E il Dimenticato Amore Patrio

La storia è una dimensione complessa e stratificata, in cui eventi tragici si intrecciano con le narrazioni nazionali.

Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata rappresentano una ferita aperta nella memoria collettiva italiana, riflettendo non solo il dolore di milioni di persone, ma anche la manifestazione di un triplice odio che ha segnato un’epoca: odio etnico, ideologico e di classe.

Quest’analisi cerca di fare luce su questi sentimenti, abbracciando la nostalgia di una commemorazione – la Giornata del Ricordo – che si trova in un limbo di oblio.

Il Triplice Odio

L’odio etnico verso gli italiani in Istria e Dalmazia nasce da una complessa eredità storica.

Durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale e dopo, i confini politici e sociali si erano sfumati, e l’identità nazionale è diventata motivo di conflitto.

Gli italiani, percepiti come colonizzatori e oppressori, si sono trovati in una situazione di vulnerabilità, esposti all’ira di chi aveva subito le ingiustizie del regime fascista.

L’odio ideologico, d’altro canto, era radicato nel contesto della guerra fredda, in cui i comunisti sentivano il dovere di eliminare ogni forma di resistenza, anche quella legata a presunti fascismi

. Questo odio trovava espressione nelle violenze che culminarono nelle foibe, dove molti italiani furono gettati in queste cavità carsiche, vittime di un’ideologia che non tollerava sfide e dissidenze.

Infine, l’odio di classe verso i borghesi giuliani rifletteva una visione marxista radicale che demonizzava il ceto medio come simbolo di un sistema oppressivo e gerarchico.

La destabilizzazione economica e sociale, unita alla ricerca di un nuovo ordine, alimentava questa avversione, trasformando le rivalità preesistenti in una furia distruttrice.

Le foibe rimasero a lungo avvolte nell’omertà.

Ciò fu dovuto alle responsabilità che chiamavano in causa il PCI e una parte della resistenza nei massacri, all’esigenza di non compromettere i rapporti con la Yugoslavia di Tito, e al tabù imposto dalla cortina di ferro tra blocco occidentale e sovietico.

Ancora oggi è proibito dire che gli infoibatori erano comunisti e che anche il Pci italiano aveva contribuito a sostenere l’operazione foibe.

Nei documenti il Pci sosteneva che non si dovesse rinunciare a quella che veniva definita “la tattica delle foibe” (ovvero lo sterminio)

.Eppure la verità storica è chiara: le foibe furono una pulizia etnica pianificata e realizzata dai partigiani comunisti jugoslavi ai danni della popolazione italiana dell’Istria, del Quarnaro e della Dalmazia.

Un crimine orrendo che ha causato migliaia di morti e che per troppo tempo è stato taciuto o negato.

E il ruolo del Pci italiano in questa tragedia è una macchia indelebile sulla sua storia. Un ruolo che ancora oggi molti si ostinano a negare, ma che la documentazione storica inchioda inequivocabilmente.

L’Oblio della Giornata del Ricordo

In questo contesto, la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004, si propone di commemorare le vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

Tuttavia, questa ricorrenza si trova spesso relegata a un ruolo marginale nel panorama delle celebrazioni nazionali italiane.

Essa risulta orfana, in un calendario che sembra dimenticare il valore dell’amore patrio, un legame profondo con la propria terra e la propria identità.

A differenza di altre ricorrenze, come il 2 giugno, che si celebra il giorno della Repubblica, o il 25 aprile, festa della Liberazione, il 10 febbraio della Giornata del Ricordo non risuona profondamente nell’anima collettiva degli italiani.

È un giorno spesso ignorato, che si consuma tra dichiarazioni formali e commemorazioni superficiali, destinato a scivolare nell’oblio di una memoria scomoda.

La ragione di questa marginalizzazione può essere ricondotta a un disinteresse più ampio per la storia del XX secolo, una mancanza di volontà di confrontarsi con il passato.

