
L’Europa dei cialtroni corre un grande pericolo nel denigrare e ostracizzare personaggi come Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Entrambi sono la medicina, non la causa del male di cui soffre il nostro tempo.
E chi, dunque, è il medico che diagnostica e tenta di curare? Siamo noi stessi, l’umanità. Abbiamo creato il male, abbiamo generato le disuguaglianze, l’avidità, la distruzione dell’ambiente.
Poi cerchiamo rimedi, palliativi, soluzioni temporanee.
Ma finché non guarderemo allo specchio e riconosceremo la fonte del problema, finché continueremo ad alimentare le fiamme che ci consumano, nessuna medicina, per quanto potente, potrà salvarci.
La vera cura è un cambiamento interiore, una metamorfosi della coscienza, un ritorno all’empatia e alla responsabilità.
Solo allora potremo sperare di guarire il nostro tempo, e noi stessi insieme ad esso.
È possibile che alcune delle scelte compiute da loro non piacciano, appaiano discutibili.
Talvolta bizzarre.
Tuttavia, ciò dipende da come i loro comportamenti politici vengano osservati e giudicati.
Con quali lenti, con quale senso della prospettiva storica, da quale angolazione visuale?
È ovvio che se il metro di giudizio è quello delle ideologie nichiliste che dilagano in un Occidente rinunciatario, che predicano la negazione delle proprie radici identitarie e culturali a beneficio di un generico quanto confuso universalismo della pace, l’operato di Trump e di Netanyahu non può che essere stigmatizzato e rifiutato in radice.
Un Occidente che sembra quasi compiacersi nella sua auto-flagellazione, pronto a gettare alle ortiche secoli di storia e tradizioni in nome di un relativismo morale che tutto appiattisce e nulla valorizza.
Trump e Netanyahu, figure controverse e indubbiamente polarizzanti, si ergono, volenti o nolenti, come baluardi di un mondo che non si rassegna alla dissoluzione, che rivendica il diritto alla propria specificità, alla propria sicurezza, alla propria visione del mondo.
Certo, le loro politiche possono essere discutibili, i loro metodi criticabili, ma ignorare la loro funzione di catalizzatori di una resistenza identitaria sarebbe un errore madornale.
Un errore che ci condannerebbe a un’omologazione culturale asfittica e a un futuro incerto, sradicato dal passato e privo di una bussola per orientarsi nel presente.
Il nichilismo, in fondo, è un lusso che solo chi ha le spalle coperte può permettersi.
Chi si sente minacciato, chi vede la propria sopravvivenza a rischio, non può indulgere in sterili esercizi di decostruzione, ma deve aggrapparsi a ciò che lo definisce e lo protegge, anche a costo di sembrare “reazionario” agli occhi di chi predica la tabula rasa.
Ma se ci si pone nell’ottica di una difesa dei valori costitutivi della nostra civiltà, tutto appare illuminato da una luce diversa, e confortante.
I due stanno ristabilendo un principio di verità che, nel tempo signoreggiato dall’ideologia progressista, sembrava perduto.
Se non prendiamo atto di questa basilare verità, il nostro destino è drammaticamente segnato.
Da qualche parte nel mondo, qui e ora, ci sono popoli, elite, classi dirigenti, poteri economici e religiosi che si preparano a combatterci con lo scopo di sconfiggerci e di dominarci.
Quel che dobbiamo capire è che nel nostro tempo storico la categoria concettuale associata alla parola guerra si è molto ampliata.
Guerra non è più soltanto quella combattuta militarmente e la conquista dell’egemonia non avviene esclusivamente con strumenti militari né si limita alla forza delle armi.
Oggi le guerre sono finanziarie, commerciali, mediatiche, religiose, ideologiche, culturali, tecnologiche, cibernetiche e dei costumi.
Tutte, però, tendono a centrare lo stesso obiettivo: conquistare e sottomettere l’anima di un popolo, di una comunità o di una persona.
Ora, a ogni occidentale è consentita una scelta: può accettare o rifiutare la visione che la realtà gli presenta.
Ciò che però non può fare è fingere che non esista.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu stanno affrontando con coraggio la ridefinizione di una teoria del conflitto aggiornato ai rapporti di forza che sono in campo a livello globale.
Dovremmo, noi europei, fare lo stesso, invece di piangerci addosso come mocciosi a cui cola il naso o, peggio, di inseguire chimere pacifiste.
Dovremmo smetterla di farci dettare l’agenda da chi ci vuole deboli, succubi e pronti a cedere di fronte al primo che alza la voce.
Basta con le discussioni infinite sulla neutralità, sul “dialogo costruttivo” con gente che risponde ai nostri appelli alla pace con bombe e missili.
È ora di guardare in faccia la realtà: il mondo è un posto spietato e se non ti fai rispettare, vieni calpestato.
La storia ce lo insegna, e non possiamo permetterci di ignorarla.
Dobbiamo investire nella difesa, costruire un esercito europeo forte e coeso, capace di proteggere i nostri interessi e i nostri valori.
Non si tratta di fare i guerrafondai, ma di essere preparati.
Di essere pronti a difenderci, a scoraggiare gli aggressori, a garantire la nostra sicurezza e quella dei nostri figli.
E smettiamola anche con questa ipocrisia del “non possiamo fare la guerra”.
Certo che possiamo!
Se siamo costretti, se è per difendere la nostra libertà, la nostra cultura, il nostro futuro, allora sì che possiamo e dobbiamo fare la guerra.
Ma una guerra giusta, una guerra difensiva, una guerra che serva a ristabilire l’ordine e la pace.
Una guerra che dimostri al mondo che l’Europa è ancora viva e che non ha intenzione di farsi mettere i piedi in testa da nessuno.
Altrimenti, il pianto ce lo ritroveremo a posteriori, amarissimo.
Lunga vita a The Donald e Bibi.
