De Ficchy Giovanni

Manca poco meno di un anno alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America.
Un lasso di tempo relativo, che in termini elettorali si traduce in un’era.
Lo scarto è ridotto tra i due concorrenti alla Casa Bianca – secondo gli ultimi sondaggi Donald Trump è in vantaggio di circa due punti percentuali su Joe Biden.
Tutti gli scenari sono ancora aperti.
La statistica può spesso deludere e il sondaggismo non indaga le questioni scatenanti.
Attestare la fluttuazione degli indici di gradimento è utile ma fuorviante.
La vittoria di Donald Trump su Hilary Clinton alle elezioni del 2016 ha smentito le previsioni della vigilia ed è stata definita da diversi media come la più sorprendente dalle elezioni del 1948.
Il suddetto precedente storico vedeva scontrarsi il repubblicano Thomas Dewey e il democratico Harry Truman, già vicepresidente del quarto mandato Roosevelt, assurto poi alla massima carica dopo la morte di quest’ultimo il 12 aprile 1945.
I sondaggisti davano la vittoria di Dewey quasi per certa.
Tanto che il quotidiano Chicago Tribune il giorno seguente le elezioni titolava in prima pagina con la vittoria del candidato repubblicano.
L’ottavo giornale per diffusione nazionale era andato in stampa ancora prima che lo spoglio giungesse a una ragionevole soglia di attendibilità.
Joe Biden: basso indice d’approvazione e una congiuntura complessa
Un mese fa il New York Times affermava che Trump avrebbe vinto su Biden con uno scarto da 3 a 10 punti percentuali negli Stati chiave di Arizona, Georgia, Michigan, Nevada e Pennsylvania, con Biden in vantaggio di due punti percentuali nel Wisconsin.
Da quando sono iniziati ad apparire i primi sondaggi che davano in vantaggio Donald Trump – circa due mesi fa – la tendenza si è consolidata.
Nel tracker di Fivethirtyeight adesso le rilevazioni che danno in vantaggio il candidato repubblicano e quelle che invece graziano l’ex presidente si equivalgono nel numero.
Joe Biden ha avuto la (s)fortuna di vincere l’ingresso alla Casa Bianca nel 2020. Dal momento del suo insediamento è stato subito accusato di brogli elettorali, di qui l’assalto a Capitol Hill.
Ha poi dovuto aggiustare il disastroso approccio dell’amministrazione Trump alla pandemia da Covid-19, decidere il ritiro dall’Afghanistan, rispondere all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, accusare l’ennesima crisi dello stretto di Taiwan e infine gestire un’improvvisa guerra israelo-palestinese.
Alla luce della scarsissima approvazione per l’operato in politica estera, il contesto attuale potrebbe ricordare da lontano quello delle elezioni del 1968, quando la tragica situazione della guerra in Vietnam a seguito dell’offensiva del Têt spinse il presidente uscente Lyndon Johnson a non ricandidarsi, sicuro di una sconfitta.
Non è (ancora) il caso di Biden, che sconta comunque cali significativi di consenso, seppure non a causa del suo operato tout court.
I temi principali sui quali il politico democratico fa più fatica sono quello relativo alla sua persona, considerata troppo senile per concorrere a un altro mandato, e quello economico.
A 81 anni da poco compiuti è il presidente più anziano della storia americana.
Il 71% dei cittadini statunitensi di ogni gruppo demografico e geografico pensa sia “troppo vecchio” per essere un presidente efficace.
Tra i diretti sostenitori di Biden la percentuale si attesta invece a un solido 54%. Al contrario di Trump, che nonostante i 77 anni è considerato solo dal 39% degli elettori come troppo senescente.
Per lo stesso motivo, anche all’interno del partito democratico si sono alzate delle voci contrarie a un secondo mandato di Biden.
Il deputato del Minnesota Dean Phillips ha dichiarato che scenderà in campo perché Biden è un avversario troppo debole e anziano per sfidare il Tycoon.
Tuttavia, rimane una voce pressocché isolata all’interno del partito.
La tattica dei democratici è infatti quella di compattarsi intorno a Biden per rafforzare la sua posizione politica.
Riguardo al tema dell’economia, secondo un sondaggio del New York Times del mese scorso, con un margine compreso tra il 59% e il 37%, il divario più grande di qualsiasi altra questione, gli elettori americani hanno affermato di fidarsi più di Trump piuttosto che di Biden.
L’opinione è largamente condivisa e non discrimina in base a sesso, istruzione e livello di reddito.
Per giunta, questi dati arrivano dopo che il partito democratico ha investito milioni di dollari nel promuovere i risultati raggiunti dall’attuale presidente.
A dispetto della politica estera e delle questioni sociali, dove Biden si trova comunque in leggero svantaggio, a determinare il voto della gran parte degli elettori negli Stati Uniti è la politica economica.
Ecco perché questo punto debole dell’amministrazione Biden è anche il suo più grande vulnus in vista delle elezioni dell’anno venturo.
Nel complesso, l’indice di approvazione dell’attuale presidente rimane basso: solo il 38% degli americani approva l’operato di Biden.
Che tuttavia è già sopravvissuto ai sondaggi.
A novembre, durante le elezioni di midterm il tasso di approvazione di Biden era poco superiore rispetto a oggi.
Nonostante ciò, il suo partito è riuscito a perdere meno seggi del previsto alla camera, guadagnandone addirittura uno al senato.
Inoltre, da qui all’anno prossimo molti dossier sui quali gli elettori statunitensi sono preoccupati per l’esposizione del loro Paese e che negano attenzioni e risorse dal fronte interno potrebbero perdere di rilevanza: dalla guerra d’Ucraina al conflitto tra Israele e Hamas.
Infine, anche il ciclo economico potrebbe riassettarsi.
Quanto è solida la posizione di Trump
Riguardo al polarizzante Trump, Il Tycoon è immerso in innumerevoli guai giudiziari, che si sono tradotti in ben 13 capi d’accusa.
Inoltre, fuori e dentro il suo partito le voci contrarie alla sua corsa alla Casa Bianca si fanno sentire maggiormente, e gli sfidanti alla sua candidatura appaiono più in forma di quelli democratici.
Dopo Ron DeSantis e Tim Scott, sta emergendo Nikki Halley come possibile alternativa a The Donald.
L’ex governatrice della Carolina del sud si è fatta potenti alleati tra le fila repubblicane, tutti contrari a una nuova presidenza firmata Trump e disposti a investire ingenti risorse per la sua corsa alla Casa Bianca.
Tra questi, i miliardari Charles Koch e Kenneth G. Langone, il Ceo di JP Morgan Chase Bank, Jamie Dimon, e altri supermanager di Wall Street, gestori di hedge fund e venture capitalist.

