, collegata a quella di Oxfam, riguarderebbe i patrimoni personali netti superiori a 5,4 milioni di euro. I contribuenti interessati sarebbero circa 50 mila, lo 0,1% della popolazione.

Un numero apparentemente ridotto, sufficiente però a riaccendere una discussione che la sinistra considera fondamentale e la destra considera, con una certa puntualità, il preludio alla fuga dei capitali.

Fratoianni invita a superare quella che definisce una «sudditanza culturale verso la destra, anche nel linguaggio».

Un obiettivo nobile, soprattutto perché il linguaggio politico italiano ha già attraversato molte fasi: dalla “lotta di classe” alla “redistribuzione”, dalla “giustizia sociale” alla “tassazione delle grandi ricchezze”.

La patrimoniale, in questo percorso, conserva il vantaggio della chiarezza.

Non ha bisogno di sottotitoli.

Naturalmente, ogni volta che si pronuncia la parola “patrimoniale”, si apre un dibattito nel quale tutti sembrano avere una certezza e nessuno sembra avere lo stesso calcolo.

Da una parte si citano le disuguaglianze, il patrimonio accumulato e la necessità di chiedere un contributo maggiore a chi possiede di più.

Dall’altra si evocano risparmi già tassati, imprese familiari, case ereditate e il rischio che l’operazione finisca per colpire anche chi non si sente affatto un grande ricco.

Ma per Avs il punto politico è proprio questo: smettere di considerare la patrimoniale una parola proibita.

Una sorta di termine da pronunciare solo a porte chiuse, come se il suo semplice suono potesse far scattare automaticamente la sconfitta elettorale. Fratoianni, invece, vuole portarla al centro del dibattito.

Se poi il centro del dibattito coinciderà anche con il centro della coalizione, sarà materia per una discussione successiva.

Via i decreti sulla sicurezza

Se c’è qualcosa che Fratoianni vorrebbe togliere, non è una tassa ma il dispositivo per la sicurezza introdotto dal governo Meloni dopo le devastazioni e i saccheggi avvenuti in diverse città italiane durante proteste e manifestazioni.

Il giudizio del leader di Avs è netto.

Osservando scioperi e mobilitazioni, sostiene che quando le persone si mobilitano e c’è conflitto, questo sia sempre positivo.

Di conseguenza, il suo partito cancellerebbe «tutti i decreti pensati per impedire la partecipazione».

Un’idea di partecipazione molto ampia, nella quale il conflitto sociale sembra avere quasi sempre una funzione terapeutica.

Il problema è che, nella realtà, tra una manifestazione e una devastazione esiste una differenza piuttosto concreta.

E tra il diritto di protestare e il diritto di distruggere, almeno per la maggior parte dei cittadini, passa una linea difficile da non vedere.

Fratoianni, però, sembra considerare le norme sulla sicurezza soprattutto come un ostacolo alla mobilitazione.

La logica è quella per cui ogni limite imposto alle piazze rischia di diventare un limite alla democrazia.

Di Admin

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