È il nuovo libro di Giovanni De Ficchy

Giovanni De Ficchy è il Direttore della Redazione di Roma Sera Giornale ed è uno studioso appassionato alla divulgazione storico scientifica.

La storia per capirla bisogna studiarla nei minimi dettagli e per questa ragione, lo scrittore cerca  di inserire  i personaggi in una cornice ben delineata e chiara. Nel  libro di recente pubblicato,” Roma Città Criminale”, sono descritti i più clamorosi episodi di cronaca giudiziaria degli ultimi cinquantacinque anni e rievocate una serie di inchieste giudiziarie, alcune delle quali già concluse, altre non ancora.

Erano assassini, banditi e criminali che hanno macchiato di sangue le sponde del Tevere.

Molti di questi personaggi sono stati mitizzati da vicende e serie televisive  romanzate dov’ è stato  evidenziato  il concetto  che probabilmente sarebbe stato facile e conveniente scegliere la strada sbagliata, ricordando gli  slogan quali  “pigliamose Roma”.  

Nella realtà dei fatti hanno pagato tutti un conto salatissimo e molti, o  quasi tutti, all’ età delle passeggiate nel parco col nipotino non ci sono mai arrivati. Inoltrandosi nella lettura, “ Roma Capitale” appare come una città in fin di vita, invasa da varie problematiche, diffuse  in ogni ambito  sociale: una urgenza  che lo Stato probabilmente non è mai riuscito a fronteggiare. Giovanni sottolinea nel prologo  del libro  “la loro scellerata corsa criminale si è fermata prima, al tempo in cui si sentivano invincibili.

Lo scopo del mio libro è quello di ribadire ancora una volta, che il crimine non paga”

Ho incontrato lo scrittore per conoscere dalla sua viva voce gli aspetti più importanti del suo interessante libro. Giovanni  quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scrivere ” Roma Città Criminale”?

Ho vissuto in una famiglia di magistrati che mi raccontavano di volta in volta le vicende che hanno lasciato un’impronta indelebile a Roma, spingendosi al di là delle informazioni  apparse  sui mezzi di informazione.

Per questa ragione oggi ritengo che sia giusto fare chiarezza su tante vicende.

Crimini ce ne sono stati tanti tra le varie  bande, quale ritieni la più sanguinaria che ha lasciato una forte  impronta?

La banda della Magliana è stata la peggiore,  perché si comportò  come un anello di congiunzione tra  le varie organizzazioni criminali esistenti.  

La Banda della Magliana è nata in carcere da un’idea di Nicolino Selis . Si è poi i saputo che i componenti  della “bandaccia come veniva anche chiamata, erano  circa 100.

Per quanto riguarda Roma, il criminale più cattivo e pericoloso è stato sicuramente Lallo lo zoppo che in passato aveva avuto la poliomelite, aveva una gamba più lunga dell’altra e proprio per questo era diventato cattivo di animo  E’ stato responsabile di almeno sette omicidi.

Fino agli anni 70 la malavita a Roma ha sempre tirato avanti con piccole rapine, furti e contrabbando di sigarette. Ogni quartiere aveva i suoi boss e t contrasti si risolvevano allora a coltellate. Come  è stato possibile  l’evoluzione del crimine?

Con l’arrivo nella capitale, del clan dei marsigliesi e Frank Turatello. Da allora  cominciò a diffondersi  anche sulla piazza romana la droga pesante.

Il clan dei Marsigliesi  trasformò la Società del Crimine Romano da artigianale e di quartiere a una società di  Crimine Organizzato dove le aree e i quartieri se li gestiva a livello industriale.

Cambiò così   il modo di fare crimine in Italia. 

 Un altro personaggio pericoloso era Giuseppucci  vero?

Era denominato il negro mentre prima si faceva chiamare il fornaretto. Aveva il vizio del gioco a livello psichiatrico. La prima volta che l’arrestarono è quando gli trovarono  delle armi dentro la roulotte parcheggiata al Gianicolo, In seguito si comprò  un maggiolone rosso per raccogliere  le armi al suo interno visto che dentro al camper non le poteva più mettere.

Un giorno al Testaccio lasciò le chiavi nel quadro per andare a prendere un caffè  al bar.

Ma Paperino di nome Sigani, gli rubò  la macchina con dentro le armi. Giuseppucci si mise allora alla ricerca di chi gli aveva effettuato il furto, ma Sigani si era già venduto la macchina con all’interno tutte le armi a una banda del trullo alla Magliana.

Alla Magliana  conobbe Agostino De Pedis che era già un rapinatore affermato, i due simpatizzarono  e Giuseppucci  volle entrare in società con lui.

Così fondarono “la bande  della Magliana”  dal nome della stazione, ma Franco Giuseppucci materialmente l’ha fondata  lui questa organizzazione criminale.

Giovanni cosa ci  puoi raccontare riguardo il personaggio Agostino De Pedis?

Agostino De Pedis nonostante i suoi crimini è morto incensurato. Era un uomo cattolico e per questa ragione si fece seppellire grazie ad alte amicizie, nella chiesa di Santa Apollinare.

De Pedis  negli ultimi tempi era un uomo che si stava elevando culturalmente ed era diventato un esperto  dell’arte e dei pezzi di antiquariato. 

Alla fine aveva abbandonato la banda, dal momento che aveva un suo giro d’affari, con alti finanzieri e personalità  dove giravano cifre da capogiro. C’erano stati anche gli appalti per Italia90.

Nel tuo libro un capitolo interessante è riservato alle  Brigate Rosse

Delle Brigate Rosse racconto tutta la storia del rapimento di Moro e come sono arrivati a rapirlo. Le Brigate Rosse volevano attaccare il partito di maggioranza relativa che loro identificavano come il nemico principale: la Democrazia Cristiana.

Avevano prescelto tre nomi Andreotti Fanfani e Moro, che erano i vertici che volevano colpire.

Moro è risultato quello più facilmente accessibile per la cattura, dal momento che tutte le mattine andava in chiesa e faceva lo stesso tragitto.

Pensa che Franco Giuseppucci era arrivato proprio davanti alla prigione di Aldo Moro alla Magliana, in quell’appartamento che era stato acquistato.

C’è stato un particolare che non conoscevo, ma che hai reso pubblico.

Uno della n’drangheta  avvisò il capo della scorta di Moro, di non andare a lavorare quel giorno. Così salvarono  quel poliziotto.  Quindi la ndrangheta era a conoscenza che quel giorno sarebbe successo quel fatto.

Chi  tentò ma inutilmente di salvare Moro è stata la camorra con i compagni di Raffaele Cutolo, ma la mafia lasciò che le cose andassero in un modo diverso.

 Grazie Giovanni De Ficchy

Rino R. Sortino

Di

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