
Da Hamas alla figlia di Giorgia Meloni è stato un attimo.
Prima di scriverne ho avuto bisogno di qualche giorno per far sbollire la rabbia.
Non è bastato.
Giovedì scorso, nella sala stampa della Camera dei deputati, si è tenuta una conferenza per chiedere la liberazione di Hussam Abu Safiya, medico palestinese detenuto in Israele.
L’iniziativa è stata organizzata da Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, che ha offerto il palco al figlio del medico.
La vicenda di Abu Safiya è complessa e merita di essere verificata e discussa con serietà.
Ma proprio per questo è necessario distinguere i fatti dalle rappresentazioni propagandistiche.
In una fotografia pubblicata dagli stessi servizi medici di Gaza, Abu Safiya appare con una divisa di Hamas accanto ad alti ufficiali del gruppo.
In un altro post, gli stessi servizi lo definiscono “colonnello”.
Una divisa di Hamas non è un camice.
Una qualifica attribuita da un’organizzazione armata non è una prova definitiva di responsabilità penale, ma neppure un dettaglio che una commissione parlamentare possa ignorare.
Se si chiede trasparenza sulle condizioni di detenzione di una persona, la si deve chiedere senza trasformare ogni elemento scomodo in una calunnia o in un particolare irrilevante.
Alla conferenza, il figlio di Abu Safiya si è rivolto alla presidente del Consiglio e ha tirato in ballo sua figlia Ginevra, dieci anni.
Le sue parole vanno ascoltate con attenzione, perché sono costruite con cura.
Ha detto, in sostanza, che quando Giorgia Meloni torna a casa e chiama sua figlia dovrebbe ricordarsi delle Convenzioni di Ginevra, quelle che proteggono il personale sanitario.
Poi ha aggiunto che, così come lei ama sua figlia, lui sente la mancanza di suo padre.
Accanto a lui, Stefania Ascari annuiva.
Ginevra, però, non è una convenzione.
È una bambina.
Quella frase non è soltanto un appello alla sensibilità materna, come ha sostenuto la deputata.
È un uso politico e personale del nome di una minore.
La presidente del Consiglio viene collocata nella posizione del carceriere, come se fosse lei a tenere qualcuno in cella.
E sua figlia viene utilizzata come leva emotiva per costringerla a reagire.
È la grammatica del ricatto, recitata con la voce del sentimento.
La trappola è perfetta.
Se la madre protesta, potrà essere accusata di strumentalizzare la figlia.
Se tace, il nome della bambina resta lì, sospeso davanti alle telecamere e ai microfoni di Montecitorio. In quella sala si è parlato di Ginevra. L’unica persona che non poteva rispondere era proprio lei.
Di fronte alle critiche, Ascari ha chiesto dove fosse l’attacco.
Ha definito quelle parole un semplice appello alla sensibilità materna.
Ha domandato in quale lingua il ragazzo avrebbe dovuto esprimersi, come se il problema fosse la lingua utilizzata e non il fatto di aver citato pubblicamente una bambina di dieci anni, figlia di una persona sottoposta da anni a minacce.
Dove sarebbe l’attacco, onorevole?
Nella figlia nominata davanti alle telecamere.
Nella madre messa sotto pressione attraverso il legame più intimo.
Nel cenno del capo di chi, in quel momento, avrebbe dovuto interrompere il discorso e ricordare che una minore non è uno strumento del conflitto politico.
Non si tratta di vietare ogni riferimento alla famiglia di un esponente politico.
Si tratta di riconoscere un limite elementare: i figli minorenni non devono diventare bersagli, simboli o argomenti retorici.
Tanto meno dentro un’istituzione della Repubblica.
La responsabilità di chi apre la porta
Ecco perché quella scena non può essere considerata un incidente isolato. Stefania Ascari non è una persona capitata per caso a una conferenza.
Da anni rappresenta, dentro le istituzioni, una delle porte principali attraverso cui passa il circuito politico e mediatico più radicale legato alla causa palestinese.
Ha portato più volte alla Camera Mohammad Hannoun e, in un video, ha chiesto donazioni per l’associazione da lui fondata.