Molti italiani, infatti, preferiscono non ricordare, perché il ricordo porta con sé il dolore e la divisione.

L’essenza della memoria collettiva, però, è proprio quella di affrontare il passato per costruire un futuro condiviso.

I ricordi istituzionali e mediatici della Shoah superano di gran lunga quelli delle foibe, sebbene l’olocausto coinvolga molteplici popoli e paesi.

I numeri delle vittime, si dice, sono imparagonabili.

La storia delle foibe assume grande rilievo, anche superiore alla stessa Shoah, se interpretata come il capitolo italiano del più vasto ciclo di vittime del comunismo mondiale, quantificabile in decine di milioni tra uccisioni in tempo di guerra e di pace.

Le Ricorrenze Nazionali e il Loro Significato

Le altre date nel calendario nazionale sembrano galleggiare, senza la forza di una celebrazione viva.

Date come il 4 novembre, dedicato alle Forze Armate, risultano più una formalità che un vero e proprio momento di unione.

E il 24 maggio, che un tempo celebrava l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, è ormai quasi dimenticato, ridotto a una nota nostalgica in un libro di storia.

Persino il 17 marzo, data simbolo dell’unità d’Italia, ha vissuto un’esistenza effimera, un’apparizione occasionale seguita da un silenzioso ritiro.

Quest’assenza di celebrazioni significative che parlano all’animo degli italiani denota una difficoltà a legarsi alla propria identità nazionale, a riconoscere le radici storiche che ci uniscono.

Il 25 aprile rimane l’unica giornata davvero festiva, tuttavia, essa è intrisa di ambiguità. Celebrare la Liberazione implica confrontarsi con un passato di lotte interne e divisioni, che continuano a suscitare rancori e polemiche.

Mentre alcuni vedono in essa un momento di unità, altri percepiscono un’ingiustizia per le vite perdute durante e dopo la guerra.

La necessità di fissare un ricordo nasce più dall’oblio incalzante, dalla mente labile e dal rischio di perderlo, che dall’amore o dalla premura.

Un ricordo vivido non necessita di celebrazioni o rituali.

Verso Una Celebrazione Dell’Amor Patrio

La mancanza di una celebrazione chiaramente dedicata all’amor patrio si fa sentire nel cuore della nostra società. Non esiste un momento dedicato a celebrare l’Italia, la sua cultura, la sua arte, la sua storia.

La mancanza di una festa che parli positivamente della comunità nazionale ci priva non solo di un’occasione di gioia, ma di un confronto necessario con il nostro passato.

Se da un lato è importante ricordare le sofferenze e le ingiustizie subite, dall’altro è fondamentale celebrare ciò che ci unisce come nazione.

Si potrebbe pensare a una giornata dedicata non solo ai caduti in guerra, ma a tutte quelle persone che hanno contribuito a costruire l’Italia come la conosciamo oggi, un’Italia pluralista e ricca di diversità.

Le foibe e l’esodo non possono essere semplicemente soffocati in una commemorazione isolata, ma devono diventare parte di una narrazione più ampia che abbraccia la storia italiana nel suo insieme.

È essenziale non solo riconoscere il triplice odio che ha generato atrocità, ma anche promuovere una cultura della memoria che celebri l’amor patrio, un sentimento che può fungere da ponte tra le diverse anime dell’Italia.

Riflettendo sulla Giornata del Ricordo e sulle altre ricorrenze, emerge un desiderio collettivo di costruire una memoria condivisa, capace di connettere le generazioni passate con quelle future.

Solo attraverso la comprensione e il riconoscimento dei nostri errori possiamo aspirare a un futuro di pace, unità e identità condivisa, dove l’Italia possa finalmente celebrare se stessa senza riserve né oblii.

L’Italia, dalla storia millenaria, trasforma la sua sovrabbondanza di eventi in oblio: la memoria antica si rovescia in amnesia. “Scurdammoce o’ passato” diviene così l’unico inno nazionale, un patto di dimenticanza che ci unisce.

Di Admin

Rispondi

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere