“In un modo o nell’altro, la otterremo”.
Questa affermazione mette in evidenza non solo un’offerta economica, ma anche una crescente pressione politica su un territorio che gioca un ruolo cruciale nel contesto della sicurezza nazionale americana.

A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, è facile erroneamente considerarlo un visionario isolato o un improvvisatore.
Tuttavia, la sua posizione sulla Groenlandia è in linea con una lunga tradizione strategica nella politica estera statunitense.
L’interesse americano per l’isola non è un fenomeno recente, ma una costante radicata in fattori geografici, militari ed economici.
Nel 1867, il segretario di Stato William Seward propose, sotto la presidenza di Andrew Johnson, l’acquisto di Groenlandia e Islanda per espandere l’influenza americana nell’Atlantico dopo la Guerra Civile. L’interesse riemerse nel 1910, quando il presidente William Howard Taft considerò un’operazione simile per l’Artico, e nel 1946, quando Harry Truman offrì 100 milioni di dollari in oro alla Danimarca per la Groenlandia, vista come difesa contro l’Unione Sovietica.

Negli anni ’50, durante la Guerra Fredda, la Groenlandia, con basi come Thule, divenne cruciale per la difesa occidentale.
Oggi il contesto internazionale è cambiato radicalmente, ma le motivazioni rimangono.
Lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico apre nuove rotte commerciali e opportunità per lo sfruttamento delle risorse.
L’Artico non è più solo una periferia dimenticata, ma uno spazio strategico conteso fra potenze globali. La Cina, autodefinita “near-Arctic state”, sta intensificando i propri investimenti in rompighiaccio, infrastrutture e attività minerarie, mentre la Russia sta rafforzando la propria presenza militare, creando un asse sempre più stretto con Pechino.
In questo scenario, la Groenlandia si presenta per Washington come uno scudo avanzato, una piattaforma di sorveglianza, e un elemento cruciale per il controllo delle risorse critiche.
La sua posizione geografica la rende un avamposto strategico nel teatro artico, un punto di osservazione privilegiato sulle attività russe e cinesi nella regione.
L’interesse americano per la Groenlandia non è nuovo, risale almeno alla Seconda Guerra Mondiale, ma è tornato prepotentemente alla ribalta con l’intensificarsi della competizione tra le grandi potenze per il dominio dell’Artico e delle sue risorse.

L’isola, ricca di minerali rari e potenziali giacimenti di idrocarburi, rappresenta una tentazione irresistibile per le nazioni che cercano di assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime essenziali per le nuove tecnologie e la transizione energetica.
Una valutazione dell’USGS sulla Groenlandia nord-orientale rivela una potenziale provincia petrolifera di rilevanza mondiale, dato di grande interesse per investitori e governi.
Un gigante geologico che potrebbe cambiare gli equilibri energetici mondiali, superando persino il leggendario giacimento di Prudhoe Bay.
Sotto la coltre bianca si cela un immenso tesoro geologico, una riserva strategica di idrocarburi paragonabile ai maggiori giacimenti petroliferi e di minerali critici per la transizione ecologica.
La stima media parla di 31,4 miliardi di barili di petrolio equivalente (BBOE) tra petrolio, gas naturale e liquidi di gas naturale (NGL)2.
Per dare un ordine di grandezza che anche i non addetti ai lavori possano comprendere:
Se confermate, le riserve della Groenlandia nord-orientale la collocherebbero al 19° posto tra le 500 province petrolifere mondiali, con un volume paragonabile al bacino dell’Alberta (Canada) e superiore alle risorse dell’Alaska settentrionale.
Questo confronto è notevole: la sola provincia groenlandese potrebbe superare Prudhoe Bay (Alaska), giacimento da 25 miliardi di barili che ha plasmato la politica energetica americana.
Una probabilità del 50% di scoprire un giacimento non sfruttato di oltre 1,5 miliardi di barili, e del 5% di trovarne uno superiore a 8,1 miliardi, spiega l’interesse americano.
Considerando che Prudhoe Bay si classifica decimo tra i giacimenti “giganti”, il potenziale groenlandese assume enormi implicazioni geopolitiche.
Queste risorse intonse hanno il potenziale per ridisegnare gli equilibri economici e industriali globali.
Washington, consapevole di questo, vede nella Groenlandia un partner indispensabile per contrastare l’influenza di Mosca e Pechino nell’Artico, un alleato fondamentale per la sicurezza nazionale e la prosperità economica.
La visione di Trump si inscrive in questo filone.
Non si tratta di ideologia, ma di realpolitik: il problema non è ciò che Trump vede, ma piuttosto quello che l’Europa continua a rimuovere dalla propria agenda.
Negli ultimi decenni, il Vecchio Continente ha fatto del collegamento alla NATO un pilastro fondamentale per contenere la minaccia russa.
Tuttavia, negli ultimi anni ha anche sviluppato una crescente dipendenza energetica e industriale da Mosca e Pechino, che ha compromesso la sua autonomia strategica.
Progetti controversi come Nord Stream 2 hanno legato l’Europa al gas russo, mentre la guerra in Ucraina ha dimostrato le conseguenze di questa vulnerabilità.
Mentre Bruxelles emette sanzioni e denuncia violazioni della proprietà intellettuale, si trova intrappolata in una linea di “de-risking” che non affronta seriamente le sfide strategiche.
La campagna elettorale del 2022 ha portato a un dibattito acceso sulle possibili implicazioni di una vittoria di Giorgia Meloni per le relazioni transatlantiche.
Molti sostenevano che un suo successo avrebbe isolato l’Italia dagli Stati Uniti e complicato ulteriormente la già fragile alleanza. Eppure, a distanza di tempo, la realtà ha smentito questa narrativa.
Il governo italiano ha mantenuto una linea pragmatica, coerente con gli interessi strategici nazionali.
Il dialogo con Washington è rimasto saldo e non c’è stata messa in discussione del perimetro NATO, anzi, le iniziative relative all’Artico sono state inserite in un contesto di cooperazione alla sicurezza.
Il contrasto con l’attuale clima politico europeo è palpabile.
Quegli stessi ambienti progressisti che temevano una crisi nei rapporti transatlantici ora alimentano tensioni strutturali all’interno dell’Alleanza, contrapposto in modo ideologico a Trump e ignorando le implicazioni strategiche di lungo periodo.
Il linguaggio diretto e spesso scomodo di Trump costringe l’Europa a confrontarsi con le sue contraddizioni, mettendo in evidenza la distanza tra le élite politiche e una società che sente il peso delle dipendenze energetiche e delle fragilità strategiche.
È per questo motivo che una parte crescente dell’opinione pubblica guarda con attenzione a leader che parlano di sicurezza, sovranità e interessi concreti.
La Groenlandia non è un semplice feticcio politico, ma un nodo centrale nel confronto globale tra Occidente e blocco euroasiatico.
Trasformare questa evidenza in uno scontro ideologico significa indebolire l’Europa e rafforzare i suoi avversari.
L’unità occidentale è una necessità storica, non una concessione a Washington.
Ignorarla accelererebbe un declino che, sebbene evitabile dopo il ritorno di Trump, dobbiamo scongiurare.
È essenziale interrogarsi sul motivo per cui la sinistra, l’Unione Europea e i media mainstream continuano a giocare a favore dei nostri avversari.
Questa domanda racchiude le risposte indispensabili per il futuro dell’Europa e per la sua posizione nel mondo.
Le sfide che ci attendono richiedono un approccio pragmatico e coeso, in grado di fronteggiare le dinamiche globali senza cadere nella trappola dell’ideologizzazione.
In conclusione, la Groenlandia deve essere vista non solo come un territorio, ma come un simbolo delle sfide geopolitiche contemporanee.
La sua importanza strategica deve spingere le nazioni occidentali a unirsi per affrontare le future competizioni globali, piuttosto che dividersi in conflitti ideologici che non fanno altro che indebolire la nostra posizione nel mondo.
La sicurezza e il benessere delle nostre società dipendono dalla nostra capacità di riconoscere e affrontare le sfide strategiche con saggezza e determinazione.

Giovanni De Ficchy ; Giornalista e Scrittore esperto di Geopolitica ed economia ha prima di tutti pubblicato ” Geopolitica della Groenlandia: il sogno imperiale di Trump“

