Una lettura critica del libro di Federico Povoleri

Ci sono registi la cui opera può essere attraversata seguendo coordinate relativamente riconoscibili: una poetica coerente, alcuni temi ricorrenti, un rapporto più o meno trasparente con il pubblico e con la critica.

Stanley Kubrick appartiene a un’altra categoria.

Il suo cinema non si lascia attraversare: oppone resistenza, produce attrito, costringe lo spettatore a tornare sulle immagini, a rivedere le scene, a interrogare ciò che sembrava già compreso.

Ogni film appare simultaneamente come racconto, dispositivo formale, allegoria politica e congegno percettivo.

Dietro la limpidezza geometrica delle inquadrature si apre un territorio ambiguo, spesso perturbante, nel quale il significato non viene consegnato ma continuamente rimesso in discussione.

È proprio su questa irriducibile complessità che si concentra *Enigma Kubrick. Cosa raccontano davvero i suoi film?*, l’ultimo libro di Federico Povoleri dedicato al regista.

Fin dal titolo il volume dichiara la propria ambizione: non limitarsi a ripercorrere la carriera di Kubrick né proporre l’ennesima interpretazione estetica dei suoi capolavori ma interrogare ciò che i film raccontano al di là della loro superficie narrativa. L’obiettivo è penetrare il sistema di simboli allusioni e corrispondenze attraverso cui il regista avrebbe rappresentato le strutture profonde del potere le forme della manipolazione sociale e la violenza esercitata da élite invisibili sulla maggioranza degli individui.

Il libro si inserisce così in una lunga tradizione di studi kubrickiani ma lo fa scegliendo una prospettiva precisa e radicale.

Povoleri considera il cinema di Kubrick non soltanto come una riflessione sull’uomo sulla guerra sulla tecnologia o sulla sessualità bensì come una vera e propria mappa del potere contemporaneo.

I film del regista diventano in questa lettura luoghi di rivelazione: non semplici opere narrative ma architetture simboliche capaci di mostrare ciò che la cultura dominante tende a occultare.

Una simile impostazione espone inevitabilmente il libro al rischio dell’interpretazione totalizzante.

Quando ogni dettaglio può essere letto come indizio ogni scelta scenografica come codice e ogni ricorrenza iconografica come messaggio deliberato il confine tra analisi e sovrainterpretazione può diventare sottile.

Tuttavia è proprio questa tensione a rendere *Enigma Kubrick* un testo stimolante; non invita a consumare i film come oggetti già decifrati ma considerarli nuovamente enigmi aperti capaci di restituire domande sempre più inquietanti sul nostro modo d’abitare il mondo.
Il regista degli scacchi

L’immagine di Kubrick come giocatore di scacchi è una delle più efficaci per avvicinarsi alla sua opera. Gli scacchi non sono solo un interesse biografico del regista, ma sembrano incarnare un metodo di lavoro e una concezione del cinema.

Ogni elemento della scena viene disposto secondo una logica rigorosa: la posizione dei corpi, la simmetria degli spazi, la traiettoria dello sguardo, l’alternanza dei colori, il ritmo dei movimenti di macchina.

Nulla appare casuale anche quando il film produce un’impressione di caos o di follia.

Kubrick costruisce mondi nei quali gli individui si muovono come pezzi su una scacchiera. Credono di scegliere ma spesso le loro possibilità sono già delimitate da regole che non conoscono o non possono modificare.

In *Orizzonti di gloria*, i soldati vengono spinti verso una morte assurda da una gerarchia militare che attribuisce valore alla disciplina più che alla vita umana; in *Arancia meccanica*, Alex viene sottoposto a un trattamento che elimina la sua capacità di scegliere il male trasformandolo in un soggetto apparentemente riabilitato ma interiormente svuotato; in *2001: Odissea nello spazio*, l’intelligenza artificiale HAL 9000 prende il controllo della missione e mostra quanto il progresso tecnico possa rovesciarsi in una forma di dominio.

I personaggi kubrickiani non sono quasi mai completamente liberi. Sono catturati dentro istituzioni rituali apparati tecnologici e codici sociali che li precedono.

