Intervista a Emilio Ferrara


A cura della redazione


Introduzione a cura del Redattore


In questo Articolo, torniamo a intervistare Emilio Ferrara, scrittore simbolista e ricercatore indipendente, autore della collana Domus Sapientiae.

Nei suoi interventi pubblici più recenti, è tornato sul rapporto fra scienza, fede e religione.

Gli abbiamo dunque chiesto di aiutarci a capire dove si fermi ciascuna di queste strade, perché studiare l’esoterismo non significhi affatto smettere di credere e che cosa resti da fare al simbolista quando la scienza ha scritto ciò che poteva affermare.

Nella conversazione sono entrati Cicerone e Mosè, un presunto “gene di Dio” e un antico credo cristiano che non si doveva mettere per iscritto.


Partiamo dalle distinzioni.

Emilio, dove si ferma la scienza, dove la fede e dove la religione?
La scienza arriva fin dove un fenomeno può essere osservato, controllato e, nella maggior parte delle occasioni, replicato da chiunque rifaccia lo stesso percorso dimostrativo; È un metodo che rispetto molto, proprio perché non chiede a nessuno di credere sulla parola. Quando però la domanda diventa che cosa quel fenomeno significhi per me, può darmi informazioni preziose, ma la risposta non può darla al posto mio.

La religione, invece, è la forma che una comunità dà al proprio rapporto con il sacro, con i suoi testi, i suoi riti e le persone incaricate di custodirli, e arriva fin dove arriva la comunità che la riconosce.

La fede, infine, non coincide per forza con nessuna delle due, ed è la parola che usiamo con meno attenzione.

In che senso?
Se leggiamo che “i fedeli hanno seguito la processione” pensiamo subito ai credenti di una Chiesa, eppure si può essere fedeli a una persona, alla parola data o a un modo di condurre la propria vita che nessuno ci ha imposto; e questo i Romani lo sapevano bene. Cicerone, nel “De officiis”, chiama la fides fondamento della giustizia e la descrive come la coerenza e la sincerità in ciò che si dice e si pattuisce; poi, seguendo il gusto degli stoici per le etimologie, propone di farla derivare dal fatto che “si fa ciò che è stato detto”.

I linguisti non accettano questa spiegazione, e lui stesso ammette che a qualcuno potrebbe sembrare forzata, ma dice molto di ciò che i Romani pesavano con quella parola.
L’ebraico invece, ci arriva per un’altra strada.

Nell’Esodo, durante la battaglia contro Amalek, le braccia di Mosè si stancano, Aronne e Cur gliele sorreggono e il testo dice che le sue mani rimasero “emunah” fino al tramonto, cioè salde.

Emunah è la parola che traduciamo con fede, dalla stessa radice di amen, e in quel passo descrive mani che non cedono mentre altri le aiutano a restare alzate.
Esiste però un luogo comune: chi studia l’esoterismo, o si definisce simbolista, non sarebbe un credente.

Tu cosa ne pensi?
La storia lo smentisce quasi a ogni pagina.

Marsilio Ficino, che tradusse per Cosimo de’ Medici i testi ermetici, fu ordinato sacerdote nel 1473. Tritemio, che nella Steganographia nascose la scrittura cifrata dietro nomi di spiriti e di angeli, era abate benedettino di Sponheim; la Qabbalah è cresciuta dentro l’ebraismo osservante e il sufismo dentro l’Islam.

Perfino il sostantivo “esoterismo”, nella forma francese che poi si è diffusa, lo dobbiamo a uno storico della Chiesa: compare nel 1828 nella Storia critica dello gnosticismo di Jacques Matter, che insegnava storia ecclesiastica alla Facoltà di teologia protestante di Strasburgo.
Il dettaglio che preferisco, però, riguarda la professione di fede cristiana, che si chiama Simbolo. Intorno all’anno 400 Rufino di Aquileia spiegava che il symbolon era anche il contrassegno che un comandante consegna ai suoi soldati per distinguere l’amico dal nemico, e che per questo il Simbolo non veniva scritto su fogli o pergamene ma custodito nel cuore dei credenti, perché nessuno lo apprendesse da una lettura che poteva arrivare anche ai non credenti.

Una formula trasmessa a voce, imparata a memoria e usata per riconoscersi: chi studia le tradizioni iniziatiche riconosce subito questo modo di consegnare un insegnamento.

Tu definisci l’esoterismo uno strumento.Perché?
Perché lo uso, come simbolista e come ricercatore, per scendere sotto la superficie di ciò che una dottrina afferma e per avvicinarmi a ciò che scienza, fede e religione, a volte, non riescono a spiegare.

Prendiamo la parola dogma; viene dal greco dokéo, “sembrare”, “ritenere opportuno”, e indicava un’opinione e poi una decisione pubblica, tanto che nel Vangelo di Luca è chiamato dogma l’editto con cui Cesare Augusto ordina il censimento.

