
Giovanni De Ficchy
Giornalista internazionale
Esperto in materie Economiche e Geopolitica

Si nasconde una strategia politica complessa dietro ad ogni imposizione di un dazio: proteggere l’industria nazionale, riequilibrare deficit commerciali, o semplicemente rispondere a pressioni interne.
Il dazio è anche uno strumento “di guerra” quando viene usato con finalità di aggressione e di coercizione.
Protezionismo, dazi e ragioni geopolitiche nella conduzione della politica commerciale sono oramai un dato di fatto.
Ma se un paese “subisce” un dazio e risponde imponendone uno a sua volta, la situazione si pareggia danneggiando entrambi i paesi coinvolti.
Quello che bisogna chiedersi è in realtà di “chi” in particolare fanno gli interessi, perché sono appunto questi interessi che esercitano pressione e che prevalgono su altri.
Alla fine i consumatori, possono essere i veri danneggiati perché possono trovarsi a essere i destinatari finali dei rincari.
Così , i consumatori si trovano a dover pagare un prezzo più alto, ma a volte senza capire bene perché e da che cosa sia stato determinato questo aumento, è spesso un modo meno trasparente per ottenere risultati che, con metodi più trasparenti, sarebbero difficile raggiungere.
Per gli Stati Uniti è principalmente la Cina, che è percepita come la grande rivale economica in ascesa, e verso la quale c’è preoccupazione anche in virtù della risposta che il paese asiatico ha saputo dare in occasione delle precedenti guerre commerciali, e per i sistemi che adotta per by passare le normative protezionistiche.
Il presidente americano ha ben compreso che mettere i dazi solo alla Cina non impedisce alle merci cinesi di arrivare sul suo territorio e vuole quindi colpire eventuali triangolazioni attraverso i paesi cosiddetti “connettori”.
Per questo motivo ha imposto dazi anche a Messico e Canada, e ne ha annunciati altri verso l’Europa.
Donald Trump utilizza la minaccia dei dazi per ottenere concessioni sia da Paesi amici sia da Paesi nemici.
Si tratta evidentemente di una strategia per indurre alla cautela i nemici e aumentare la disponibilità degli alleati, tanto per fare un esempio,
ad incrementare la spesa militare, o magari fornire concessioni in Groenlandia, a revocare l’adesione al Brics , da parte di Panama.
I margini di manovra di Donald Trump dipendono in questi casi : (poichè la legislazione statunitense è stringente in materia) dalla opportunità o possibilità di dichiarare che si è in presenza di una minaccia alla sicurezza nazionale, o che si avvii una fase di emergenza o che i propri partner commerciali adottino pratiche sleali.
Chiariamo che gli Stati Uniti sono la più grande economia del mondo, emettono la valuta di riserva e ospitano le banche e le aziende più grandi.
Secondo i consiglieri del presidente americano, i dazi porteranno soldi nelle casse dello Stato, permettendo una riduzione della tassazione sui redditi, e, se associati a un apprezzamento del dollaro, non determineranno inflazione e non ridurranno il benessere dei consumatori americani.
Poiché gli Stati Uniti finanziano la stabilità economia mondiale attraverso il ruolo del dollaro come valuta veicolo e stabilizzano la sicurezza mondiale con la loro predominanza militare, è bene che le esternalità che gli Americani garantiscono agli alleati siano riportate a casa, a beneficio dei cittadini statunitensi.
Quella del presidente americano è una visione del mondo e della gestione degli equilibri mondiali, sostenuta da complesse ed argomentate, ragioni economiche.
Non è dunque uno sprovveduto.
Secondo la visione del presidente, ai dazi si deve affiancare una politica di deregolamentazione e di riduzione del ruolo dello Stato nell’economia che si immagina benefica per tutti i cittadini statunitensi.
Del resto, gli Stati Uniti, non hanno avuto benefici dalla Cina ad esempio, o Dalla Germania.
