Giovanni De Ficchy

Dunque analizziamo le ultime notizie sul conflitto tra Israele e Iran, concentrandosi sulla sorprendente decisione del presidente Trump di prendersi due settimane per decidere se bombardare o meno il bunker nucleare iraniano di Fordow.

Le ragioni di Trump circa questo rinvio sono poco leggibili: ma sono in linea con la sua politica; infatti ai tempi si disse che in politica estera stava cercando di costruirsi un’immagine da presidente che mette fine a conflitti che si trascinano da anni e sembrano irrisolvibili, in Medio Oriente come in Ucraina.

A mio avviso il rinvio è una mossa, a detta anche di molti analisti, tesa più a guadagnare tempo e a valutare le reazioni internazionali che a un reale ripensamento strategico.

La Casa Bianca è un brulicare di consiglieri pro e contro l’intervento, con Netanyahu che preme incessantemente per una “soluzione definitiva” alla minaccia nucleare persiana.

Nel frattempo, Teheran continua a negare ogni intento bellico, pur intensificando le esercitazioni militari e le dichiarazioni anti-israeliane. La situazione è una polveriera, con il rischio di un’escalation improvvisa sempre dietro l’angolo.

E l’Europa?

Osserva preoccupata, tentando una mediazione disperata, consapevole che un conflitto aperto in Medio Oriente avrebbe conseguenze catastrofiche per l’intera economia globale.

.Le sue parole, però, sembravano perdersi nel vento, sovrastate dal clangore delle armi che già si preparavano a tuonare.

Ogni fazione arroccata sulle proprie posizioni, sorda ad ogni appello alla ragione, accecata da rancori antichi e da mire territoriali che minacciavano di far precipitare la regione in un abisso di violenza inaudita.

La diplomazia, arma spuntata e inefficace, giaceva a terra, calpestata dagli stivali della guerra.

E lei, impotente spettatrice di un dramma imminente, sentiva il peso del mondo gravare sulle sue spalle, consapevole che la fragile architettura dell’equilibrio globale stava per crollare sotto i colpi di un conflitto che avrebbe segnato per sempre il destino dell’umanità.

Secondo me, questo ritardo rivela una verità fondamentale: “Trump non vuole bombardare l’Iran… ha paura”.

Sarebbe una decisione dalle implicazioni enormi e dalle conseguenze poco prevedibili, anche se per ora, ovviamente, va usato il condizionale…

Vi espongo le molte ragioni che sono alla base dell’esitazione di Trump:

Paura di ritorsioni personali: Trump non ha dimenticato che, durante la campagna presidenziale, i servizi segreti lo avevano informato che l’Iran aveva ordinato un attentato alla sua vita.

  1. Volontà di apparire forte: Trump ha sempre cercato di proiettare un’immagine di forza e decisione. Un attacco all’Iran potrebbe essere visto come un modo per dimostrare al mondo che l’America è tornata a essere una superpotenza sotto la sua guida.
  2. Pressioni interne: Trump è circondato da falchi che da tempo invocano un’azione militare contro l’Iran. John Bolton, che potrebbe tornare a far parte del suo staff, è uno dei più ferventi sostenitori di un cambio di regime a Teheran.

Naturalmente, ci sono anche dei fattori che potrebbero dissuadere Trump dall’attaccare l’Iran.

Un conflitto militare nella regione potrebbe avere conseguenze disastrose per l’economia mondiale e per la stabilità del Medio Oriente. Inoltre, Trump potrebbe temere di perdere consensi interni se lanciasse una nuova guerra.

Alla fine, la decisione di attaccare o meno l’Iran dipenderà da una complessa valutazione di rischi e benefici.

Trump dovrà soppesare attentamente i suoi interessi personali, le pressioni interne e le implicazioni geopolitiche di un’eventuale azione militare.

E adesso che è tornato al potere, la vendetta potrebbe essere dietro l’angolo.

La sua ossessione per la sicurezza è diventata quasi paranoica, alimentata da anni di minacce e complotti sventati.

