
Ossia quando la realtà diventa un fastidioso dettaglio
Ah, la Cgil e il suo glorioso leader Maurizio Landini: l’uomo che ha trasformato il sindacato in una campagna elettorale permanente, un instancabile attacco al Governo e una recita teatrale di protesta senza fine.
Se si potesse mettere in scena uno spettacolo intitolato “La politica mascherata da sindacato”, Landini sarebbe sicuramente il protagonista incontrastato, applaudito da una platea di contestatori incalliti che si rifiutano di vedere un dato fondamentale: il lavoro.
Perché se parliamo di lavoro – quella cosa che dovrebbe essere il cuore pulsante di un sindacato – i numeri Istat sono impietosi e, soprattutto, fastidiosi per chi ama dipingere l’Italia come un paese fermo, bloccato, sull’orlo del baratro economico-sociale. Aprile 2024: +123mila occupati rispetto a marzo, +269mila rispetto ad aprile 2023, tasso di occupazione al 63,1%, ai massimi dal lontano 2004; disoccupazione al 5,1%, ai minimi dallo stesso anno. Numeri reali, certificati, inequivocabili.
Ma per Landini questi dati sono come il fastidioso rumore di fondo che interrompe il monologo anti-governativo quotidiano.
E così, mentre l’Italia guadagna posti di lavoro e riduce la disoccupazione – roba da non crederci per la sinistra sindacale classica – la Cgil sceglie di ignorare tutto e continuare a dipingere scenari apocalittici.
Probabilmente perché ammettere che i fatti smentiscono la sua narrativa sarebbe come ammettere che il proprio Copione di protesta è stato scritto male.
Un sindacato che si rispetti dovrebbe perlomeno accogliere con favore queste tendenze positive, discutere con attenzione come migliorarle, proteggere i lavoratori in questa fase di crescita. Invece cosa fa Landini?
Continua a fare politica, a fare muro contro il Governo, a fomentare malcontento e a trascinare i suoi iscritti in un clima di insoddisfazione permanente, anche quando le cifre dicono altro.
Ma forse il problema non è solo Landini – che ormai sembra aver smarrito la bussola tra sindacato e partito politico – bensì una categoria che fatica a reinventarsi, a confrontarsi con i tempi e a capire che il lavoro è anche ciò che si crea, non solo ciò che si perde o si teme di perdere.
La protesta continua e la battaglia verbale a tutti i costi sembrano essere diventate più importanti della realtà concreta dei lavoratori italiani.
E alla fine chi ci rimette sono proprio quelli che il sindacato dovrebbe difendere: i lavoratori, che iniziano a guardare altrove, a chiedersi se davvero chi li rappresenta ha ancora a cuore i loro interessi o fa solo da megafono di vecchie logiche politiche.
Landini ormai fa politica, non sindacato.
E la politica, si sa, ha bisogno di slogan e nemici da combattere.
Il sindacato invece, almeno in teoria, dovrebbe occuparsi di lavoro.
Ma forse è chiedere troppo.
