
Nel 2011, l’Italia si trovò nel bel mezzo di uno di quei drammi economici che sembrano scritti da un cattivo sceneggiatore in cerca di colpi di scena.
Avete presente quelle comiche situazioni in cui un gigante buono si trasforma in un brutto ceffo?
Ecco, più o meno così accadde quando la Deutsche Bank, uno dei creditori più influenti del debito pubblico italiano, decise che era giunto il momento di chiudere i rubinetti e abbandonare la nave prima che affondasse.
In pochi mesi, la banca tedesca ridusse la propria esposizione verso i titoli di Stato italiani da 8 miliardi a meno di 1 miliardo di euro, un taglio netto di oltre 7 miliardi.
Davvero elegante, non vi pare?
Il contesto era già fragile: il nostro debito pubblico sventolava orgogliosamente al 120% del PIL e il tasso di crescita, se potesse parlare, probabilmente si sarebbe vergognato di esistere, essendo sotto l’1%. Quindi, tu immagina la scena: un colosso finanziario tedesco che liquida quasi tutto il portafoglio di BTP come chi svuota una cantina per fare spazio a nuove bottiglie di vino.
La reazione dei mercati fu come un urlo disperato: in un batter d’occhio, lo spread tra i decennali italiani e i Bund tedeschi schizzò da 180 a oltre 500 punti base, toccando il culmine di 575 punti il 9 novembre 2011.
I rendimenti dei BTP decennali salirono al 7,2%, un livello che anche i più ottimisti avrebbero giudicato “insostenibile”.
Insomma, un vero e proprio film horror economico.
In questo clima da catastrofe imminente, Il Sole 24 Ore si svegliò dal torpore e titolò in prima pagina con l’appello “Fate presto!”, un grido di aiuto che pareva rivolto a tutti tranne che alla politica italiana, che nel frattempo si dedicava a giochi di prestigio.

Pochi giorni dopo, come in un romanzo di Dan Brown, cadde il governo Berlusconi, e in un lampo si instaurò il governo tecnico di Mario Monti, il “salvatore” (o presunto tale) della patria, a comando di Bruxelles e Berlino, ovviamente.
Le misure erano pronte: la riforma Fornero delle pensioni e la famigerata manovra “Salva Italia” da 30 miliardi, che, come un bel pacchetto regalo, includeva aumenti IVA e nuove imposte sulla casa.
Chi mai avrebbe pensato che mettere le mani nelle tasche degli italiani potesse avere effetti collaterali? L’impatto sull’economia reale fu immediato e devastante: un bel -2,8% del PIL nel 2012, disoccupazione al 12,2% e oltre 600.000 posti di lavoro persi in un battito di ciglia.
Bravo Monti, sei il re delle riforme!
E non finisce qui! Secondo i dati del Ministero dell’Economia, solo l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato si tradusse in un aggravio di oltre 18 miliardi di euro l’anno in spesa per interessi fra il 2011 e il 2013.
L’“effetto spread”, quel soprannome affettuoso che abbiamo dato a questa situazione paradossale, costò all’Italia più di 50 miliardi in tre anni, il che equivale a due leggi di bilancio ordinarie.
Parliamo di cifre da capogiro, roba da far girare la testa.
E mentre tutto ciò accadeva, la cancelliera tedesca Angela Merkel rimase impassibile, come un dio dell’Olimpo, sostenendo di non aver mai ammesso un coinvolgimento diretto nella decisione di Deutsche Bank.
Ma è interessante notare che in quegli stessi mesi Berlino si oppose strenuamente a qualsiasi forma di acquisto massiccio di titoli italiani da parte della BCE.
Sì, perché nella loro testa brillante, aiutare l’Italia significava creare un ponte per salvare il proprio salvadanaio, ma non certo per tirare su il nostro.
In questa tempesta perfetta nacque la convinzione — oggi piuttosto difficile da smentire — che la sovranità economica europea fosse già stata commissariata.
Sembra quasi la trama di un film distopico, dove i paesi membri dell’Unione Europei sono ridotti a meri burattini manovrati da attori invisibili.
Insomma, chi ha bisogno di un piano di salvataggio quando puoi semplicemente esibire il tuo ex-portafoglio come un trofeo?
E mentre i politici cercavano di prendere decisioni illuminate, il popolo si ritrovò a fare i conti con una realtà ben diversa: disoccupazione, austerità e un futuro incerto.
Perché, diciamocelo, in un modo o nell’altro, l’Italia è sempre l’eterna protagonista di un dramma economico che si ripete.
Chissà, forse un giorno troveremo la via d’uscita da questo labirinto, ma nel frattempo possiamo solo osservare il palcoscenico di un teatro tragicomico dove gli attori sembrano non cambiare mai, mentre il sipario continua a scendere su una nazione in cerca di redenzione.
Insomma, cari amici, benvenuti nell’era in cui il destino dell’Italia è appeso a un filo, e quel filo sembra essere tessuto in gran parte da mani tedesche.
Due sole cose possono definire quanto fece la Germania in quel 2011: “colpo di Stato” (a favore di determinate forze politiche italiane conniventi, quelle stesse che ancora oggi starnazzano come oche al ‘pericolo antidemocratico’) e “rapina” (a favore della stessa Germania, che mise le mani su parte delle ricchezze italiane).
Il tutto con la complicità interessata dell’UE.
Ma non preoccupatevi, perché alla fine, in un modo o nell’altro, ci rialzeremo
E quando succederà, potremo sempre tornare indietro e ridere dell’assurdità di tutto questo.
