De Ficchy Giovanni

Daniele Rezza a processo per l’omicidio di Manuel Mastrapasqua, avvenuto a Rozzano tra il 10 e 11 ottobre 2024. Il 31enne è stato ucciso mentre tornava a casa dal lavoro.

Secondo l’accusa, Rezza avrebbe provato a portare via alla vittima un paio di cuffiette dal valore di pochi euro e avrebbe accoltellato il 31enne, lasciato poi a morire dissanguato per strada.

L’aggressione, avvenuta in circostanze ancora da chiarire completamente, si è consumata nella notte tra sabato e domenica. Rezza, rintracciato e fermato dai carabinieri poche ore dopo, è ora accusato di omicidio volontario.

Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e il movente che ha portato all’efferato gesto.

Si ipotizza che alla base ci sia una lite degenerata, forse scaturita proprio dal tentativo di furto delle cuffiette.

Un gesto banale, una contesa per un oggetto di scarso valore, che si è trasformata in tragedia.

La comunità locale è sotto shock per l’accaduto, e la famiglia della vittima chiede giustizia.

Il 14 aprile, si è aperto il processo in Tribunale a Milano.

Per l’omicidio di Mastrapasqua, Rezza rischia l’ergastolo.

È accusato di omicidio volontario pluriaggravato anche dai futili motivi e rapina. Marika Mastrapasqua, sorella di Manuel, dice alla Rai: «Mi auguro che riceva il massimo della pena.

.«Non ci darà mai indietro mio fratello, ma almeno sapere che non potrà più fare del male a nessuno potrebbe darci un po’ di pace. Manuel era un ragazzo buono, non si meritava una fine così.

Speriamo che la giustizia faccia il suo corso, e lo faccia in fretta. Viviamo in un incubo da quel giorno, i miei genitori non si danno pace. Non è giusto morire così, per una rapina, per dei soldi.

Spero che marcisca in galera, e che si ricordi ogni giorno di quello che ha fatto a Manuel.»

Marika si interrompe, sopraffatta dall’emozione.

La voce le si incrina, gli occhi si riempiono di lacrime.

Accanto a lei, il padre stringe i pugni, lo sguardo perso nel vuoto.

La madre, invece, è rimasta a casa, incapace di affrontare le telecamere.

Il dolore è troppo forte, la ferita troppo fresca.

L’attesa per il processo è stata straziante, un macigno sul cuore di una famiglia distrutta.

La versione di Daniele Rezza

«Quando ho visto il ragazzo volevo prendergli tutto nel senso soldi, cellulare, cose che potevo rivendere», aveva detto Rezza davanti al gip Domenico Santoro, dopo il fermo disposto dalla pm Letizia Mocciaro, nell’inchiesta dei carabinieri del Nucleo investigativo.

Il padre – oltre ad aver gettato in un cassonetto le cuffie («gli ho detto di buttarle», aveva spiegato Rezza) – lo aveva accompagnato alla stazione di Pieve Emanuele, nel Milanese, dove il 19enne aveva preso un treno fino a Pavia, per poi raggiungere in autobus Alessandria, dove in pratica si è costituito. «Anche le cuffie le ho prese per rivenderle, ma non so quanto ci avrei fatto.

Tutto quello che avrei avuto lo avrei venduto.

Non mi sono accorto che il coltello fosse sporco di sangue. L’ho buttato perché mi è venuto d’istinto», aveva messo a verbale davanti al giudice.

Di Admin

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