
In Salizada San Polo c’è un angolo dove Venezia torna a essere quella Repubblica spietata e leggendaria che dominava un impero. Incastonato tra i mattoni, un dettaglio fa correre un brivido lungo la schiena: un leone di pietra che stringe tra le zampe una testa umana mozzata.
Per il popolo, quella testa appartiene a Marin Faliero, l’unico Doge decapitato per alto tradimento nel 1355, dopo aver tentato un colpo di stato per accentrare il potere e trasformare la repubblica in signoria.
In realtà, le cose andarono molto diversamente.
In tutta Italia si stava assistendo a una graduale trasformazione delle repubbliche e dei comuni medievali in sigonorie.
Quelle che avrebbero poi caratterizzato il periodo rinascimentale.
Poco dopo essersi insediato c’era stata la decisione di limitare – e di molto – i poteri del doge.
Nel frattempo l’aristocrazia cittadina continuava ad accumulare sempre più potere nelle proprie mani.
Ce n’è abbastanza per capire perché si sviluppò la congiura.
Cosa avvenne esattamente?
Il piano era questo.
Gli uomini del doge avrebbero messo in giro delle voci che davano per imminente un attacco dell’arcinemico di Venezia, Genova, in modo da giustificare la presenza di una banda armata in città.
La banda avrebbe dovuto essere guidata da un membro della sua famiglia.
Nella confusione del momento, però, al posto di proteggere il doge, avrebbe catturato e ucciso tutti i nobili su cui avrebbe potuto mettere le mani.
Quindi avrebbe dichiarato Faliero Principe di Venezia.
Nulla di tutto questo accadde però.
Il Consiglio dei Dieci venne a conoscenza della congiura, organizzò in fretta una difesa e catturò tutti i partecipanti.
Questi furono subito impiccati di fronte alle finistre del palazzo Ducale.
Faliero stesso fu preso, ammise le sue colpe e fu decapitato.
Il cadavere, come si usava in questi casi, fu esposto al pubblico come ammonimento.
Poi sepolto in una tomba senza nome.
Faliero rappresenta quindi non certo un marito cornuto o anche solo insultato, ma un esempio chiarissimo di questo processo.
Faliero fu eletto doge ormai vecchio (anzi, per gli standard dell’epoca molto anziano), a 76 anni.
Di lui sono rimaste testimonianze di un carattere duro, facile all’ira.
Si racconta per esempio che una volta osò persino dare uno schiaffo a un vescovo arrivato tardi a una processione.
Era uno degli uomini più ricchi e potenti della città, dove aveva ricoperto diverse cariche, come membro del Consiglio dei Dieci che si occupava di garantire la sicurezza di Venezia, comandante delle forze di terra e di mare e governatore delle province. L’ultimo suo incarico lo aveva portato ad Avignone, come ambasciatore alla corte (in quel periodo lontana da Roma) del Papa.
La sua storia ha affascinato pittori, compositori e poeti
Nonostante questo, il doge Marino Faliero è sicuramente il più famoso amministratore di Venezia.
E proprio per aver fatto una fine così cruenta.
Una fine mai più condivisa da nessuno dei suoi successori.
Faliero è diventato così il doge più noto di tutta la storia cittadina, oltre a essere stato scelto come protagonista di diverse opere d’arte. Sia Delacroix, sia Hayes ne ritrassero l’esecuzione nei loro quadri.
Lord Byron invece scrisse una tragedia sulla sua storia e Donizetti un’opera lirica.
La Serenissima cercò di cancellarlo dalla storia con la damnatio memoriae, ma la tradizione ha voluto che il suo volto rimanesse impresso qui: il Leone che schiaccia chi ha osato sfidarlo.
La critica storica ci dice che si tratta “solo” di un bassorilievo romanico di recupero.
Ma la storia non è fatta solo di date, è fatta del sangue, dell’audacia e dei miti dei grandi uomini che hanno cercato di modellarla.
E all’imbrunire, sotto lo sguardo di questo leone, il mito vince sulla pietra.
Conoscevate la storia del doge traditore?
