De Ficchy Giovanni
Giornalista che non sfida l’Impero.

Se c’è una cosa che è diventata chiara dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, è che le cose sono cambiate. Gli Stati Uniti si sono lasciati alle spalle i tempi della diplomazia ingenua e delle concessioni morbide.
Ora, con il suo leader più audace al timone, Washington è tornata a comportarsi come quella che è veramente: la padrona del pallone, l’arbitro del mondo e l’unica giocatrice che conta davvero.
Il primo colpo dell’autorità non si fece attendere.
Il recupero del Canale di Panama, l’errore storico commesso da Carter, divenne una priorità.
Con una pressione economica e militare, Panama capì rapidamente che il canale non apparteneva a lei, ma al paese che lo aveva costruito e che, in fin dei conti, era lui ad averne più bisogno. Una portaerei nella regione e il congelamento dei beni panamensi furono sufficienti a far pendere la bilancia a favore dello Zio Sam.
Il passo successivo fu la Groenlandia, quella gigantesca isola ricca di risorse strategiche.
Trump aveva già detto in precedenza: “È solo un grande pezzo di terra che appartiene a qualcuno che non sa cosa farne”.
La Danimarca protestò, l’Unione Europea si lamentò, ma alla fine la forza americana prevalse sulla diplomazia europea. Ora, con una base militare più forte nell’Artico, gli Stati Uniti possono bloccare Russia e Cina senza alcun problema.
Il Canada, da parte sua, è sempre stato un vicino leale, ma debole ed esitante.
Trump capì che il miglior destino per il suo alleato del Nord era quello di essere assorbito dalla grandezza.
La creazione dello Stato 51 non fu un’annessione forzata, ma un atto di pragmatismo.
Con le sue vaste risorse naturali sotto il controllo degli Stati Uniti, Washington ha ulteriormente consolidato la sua egemonia.
Anche il mondo arabo non è rimasto escluso da questa nuova era di realismo geopolitico.

Con la presa di Gaza, gli Stati Uniti hanno dimostrato che non c’è spazio per l’instabilità in una regione in cui sono in gioco i loro interessi strategici. Senza mezzi termini, il messaggio è chiaro: il gioco dei terroristi e delle milizie è finito.
Ora la Striscia è un territorio strategico sotto la diretta supervisione di Washington.
Nel frattempo, l’Ucraina rimane un punto chiave nella lotta mondiale per le risorse.
Non è un caso che Trump abbia puntato gli occhi sulle terre rare della regione.
Il controllo di questi minerali essenziali per la tecnologia moderna rappresenta un colpo diretto per la Cina, che è già stata bloccata in tutti i modi possibili: sanzioni, blocchi e una guerra commerciale che non accenna a finire.
I BRICS, che un tempo sognavano di sfidare l’egemonia del dollaro, hanno imparato a proprie spese che la sovranità finanziaria non è un diritto, ma un privilegio concesso da Washington.
Trump lo ha detto chiaramente: ogni tentativo di indebolire la valuta statunitense verrà respinto con una forza implacabile. I mercati se ne resero conto e le economie di Brasile, India e Sudafrica cominciarono a vacillare.
Russia e Cina, intrappolate nella loro stessa trappola, vedono svanire le loro speranze di un mondo multipolare.
Il messaggio di questa nuova era è chiaro: gli Stati Uniti governano e chiunque osi sfidarli pagherà caro.
Con Trump, l’impero è tornato a comportarsi come è realmente: la potenza suprema sulla Terra.