Oggi Hannoun si trova in custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta genovese sui presunti finanziamenti ad Hamas; la Procura ha chiesto per lui il rinvio a giudizio.
Saranno i tribunali a stabilire le responsabilità, ma è evidente che il suo ruolo e i suoi rapporti non possono essere trattati come elementi privi di rilevanza politica.
Ascari ha inoltre trasformato la sala stampa della Camera in un palcoscenico per Francesca Albanese.
A settembre, durante il sit-in davanti a Montecitorio nel quale furono scanditi cori a sostegno di Hamas, l’applauso più forte della piazza fu rivolto proprio a lei.
Eppure la deputata siede in commissione Antimafia, cioè in uno degli organi parlamentari che dovrebbero avere particolare sensibilità nel riconoscere reti, contiguità e propaganda.
Chi occupa quel ruolo dovrebbe essere il primo a chiedersi chi entra nelle istituzioni, quali messaggi porta e quali conseguenze possono avere.
Per Ascari, Abu Safiya è un medico “colpevole soltanto di umanità”.
È una formula assoluta, emotivamente potente, ma politicamente insufficiente.
Una persona detenuta ha diritto a un procedimento equo e a condizioni rispettose della dignità umana.
Questo vale per tutti, sempre. Ma la difesa dei diritti non richiede di ignorare una divisa, una qualifica, un contesto o i rapporti con un’organizzazione armata.
La solidarietà non è credulità.
La denuncia delle violazioni dei diritti umani non è una licenza per fare propaganda.
E la causa palestinese non dovrebbe essere consegnata a chi pensa che ogni dubbio sia un tradimento e ogni critica una complicità con Israele.
Quando, per anni, si prestano le istituzioni a quel mondo senza esercitare il necessario controllo, si smette di verificare che cosa entra dalla porta. A quel punto il passaggio da Hamas a una bambina diventa cortissimo.
Una bambina già esposta
C’è però un elemento ancora più grave. Quella porta si è aperta su una minore che da anni è esposta a odio e minacce.
Quando aveva tre anni, uno stalker scriveva quotidianamente che Ginevra fosse sua figlia e minacciava di recarsi a Roma per vederla. A otto anni, in rete circolava la scritta “Kill Giorgia e Ginevra”.
Nello stesso periodo, davanti alla questura di Macerata, un giovane pubblicava un video con allusioni rivolte a lei.
I giudici gli hanno poi fermato l’espulsione.
A dieci anni, il Parlamento.
Questa progressione dovrebbe bastare a far comprendere la gravità della vicenda.
Non perché Ginevra sia la figlia della presidente del Consiglio, ma perché è una bambina già nominata, minacciata e resa riconoscibile in un ambiente digitale nel quale le parole non scompaiono e le immagini vengono rilanciate senza controllo.
Per sette anni l’odio rivolto contro di lei è salito di livello senza che nessuno riuscisse davvero a fermarlo.
Giovedì ha trovato una porta aperta nel luogo che dovrebbe rappresentare la massima tutela istituzionale del confronto democratico. E quella porta aveva un nome e un volto: la sala stampa della Camera.
Nel frattempo, sui social, circolava già un video con una fotografia di Giorgia Meloni e della figlia abbracciate, prelevata dalle pagine della premier e rilanciata, secondo quanto riportato, da pagine riconducibili all’area pro-Pal, compresa quella dell’imam torinese Brahim Baya.
L’affetto più privato viene così trasformato in materiale politico.
Una madre e una figlia diventano immagini da inserire nella contesa, da contrapporre, da usare per costruire una narrazione.
È proprio questo il meccanismo che dovrebbe essere rifiutato da chiunque abbia a cuore la tutela dei minori, indipendentemente dal colore politico.
Le parole valgono sempre, oppure no?
La contraddizione di Ascari è particolarmente evidente perché la stessa deputata, in passato, aveva presentato un’interrogazione alla ministra Roccella per una battuta ritenuta sessista pronunciata contro una consigliera del suo partito durante un consiglio comunale a Ferrara.
Allora dichiarò che “le parole non sono mai solo parole”.
È una frase giusta.
Le parole hanno conseguenze.
Possono intimidire, umiliare, delegittimare, minacciare o normalizzare l’odio.
