Italia-Palestina: quando l’ignoranza diventa vanto politico
Di Michele Rignanese
C’è un momento, nella vita pubblica di una comunità, in cui non si può più far finta di niente. Quando parole pronunciate in un’aula istituzionale superano il limite della rozzezza e arrivano a calpestare la dignità umana, il silenzio diventa complicità.

È quanto accaduto nel Consiglio comunale di Calenzano (FI), durante la discussione di una mozione che chiedeva l’avvio del procedimento per un Patto di Amicizia tra il Comune e il Governatorato di Jenin, in Palestina. Un atto simbolico, certo, ma dal valore politico e umano evidente: riconoscere l’esistenza, la sofferenza e il diritto alla relazione di un territorio martoriato da decenni di conflitto. In quell’occasione, Monica Castro, coordinatrice comunale di Fratelli d’Italia, ha deciso di intervenire rivendicando apertamente la propria ignoranza come cifra politica: “Io un so nemmeno d’icché si parla”, “non vado nei posti dove soffrono”, “preferisco andare dove ci si diverte”. Non una battuta isolata, non un inciampo linguistico, ma una sequenza di frasi che costruiscono un messaggio preciso: il dolore altrui è un fastidio, la sofferenza non merita attenzione, la politica internazionale è una noia da scansare. Il tutto condito da un’ironia sguaiata, rivolta a “quelli poeretti”, “non riconosciuti”, “ridotti male”, con il tentativo finale — maldestro e offensivo — di rifugiarsi dietro la parola “scherzo”. Come se l’ironia potesse giustificare il disprezzo. Come se bastasse dire “sto ironizzando” per cancellare il vuoto culturale e umano di ciò che si è appena detto. Qui il problema non è l’accento toscano, né l’uso dialettale della lingua. Il problema è l’assenza totale di consapevolezza del ruolo che si ricopre. Un consigliere comunale non parla al bar, non intrattiene gli amici a cena: parla in un’istituzione democratica, rappresentando una comunità intera. E quando in quell’aula si dichiara di non sapere “a malapena dov’è la Palestina”, non si fa una figuraccia personale: si certifica un fallimento politico. E soprattutto si rivela qualcosa di più profondo: l’idea che l’ignoranza non sia una mancanza da colmare, ma un tratto identitario da rivendicare con orgoglio. Un messaggio pericoloso, perché legittima la rinuncia allo studio, all’ascolto, alla comprensione della complessità del mondo. Nessuno sostiene che tutti gli esponenti di Fratelli d’Italia siano così. Sarebbe falso e intellettualmente disonesto. Ma è altrettanto difficile ignorare come episodi di questo tipo emergano con inquietante regolarità proprio da quell’area politica. Negli anni abbiamo assistito a uscite razziste liquidate come “battute”, a nostalgie autoritarie archiviate come “provocazioni”, a insulti verso migranti, minoranze, poveri e fragili difesi come “libertà di espressione”. Dalla Lega a Fratelli d’Italia, fino alle formazioni ancora più a destra, il copione si ripete: si sdogana il disprezzo e poi lo si maschera da scherno. Non è un caso. È una cultura politica precisa, che considera la solidarietà una debolezza, la cooperazione internazionale una perdita di tempo, l’empatia un lusso da anime belle. Una cultura che preferisce “andare dove ci si diverte” piuttosto che confrontarsi con le ferite del mondo, purché lontane dai propri confini.
Il problema, allora, non è solo la Palestina. Non è solo Jenin. È l’idea stessa di politica come esercizio di responsabilità morale. Perché amministrare un Comune non significa occuparsi esclusivamente di marciapiedi e bilanci, ma anche scegliere quali valori rappresentare. E rifiutare persino simbolicamente un gesto di amicizia verso un popolo che soffre, deridendone la condizione, significa scegliere da che parte stare. Essere contrari a una mozione è legittimo. Argomentare nel merito è doveroso. Trasformare il Consiglio comunale in un palcoscenico dove si ride dei “poveretti” e si ostenta il proprio disinteresse per la sofferenza altrui, no. Quello non è dissenso politico: è miseria culturale. E finché simili episodi continueranno a essere minimizzati, derubricati a folklore o a “stile comunicativo”, il problema non sarà chi li denuncia, ma chi li tollera. Perché un Paese — e una comunità locale — che accetta l’ignoranza come valore e l’insensibilità come battuta sta lentamente rinunciando alla propria umanità.
