
Ho sempre amato l’America per questo: perché, prima ancora di essere una potenza, è stata un’idea.
Un’idea imperfetta, contraddittoria, spesso tradita dai suoi stessi protagonisti, ma capace di sopravvivere agli uomini che l’hanno rappresentata.
Ho continuato ad amarla indipendentemente da chi occupasse la Casa Bianca, perché la storia degli Stati Uniti è più grande dei suoi presidenti, delle loro campagne elettorali, dei loro errori e persino delle loro ambizioni personali. Non sono però contento del risultato politico a cui stiamo assistendo.
E non ho difficoltà a spiegare perché. Donald Trump ha commesso errori politici enormi.
La postura nei confronti di Vladimir Putin, la strategia militare nella guerra con l’Iran, la politica dei dazi e persino quel suo modo spesso caricaturale di rapportarsi alla stampa hanno indebolito la sua leadership internazionale e probabilmente compromesso anche la sua credibilità.
Un presidente degli Stati Uniti non può limitarsi a essere il protagonista permanente della propria comunicazione; non può trasformare ogni crisi in un episodio della propria campagna elettorale né ogni interlocutore in un avversario da umiliare pubblicamente.
La presidenza americana è per definizione un’istituzione globale; le parole del presidente non vengono ascoltate soltanto dagli elettori del suo partito ma dagli alleati nemici mercati eserciti e opinioni pubbliche di tutto il mondo.
La forza di Washington non dipende solo dalla dimensione dell’economia o dalla superiorità militare ma anche dalla prevedibilità delle sue scelte coerenza delle sue alleanze capacità di distinguere immediata spettacolarità dalla pazienza strategica.
Trump ha spesso confuso fermezza con improvvisazione; ha mostrato che si può apparire forti senza necessariamente essere strategicamente solidi; ha imposto il proprio stile conflittuale a ogni rapporto internazionale anche quando sarebbe stato più utile preservare margini di trattativa.
La diplomazia può certamente richiedere durezza ma durezza non coincide con aggressività permanente.
Un alleato deve sapere che Washington è pronta a difenderlo; deve anche sapere che Washington non cambierà posizione da un giorno all’altro sulla base dell’umore del presidente o delle esigenze del ciclo mediatico.
La questione dei dazi è emblematica: protezione degli interessi economici americani è un obiettivo legittimo; nessuno può pretendere che gli Stati Uniti accettino indefinitamente squilibri commerciali pratiche sleali o dipendenze strategiche senza reagire!
Ma i dazi non sono una bacchetta magica possono essere uno strumento negoziale ma diventano controproducenti quando vengono utilizzati come riflesso automatico o come minaccia generalizzata!
Una politica commerciale efficace deve sapere distinguere tra avversari e alleati, tra settori strategici e prodotti sostituibili, tra misure temporanee e protezionismo permanente.
Deve tenere in considerazione le conseguenze per le imprese americane, i consumatori, le catene di approvvigionamento e le relazioni geopolitiche
. L’imposizione di tariffe è una misura che può generare consenso immediato ma non costruisce necessariamente una strategia industriale.
Senza investimenti in innovazione, infrastrutture, formazione e ricerca i dazi rischiano di diventare solo un’ulteriore tassa indiretta sui cittadini.
Anche la comunicazione presidenziale ha avuto un costo.
La polemica continua contro i giornalisti, l’uso sistematico dell’insulto, la delegittimazione di qualunque critica come “notizia falsa” possono essere utili a consolidare una base elettorale ma hanno un effetto devastante sulla fiducia istituzionale.
La stampa può essere faziosa superficiale o ideologicamente orientata.
Ma in una democrazia liberale non può essere trattata come un nemico interno ogni volta che pubblica una notizia sgradita.
La libertà di stampa non è un privilegio concesso al presidente; è una condizione di controllo sul potere.
Un leader può contestare un articolo, smentire un’accusa, denunciare un errore.
Non dovrebbe però trasformare ogni dissenso in cospirazione e ogni giornalista in traditore.
La retorica della delegittimazione permanente produce alla fine un ambiente nel quale nessuna informazione è più credibile, nessuna istituzione è più rispettata e ogni cittadino crede soltanto a ciò che conferma le proprie convinzioni.
Sarebbe però errato liquidare l’esperienza trumpiana come parentesi solo negativa: c’è battaglia nella quale Trump ha avuto merito di rompere conformismo soffocante; quella contro fanatismo ideologico.