Per un cattolico il dogma è una verità rivelata, definita dalla Chiesa, che chiede un’adesione di fede, e non ho nulla da obiettare a chi la dà; lavorare in modo adogmatico significa tornare ai testi da cui quella formula è nata, chiedersi in quali circostanze sia stata fissata e a quale domanda rispondesse, e lo si può fare da credenti come da non credenti.


Oggi la scienza viene spesso raccontata come capace di spiegare tutto, anche la fede e la coscienza.Che cosa ne pensi?
Penso che il problema nasca più spesso nei titoli sensazionalistici che nei laboratori.

Nel 2004 il genetista Dean Hamer pubblicò un libro intitolato Il gene di Dio, con un sottotitolo secondo cui la fede sarebbe scritta nei nostri geni, e Time gli dedicò la copertina.

Il gene in questione era associato a punteggi appena più alti in un questionario sulla cosiddetta autotrascendenza, e Hamer stesso, nel libro, riconosceva che l’espressione era una semplificazione grossolana. Recensendolo su Scientific American, Carl Zimmer propose con ironia un titolo più onesto, che parlava di un gene responsabile di meno dell’uno per cento delle differenze nei punteggi, relativi a un tratto che può voler dire qualunque cosa, dalla simpatia per il partito ecologista dei Verdi alla fede nelle percezioni extrasensoriali, e ricavati da un unico studio non pubblicato né replicato.
Quando si studia la coscienza, o l’esperienza religiosa, si raccolgono le risposte e le misure di molte persone e si ottiene un dato statistico, che è un dato serio ma descrive come un gruppo ha risposto in certe condizioni, non ciò che vale per ciascuno.

Nel 2015 un grande progetto internazionale provò a ripetere cento studi di psicologia usciti su riviste autorevoli: gli originali avevano dato risultati significativi nel 97 per cento dei casi, le repliche nel 36.

Questo non toglie nulla alla scienza, che anzi in quel modo corregge sé stessa, ma ricorda che un’esperienza interiore, una volta misurata, diventa una media fra le esperienze di molti, utile per capire un fenomeno e incapace di dirmi che cosa abbia vissuto la persona seduta accanto a me.
Tu dici che il simbolista cerca di andare oltre le mura della scienza, della fede e della religione. Che cosa intendi?
Che tutte e tre fanno da mediatrici. La scienza media fra ciò che non capisco e la spiegazione che me lo rende comprensibile, la religione fra la persona e il sacro, una dottrina di fede fra il credente e la verità che professa.

Sono mediazioni legittime, e io stesso ne ho bisogno ogni volta che apro un’edizione critica o un dizionario di greco, ma il simbolista non si accontenta di ricevere un significato già interpretato da altri, e la parola stessa spiega perché.

In Grecia il symbolon, esempio che spesso utilizzo, era un oggetto spezzato fra due ospiti o due contraenti, ciascuno dei quali ne conservava una metà, e quando le due parti combaciavano si riconoscevano; nel Simposio di Platone, Aristofane dice che ognuno di noi è il symbolon di un essere umano, una metà in cerca della metà che le corrisponde. Il mediatore può consegnarmi una parte del simbolo, anche con grande competenza, ma l’altra devo portarla io, e il pensiero che nasce quando le due parti combaciano non appartiene più a chi mi ha consegnato la prima.
E l’ateo?

Lo si considera di solito l’opposto del credente.
Anche l’ateo crede, se parliamo di chi afferma con certezza che Dio non esiste e che oltre ciò che si può misurare non c’è nulla.

È una convinzione rispettabile, ma nessun esperimento può dimostrarla, così come nessun esperimento può dimostrare il contrario, e quando viene difesa senza ammettere obiezioni diventa un dogma come gli altri. Diverso è il caso di chi sospende il giudizio.

Thomas Huxley, il naturalista che difese Darwin, coniò nel 1869 la parola “agnostico” e raccontò poi di averla scelta in contrapposizione agli gnostici della storia della Chiesa, che a suo dire pretendevano di sapere moltissimo proprio delle cose che lui dichiarava di ignorare.

Trovo significativo che la parola con cui oggi si descrive chi non si pronuncia su Dio sia nata, nelle intenzioni del suo inventore, come risposta agli gnostici.


Che cosa resta al simbolista, quando la scienza ha detto ciò che poteva dire?
Wittgenstein, che nessuno scambierebbe per un occultista, verso la fine del Tractatus osserva che, anche se avessimo risposto a tutte le domande scientifiche possibili, i problemi della nostra vita non sarebbero stati nemmeno sfiorati, e poco dopo aggiunge che l’inesprimibile esiste, si mostra, ed è ciò che lui chiama il mistico.

È con ciò che si mostra che lavora il simbolista, quando torna alle mani di Mosè o alla tessera spezzata di Platone per capire che cosa chiedano oggi a chi li incontra, credente o no.
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