De Ficchy Giovanni

Ciò che è avvenuto oggi è veramente molto grave, Il brigadiere capo Carlo Legrottaglie  è stato ucciso questa mattina, mentre inseguiva due rapinatori in fuga durante un inseguimento in auto seguito a una rapina in un distributore della zona industriale di Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi, in contrada Rosea.

Quando ho appreso la notizia, forse perchè aveva la mia stessa età,….non ho avuto la forza di scrivere, ora che ho digerito, un pò di rabbia.. voglio scrivere, voglio dire la mia, non si può sopportare oltre.. non si può morire così, per mano di un folle, di un vigliacco rapinatore

Era un carabiniere, faceva il suo lavoro, era il suo ultimo giorno di servizio, e poi sarebbe finalmente andato in pensione, a godersi il meritato riposo.

E per questo è stato punito.

Ma chi si crede di essere questa gente?

Chi gli ha dato il diritto di uccidere?

No, non possiamo accettarlo.

Non possiamo far finta di niente, non possiamo girare la testa dall’altra parte.

Dobbiamo reagire, dobbiamo far sentire la nostra voce, non possiamo abituarci a queste tragedie.

Dobbiamo combattere l’odio, la violenza, la malvagità.

Dobbiamo farlo per lui, per tutte le vittime di questa barbarie, per noi stessi, per il futuro dei nostri figli.

Basta, non se ne può più.

 Non ci sono parole per commentare l’ennesima morte di un servitore dello Stato: solo rispetto, gratitudine  e silenzio.

 Un silenzio assordante, rotto solo dal rumore di una società che sembra aver smarrito il senso del valore di chi ogni giorno, con sacrificio e abnegazione, si dedica al bene comune.

Medici, infermieri, insegnanti, volontari, forze dell’ordine: eroi silenziosi di un’epoca distratta, figure che incarnano l’essenza di una comunità che si prende cura di sé stessa.

Ma chi si prende cura di loro?

Chi ascolta le loro grida di stanchezza, di frustrazione, di disillusione?

Troppo spesso, le loro voci si perdono nel brusio indifferente di un sistema che li considera numeri, ingranaggi di una macchina complessa, dimenticando che dietro ogni camice, ogni divisa, ogni sorriso stanco, si cela un essere umano con le proprie fragilità, le proprie speranze, i propri sogni.

E troppo spesso, quel sistema si nutre della loro abnegazione, del loro silenzio, della loro capacità di sopportare l’insopportabile.

Li plasma, li consuma, li getta via come gusci vuoti, dimenticando il valore inestimabile del loro contributo.

Ma è in quei silenzi che risuona più forte il grido di chi chiede ascolto, di chi reclama un riconoscimento che vada oltre il mero stipendio, di chi anela a un mondo dove l’umanità non sia un optional, ma il fondamento di ogni relazione, di ogni azione.

Un mondo dove il prendersi cura non sia solo un dovere professionale, ma un atto di amore verso il prossimo, un investimento nel futuro di una società più giusta e solidale.

È tempo di rompere questo muro di silenzio, di riscoprire il valore dell’empatia e della gratitudine, di costruire una società che sappia riconoscere e sostenere chi si spende per il bene di tutti.

Perché solo così potremo ritrovare il senso di una comunità autentica, fondata sulla solidarietà e sul rispetto reciproco.

Un dolore profondo che stringe il cuore e che ci ricorda, ancora una volta, il prezzo altissimo pagato da chi indossa una divisa.

Che la terra ti sia lieve

Di Admin

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