De Ficchy Giovanni
Rispondendo al Prof. Pasquale Hamel, che tra l’altro è autore di svariate opere storiche, e direttore del Museo del Risorgimento di Palermo.
L’esimio accademico interveniva con un suo articolo “PERCHÉ L’EPURAZIONE NON POTEVA NON FALLIRE” pubblicato sulla piattaforma giornalistica “Gli Stati Generali”.
Dopo aver descritto, il risultato del decreto del Governo Bonomi, varato il 27 luglio 1944 dal roboante titolo “Sanzioni contro il fascismo” quale un fallimento.
Per quanto mi è dato conoscere, il decreto recante nomine per l’epurazione di quei dipendenti pubblici, dirigenti di società commerciali, appartenenti ad ordini professionali, arti o mestieri, che si erano arricchiti o compromessi nel corso del regime fascista.
In quella circostanza sono stati nominati: Carlo Sforza, alto Commissario, Mario Berlinguer, commissario aggiunto, affiancati dal socialista Pier Felice Stangoni con l ‘incarico della liquidazione dei beni fascisti, dal democratico Mario Cicognani con l’incarico di valutare i profitti di regime e dal comunista Mauro Scoccimarro con l ‘incarico di predisporre le epurazioni.
Il Presidente De Ficchy, da subito aveva intuito lo spirito persecutorio e vendicativo, di tale provvedimento , quel decreto era infatti di natura squisitamente ‘politica” perché si prestava ad essere applicato con fini persecutori a discapito di quella pacificazione che si rendeva necessaria una volta avviato il processo democratico per il nostro Paese.
Dopo alcuni mesi, la Corte di Cassazione pronunciò una prima assoluzione di ottomila pubblici funzionari accusati di complicità con il Regime Fascista.
Subito dopo, altri cinquemila sono stati scagionati dalla sezione speciale della Corte di Cassazione di Milano.
Ricordo che detti funzionari erano tutti “condannati a morte”, e se non fosse stata applicata loro la amnistia sarebbero stati di lì a poco ” giustiziati”.
A mio modo di vedere credo che si sia trattato di un successo, della civiltà giuridica, non di un “fallimento”.
Vincenzo De Ficchy era stato un magistrato non gradito al passato regime fascista, e sicuramente Togliatti si aspettava qualcosa di diverso, rispetto alle assoluzioni.
Nel suo articolo Pasquale Hamel e descrive una scena, di cui ho parlato nel mio libro ” Ricordi di un altro giorno“.

Ossia l’incontro tra il Ministro della Giustizia del 1946, ed il Presidente della Suprema Corte di Cassazione, Dott. Vincenzo De Ficchy.
La premessa del Prof. Hamel, tra l’altro mi sembra molto, “di parte”, ossia di coloro che in quel periodo più che giustizia e la pacificazione, cercavano la vendetta.
Infatti l’incontro tra le due grandi personalità del tempo non fù affatto fissato, come descritto dall’autore dell’articolo, per chiarimenti circa le diverse, e cospicue assoluzioni, di funzionari governativi.
Almeno da parte del mio antenato, vi era la speranza di poter discutere con il ministro di quale sarebbero potute essere, le linee guida e i primi passi della giustizia , ora che, era terminata la dittatura, e si intravedeva la possibile libertà.
Il ministro non era interessato a questo, nella sua mentalità comunista, acquisita a Mosca, dove gli avevano insegnato che la magistratura si doveva sottomettere al potere politico e che la giustizia, era un optional.
Una volta giunto alla presenza di Palmiro Togliatti, dopo i rituali che la circostanza imponeva, il De Ficchy si sentì dire: “Eccellenza, cosa mi va facendo?
Mi va scagionando e mi rimette in libertà i fascisti?”
Sorpreso ed infastidito per quell’affermazione, ritenuta altamente offensiva per quella funzione giudiziaria che sempre aveva voluto preservare da qualsiasi ingerenza politica, subendone personali pregiudizi, disse al ministro ;
“che la legge prevedeva che venissero esclusi dalla amnistia, coloro i quali si fossero macchiati di atti di particolare gravità o avessero inflitto danni con particolare violenza nei confronti di…”.
Particolare, ha un significato concreto ed una aggravante specifica e precisa, del fatto delittuoso,
Tale comportamento non era stato da lui riscontrato, nel comportamento di coloro che si erano appellati alla clemenza della Suprema Corte.
Si alzò dalla settecentesca poltrona cui era stato fatto accomodare, seguito subito dal Cancelliere e riprendendo il proprio cappello grigio, rivolto al Ministro Togliatti, con voce molto serena ma decisa, gli disse:
”Eccellenza, lei continui a pensare alla politica, a come amministrare la giustizia ci penserò io fino a quando mi sarà consentito occuparmene”.
Il De Ficchy, in realtà aveva subito molti soprusi da parte del governo fascista, aveva anche subito un attentato, e financo nel 1932 un processo da parte della polizia politica, per una innocente frase della moglie.
Per questi motivi, non apparteneva a nessuna lobby, ma si era espresso in quel modo al fine di difendere anche in questo caso l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura.
E’ tuttavia evidente che in uno stato civile non era possibile abbandonarsi a una giustizia che sanzionava senza regole ben precise e ispirate allequità.
Naturalmente le versioni date poi dai comunisti, sono diverse, ma quel giorno De Ficchy scrisse una pagina memorabile, per la storia del Nostro paese, perchè diciamolo chiaramente, i comunisti combattevano per imporre un altro ” regime” , soltanto di diverso colore, non per la libertà.