La loro tragedia nasce spesso dalla distanza tra la percezione soggettiva d’autonomia e l’effettiva dipendenza da un sistema più grande.

È in questa frattura che Povoleri individua il nucleo politico del cinema di Kubrick: il potere non agisce soltanto attraverso coercizione esplicita ma soprattutto attraverso organizzazione dell’ambiente definizione delle regole costruzione desideri.
Il potere come presenza invisibile

Una delle tesi centrali del libro riguarda il carattere pervasivo e occulto del potere rappresentato nei film di Kubrick. Non sempre esiste un antagonista riconoscibile.

Spesso il controllo è impersonale distribuito incorporato nelle istituzioni o nei dispositivi tecnici.

Il potere non si presenta necessariamente con il volto d’un tiranno: può assumere quello d’un generale d’un medico d’un computer d’una famiglia aristocratica d’un apparato burocratico o d’un rituale sociale.
In *Il dottor Stranamore*, la logica del potere militare sfugge al controllo dei singoli individui.

La guerra nucleare non è il risultato della decisione di un solo pazzo, ma l’esito paradossale di un sistema basato sulla deterrenza, sulla razionalità strategica e sulla fiducia cieca nei protocolli.

L’assurdità del film nasce dal fatto che ogni personaggio agisce secondo una logica apparentemente comprensibile, ma l’insieme di queste logiche produce un esito apocalittico.

Kubrick non ha bisogno di rappresentare un complotto centralizzato: gli basta mostrare un sistema nel quale nessuno sembra davvero responsabile e nel quale la responsabilità, proprio per questo, diventa universale.

Povoleri legge questa dinamica come una forma di dominio strutturale.

Le masse non vengono necessariamente governate attraverso ordini espliciti, ma mediante la produzione di condizioni entro cui determinate scelte appaiono inevitabili.

La libertà formale rimane intatta mentre le alternative reali si restringono progressivamente.

La macchina sociale continua a funzionare perché gli individui interiorizzano le sue regole e finiscono per collaborare alla propria subordinazione.

Questa interpretazione trova un terreno particolarmente fertile in *Arancia meccanica*.

l film è spesso stato letto come una riflessione sulla violenza giovanile, sul libero arbitrio e sull’autoritarismo dello Stato.

Ma il suo vero bersaglio potrebbe essere più ampio: la pretesa di un sistema politico di correggere l’essere umano senza interrogarsi sulle condizioni che producono la violenza.

Alex è un criminale, ma il trattamento Ludovico non lo rende migliore; lo rende semplicemente incapace d’agire.

Lo Stato non elimina il male: elimina la libertà sostituendo la coscienza con un riflesso condizionato.

La domanda che Kubrick pone è dunque terribile nella sua semplicità: è preferibile un individuo libero di compiere il male o uno reso moralmente innocuo attraverso manipolazione?

Il film rifiuta d’offrire risposta rassicurante.

Da un lato Alex figura brutalità intollerabile; dall’altro sua rieducazione rivela violenza potere che pretende fabbricare cittadini conformi. In questa ambivalenza risiede forza politica dell’opera.

## La guerra come laboratorio del dominio
Il tema della guerra attraversa gran parte della filmografia kubrickiana.

Ma il regista non la rappresenta soltanto come esplosione di violenza o come conflitto tra nazioni; più profondamente è laboratorio nel quale i meccanismi obbedienza gerarchia disumanizzazione diventano visibili.
*Orizzonti di gloria* è forse il film in cui questa critica si vede con più chiarezza.

La prima parte racconta il fallimento di un attacco militare e la decisione dei capi di punire alcuni soldati come colpevoli.

La logica è semplice e senza pietà: siccome l’attacco non ha avuto successo, qualcuno deve essere sacrificato per mantenere l’autorità dei superiori.

La giustizia non deve più stabilire la verità, ma proteggere la struttura gerarchica.

La scena del processo, con la sua freddezza procedurale, mostra come funziona un potere che non ha bisogno di urlare. 

Di Admin

Lascia un commento