Questo si traduce in un controllo ancora più rigido del suo staff e in una diffidenza generalizzata verso chiunque non gli sia totalmente fedele.

La Casa Bianca è diventata una fortezza, isolata dal mondo esterno e governata dalla paura.

Io sostiengo che Trump, essendo per questo “molto attento”, teme che, se ordinasse il bombardamento, l’Iran reagirebbe tentando di assassinarlo personalmente.

3. Decisione altamente impopolare: un sondaggio del prestigioso quotidiano The Washington Post rivela che un’ampia maggioranza degli americani si oppone a un attacco militare.

4. Crisi diplomatica: le principali potenze mondiali si riuniscono d’urgenza per cercare una soluzione pacifica, ma le divisioni sono profonde e il tempo stringe

I numeri parlano chiaro: il 45% si oppone al bombardamento, mentre solo il 25% è a favore.

Per Trump, prendere una decisione così impopolare rappresenta un enorme rischio politico.

Pericolo per le truppe statunitensi nella regione: la rappresaglia più probabile dell’Iran sarebbe un attacco alle basi militari statunitensi in Medio Oriente.

Vi spiego meglo; ci sono cinque basi molto vicine all’Iran (in Iraq, Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti) che ospitano un totale di 38.500 soldati statunitensi.

Si prevede che ciò avverrà in risposta al recente attacco israeliano al consolato iraniano in Siria, in cui sono stati uccisi diversi alti funzionari militari iraniani.

L’Iran ha promesso una risposta dura e molti esperti ritengono che prenderà di mira le forze statunitensi nella regione.

Il rischio per le truppe statunitensi è particolarmente alto in Iraq e Siria, dove gli Stati Uniti hanno una presenza militare significativa.

L’Iran ha una lunga storia di sostegno a gruppi militanti in questi paesi e potrebbe utilizzare questi gruppi per lanciare attacchi contro le forze statunitensi.

Anche il rischio per le truppe statunitensi in altri paesi del Medio Oriente è elevato.

L’Iran ha la capacità di colpire le forze statunitensi in tutta la regione e potrebbe scegliere di farlo per inviare un messaggio agli Stati Uniti e ai suoi alleati.

L’amministrazione Trump ha dichiarato di prendere sul serio la minaccia e di aver adottato misure per proteggere le forze statunitensi nella regione.

Tuttavia, il rischio di un attacco è reale e le truppe statunitensi devono essere preparate.

Tuttavia, il rischio di un attacco è reale e le truppe statunitensi devono essere preparate. Dobbiamo assicurarci che abbiano l’equipaggiamento e l’addestramento necessari per difendersi da qualsiasi minaccia.

Ciò significa investire in nuove tecnologie e tattiche, nonché mantenere una forte presenza nella regione

” Dobbiamo anche lavorare con i nostri alleati per contrastare l’influenza dell’Iran e promuovere la stabilità nella regione. La posta in gioco è alta, ma sono fiducioso che possiamo proteggere i nostri interessi e i nostri alleati” ha dichiarato.

Se l’Iran lanciasse missili e riuscisse a uccidere centinaia di soldati, l’opinione pubblica incolperebbe direttamente Trump, il che sarebbe politicamente devastante per lui.

Il “Piano B” di Israele e la mia posizione di fronte all’esitazione di Trump, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato con aria di sfida: “Possiamo farcela da soli”

Ciò suggerisce che se Trump non agisce, Israele potrebbe tentare un’operazione terrestre molto più rischiosa con commando d’élite per distruggere il bunker di Fordow.

Nonostante i rischi, ritiengo che Trump dovrebbe ordinare il bombardamento.

Ritiengo quindi che i benefici derivanti dalla distruzione del programma nucleare iraniano (che è sul punto di realizzare la bomba atomica) superino di gran lunga i costi e chiede che l’Iran si comporti “da statista”.

Si tratterebbe di un successo storico per la diplomazia e la sicurezza internazionale.

In caso contrario, la comunità internazionale dovrà prendere in considerazione tutte le opzioni disponibili per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.

Di Admin

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