Il punto non è che ogni posizione sostenuta da Trump fosse corretta: molte non lo erano!
Il punto è che egli ha avuto il coraggio — o talvolta l’istinto — di mettere in discussione dogmi che per anni erano stati sottratti al dibattito democratico.
Penso all’ambientalismo apocalittico che pretende governare l’economia attraverso divieti imposizioni e sacrifici: la tutela dell’ambiente è necessità non superstizione!
Naturalmente, criticare il fanatismo non significa negare i problemi.
Il cambiamento climatico esiste, l’inquinamento danneggia la salute, le discriminazioni possono essere reali e ogni persona deve poter vivere liberamente senza subire persecuzioni.
Ma tra il riconoscimento di un problema e la sua trasformazione in religione civile esiste una differenza decisiva.
Una democrazia non può funzionare se ogni discussione viene chiusa accusando l’interlocutore di essere moralmente indegno.
Il punto critico dell’ambientalismo contemporaneo non è la tutela dell’ambiente in quanto tale.
È l’idea che la transizione debba essere imposta
La riduzione delle emissioni transizione energetica protezione degli ecosistemi sono obiettivi che nessuna politica seria può ignorare; ma proprio perché sono obiettivi importanti non possono essere perseguiti con irresponsabilità chi considera ogni costo sociale dettaglio trascurabile!
Per una famiglia povera, il prezzo dell’energia non è un dato astratto.
Per un lavoratore industriale, la chiusura di una fabbrica non è una tappa inevitabile verso un futuro migliore.
Per un agricoltore, nuove regole cumulative e spesso contraddittorie possono diventare una minaccia concreta alla sopravvivenza dell’azienda.
Per un Paese, la dipendenza da fornitori stranieri di materie prime e tecnologie strategiche non rappresenta una vittoria ambientale ma una vulnerabilità geopolitica.
La transizione ecologica deve essere tecnologica, graduale e compatibile con la prosperità.
Se viene presentata come una forma di penitenza collettiva, finirà per alimentare una reazione populista.
Se si impongono sacrifici senza offrire alternative realistiche le persone non diventano più sensibili all’ambiente: diventano più ostili alle istituzioni che pretendono di educarle dall’alto.
Anche le teorie climatiche pur sostenute da vasta letteratura scientifica non dovrebbero essere trasformate in dogmi politici indiscutibili.
La scienza procede attraverso il dubbio verifica discussione revisione delle ipotesi.
In una società libera le politiche pubbliche devono basarsi sulle migliori conoscenze disponibili ma non possono diventare impermeabili alla critica.
È necessario distinguere tra consenso scientifico su determinati fenomeni e adesione obbligatoria a ogni singola politica proposta in loro nome.
Dire che il cambiamento climatico è un problema non significa approvare qualunque misura venga presentata come soluzione. Contestare l’efficacia di un divieto non significa negare l’esistenza del problema.
Chiedere un’analisi costi-benefici non significa essere nemici dell’ambiente.
In una democrazia adulta il dibattito dovrebbe concentrarsi sugli strumenti: quali tecnologie funzionano quali tempi sono sostenibili come si distribuiscono i costi quali conseguenze avranno le politiche sui Paesi più poveri e sulle economie più fragili.
Lo stesso discorso vale per il wokismo le quote identitarie e la pretesa di imporre per legge una determinata visione culturale morale e sociale o le proprie preferenze sessuali.
Una società liberale deve combattere le discriminazioni e garantire uguali diritti davanti alla legge ma l’uguaglianza giuridica non coincide con l’obbligo di celebrare ogni identità condividere ogni definizione o utilizzare un linguaggio stabilito dalle istituzioni.
Il principio di non discriminazione è incompatibile con il razzismo, il sessismo e la violenza.
Non è però incompatibile con il libero dissenso.
Se si pretende di correggere ogni differenza statistica tra gruppi mediante quote obbligatorie, si rischia di sostituire l’uguaglianza delle opportunità con l’amministrazione delle identità.
L’individuo viene giudicato non per ciò che fa, ma per la categoria alla quale appartiene.
Il risultato può essere una nuova forma di essenzialismo: non più basato sulla superiorità di un gruppo, ma comunque fondato sulla convinzione che ogni persona debba essere interpretata prima di tutto attraverso il sesso, l’etnia, l’orientamento o l’appartenenza culturale.
