
Ieri, in seguito agli attacchi disgustosi di Soloviev a Giorgia Meloni, la nostra classe dirigente e tutti i politici hanno fatto l’unica cosa possibile: si sono stretti attorno alla Presidenza del Consiglio.
Non ci sono stati distinguo o recalcitranze.
È stato un momento di unità nazionale che avrebbe dovuto rappresentare una linea di demarcazione chiara tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è nella nostra società.
Eppure, se si legge con attenzione ciò che emerge dai post sui social e dagli articoli dei giornali online, lo spettacolo che si presenta è radicalmente diverso.
Migliaia di italiani non solo non hanno vissuto come un problema l’attacco a Meloni, ma lo hanno addirittura giustificato o minimizzato con commenti del tipo: «e le ha detto poco», oppure «la conosce bene», o ancora «l’ha dipinta per quello che è».
Queste parole tradiscono un sentimento ben più preoccupante di una semplice opinione: rivelano un profondo smarrimento civico e un legame spezzato con i valori fondamentali della convivenza democratica.
Qui si apre un capitolo urgente e necessario. Coloro che hanno scritto quei commenti, chi evidentemente si riconosce nella sinistra – in particolare in quella sinistra antifascista e antisessista –, hanno accolto con un sorrisino malcelato insulti sessisti rivolti a una donna.
E questo è un paradosso inquietante: come può chi si definisce portatore di valori di rispetto e uguaglianza tollerare e addirittura apprezzare un’offesa di questo genere, se rivolta a una donna che rappresenta le istituzioni italiane?
Ancora una volta, questa situazione ci mette davanti all’evidenza del doppio standard, che sembra diventato una seconda pelle per quella parte politica.
Se sei donna, ma appartieni al “campo avverso”, allora tutto ti è permesso: dagli orrori degli stupri del 7 ottobre ai massacri di gennaio in Iran, fino agli insulti sessisti di Soloviev a Meloni, nessuno batterà ciglio. Anzi, c’è chi applaude, chi si compiace.
Si tratta di un femminismo selettivo, di una solidarietà a corrente alternata: femminismo solo per chi appartiene al proprio clan politico, solidarietà riservata esclusivamente alle donne che la pensano come loro. Per le altre?
Silenzio di tomba, indifferenza o, peggio, godimento di fronte alla loro sofferenza e al loro attacco.
Questo fenomeno non è soltanto il riflesso di una crisi politica, ma un segno inequivocabile di un paese in cui almeno una parte ha perduto completamente il senso di appartenenza a un’unica comunità.
Perché se davanti a un atto violento e volgare contro una donna che rappresenta le nostre istituzioni tu non provi minimamente disagio o indignazione, se al contrario sorridi e deridi, allora non sei cittadino, sei semplicemente membro di un clan.
E quel senso di appartenenza al proprio gruppo ti ha reso indifferente di fronte a un insulto che non è rivolto solo a Meloni, ma alla collettività intera, a tutti noi.
Non dimentichiamo che Soloviev è un propagandista russo che attacca Meloni perché l’Italia, sotto la sua guida, ha scelto di sostenere l’Ucraina nella sua difficile difesa, ha rafforzato l’Europa, ha bloccato provvedimenti antisemiti.
Attacca Meloni perché l’Italia conta, perché rappresenta un argine di libertà e democrazia in un contesto geopolitico complesso e pericoloso.
Si può non amare Meloni, si può votare contro di lei, si può criticare ogni sua scelta politica.
Ma quando un lacchè del Cremlino insulta con epiteti sessisti la presidente del Consiglio, la reazione dovrebbe essere una sola, netta e condivisa: difenderla.
Non perché si ama Meloni, ma perché si ama se stessi, i propri valori, la propria comunità.
La difesa di una donna vittima di offese così gravi e volgari, soprattutto se ricopre un ruolo istituzionale, è un dovere civico che va oltre ogni schieramento politico.
Se questa lezione elementare è stata dimenticata o volutamente ignorata, allora il problema non è più soltanto politico.
Abbiamo davanti a noi una crisi morale, una ferita profonda nella decenza e nel rispetto che dovremmo a chi rappresenta la nostra patria, a chiunque essa sia.
In conclusione, quello che emerge dall’episodio degli insulti di Soloviev è molto più di una questione personale o politica: è un banco di prova per la nostra capacità di restare uniti difronte all’insulto e alla violenza verbale, indipendentemente dal colore politico o dall’appartenenza personale.
È un richiamo a riscoprire il valore dell’unità nazionale, del rispetto reciproco e della responsabilità collettiva.
Solo così potremo superare le divisioni che rischiano di frammentare il nostro paese e compromettere quel senso di comunità che è la base stessa della democrazia.
La vera sfida, oggi, è dimostrare che la decenza non è un optional e che il rispetto per le donne e per le istituzioni è un patrimonio condiviso da tutti, nessuno escluso.
Di fronte all’odio politico, il bene comune e la solidarietà devono prevalere, costruendo ponti là dove troppo spesso si ergono muri.
Solo a queste condizioni potremo sperare in un’Italia più forte, più giusta e più unita.
