De Ficchy Giovanni
“L’hanno marocchinata, è stata marocchinata”.
Questo il marchio che si portavano addosso le donne italiane nel 1944.

Durante la Seconda guerra mondiale, nel maggio del 1944, molte località del Basso Lazio nelle province di Frosinone e dell’odierna Latina che si trovavano sulla linea del fronte di Cassino subirono l’assalto frontale delle truppe coloniali francesi.
Aspettavano i liberatori ma si scatenò l’inferno, con migliaia di donne brutalmente stuprate dai soldati marocchini e algerini inquadrati nel Corps expeditionnaire francais (Cef).
Violenze sessuali di gruppo, saccheggi, devastazioni e omicidi che ottant’anni fa martoriarono interi paesi.
Furono i giorni delle cosiddette marocchinate.
Nella primavera del 1944 gli Alleati, bloccati ad Anzio e Cassino dalla strenua resistenza dei tedeschi, dopo una serie di fallimenti decisero di aggirare l’ostacolo espugnando la dorsale montuosa degli Aurunci.
La linea Gustav era stata finalmente sfondata e si apriva la strada verso Roma.
L’attacco venne condotto dai coloniali francesi su un terreno impervio ma ebbe successo e costrinse i tedeschi a una rovinosa ritirata per evitare l’accerchiamento.
I goumiers (truppe irregolari marocchine comandate dal generale francese Augustin Léon Guillaume) e gli altri reparti coloniali furono gli indiscussi protagonisti di quel successo militare.
Abituati alla guerra di montagna erano soldati audaci e risultavano micidiali nello scontro all’arma bianca.
La loro ferocia era ben nota ai nemici, molti militi della Wehrmacht preferirono suicidarsi piuttosto che cadere nelle mani dei coloniali francesi.
Tra questi ultimi, molto alto il numero delle vittime nella Campagna d’Italia condotta dagli Alleati per liberare la penisola dai nazifascisti.
I marocchini erano organizzati in piccoli raggruppamenti, denominati goum, sotto il comando di un ufficiale francese.
Erano avvolti in barracani e vestiti in ”bourms” (mantello di lana con cappuccio) e turbante e indossavano sandali senza calze
I coloniali agivano di notte, quasi sempre in gruppo. Entravano nelle case con la scusa di fare delle perquisizioni, rinchiudevano gli uomini in una stanza o li tenevano sotto la minaccia delle armi e poi, a turno, violentavano le povere donne.
Quelle che si opponevano erano picchiate selvaggiamente, provocando loro fratture e invalidità fisiche permanenti.
A essere sottoposte a violenza furono anche donne anziane o giovanissime.
Dopo la violenza molte donne impazziscono, alcune finiscono in manicomio, altre sono costrette a spendere soldi per le cure mediche.
Oppure vengono emarginate dal contesto sociale, costrette a cambiare città e a sposare uomini di altri paesi.
Infine, i magrebini lasciano alle loro vittime un altro pesante fardello: gravidanze indesiderate, aborti, terribili malattie infettive come scabbia, tubercolosi, blenorragia e sifilide, curate solo grazie all’uso della penicillina fornita dagli americani e all’intensa opera di medici e levatrici.
Si trattava in prevalenza di tunisini, algerini, marocchini e senegalesi, truppe che oltralpe utilizzarono per combattere la seconda guerra mondiale e sedersi al tavolo della pace dalla parte dei vincitori.
Moltissime donne infatti preferirono non denunciare gli orrori subiti. Le truppe nordafricane, già protagoniste di violenze dopo lo sbarco in Sicilia nel luglio del 1943, replicarono, seppur su scala ridotta, la loro furia anche in Toscana e nel Viterbese nell’estate e nell’autunno del 1944.
Come ha scritto Marcello Veneziani nel marzo 2019, l’Italia ha rimosso i crimini dei “liberatori”.
Invece occorre ricordare, perché gli stupri di guerra sono una triste realtà ancora oggi, mentre in giro per il mondo conflitti che sono terribili come in Ucraina e la violenza carnale è ancora un’arma terribile impiegata contro l’inerme popolazione civile.
