
Il dibattito sul blocco dello Stretto di Hormuz spesso si focalizza sugli aspetti geopolitici, energetici e militari della questione, ma raramente si evidenzia con altrettanta chiarezza la violazione del diritto internazionale da parte del regime di Teheran.
È fondamentale riprendere questo aspetto perché il rispetto delle norme internazionali è alla base della stabilità globale e della sicurezza delle rotte marittime strategiche.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno degli snodi marittimi più importanti al mondo, attraverso il quale transita una quota significativa del petrolio mondiale.
Questa rilevanza strategica non deve però giustificare unilateralismi che ignorano i diritti degli altri Stati e la normativa condivisa internazionale.
In primo luogo, va ricordato che lo Stretto non appartiene in esclusiva all’Iran: infatti, sulle sue rive si trovano oltre all’Iran stesso, anche gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman.
Questa tripartizione conferisce a ciascuno di essi diritti sovrani su porzioni del tratto acqueo, che il regime di Teheran non può semplicemente eludere o negare.
Il regime internazionale degli Stretti, sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) e da altri accordi internazionali, fornisce un quadro chiaro sulla libera navigazione nelle zone strette come quella di Hormuz, garantendo che le navi di tutti gli Stati possano transitare senza ingiustificate restrizioni, a meno che non provengano da paesi in stato di belligeranza.
A differenza del Canale di Suez, che è completamente sotto sovranità egiziana e regolato da una specifica convenzione del 1888 (Convenzione di Costantinopoli), lo Stretto di Hormuz non è un’infrastruttura artificiale ma un passaggio naturale transfrontaliero soggetto a norme internazionali che tutelano l’interesse collettivo.
Il paragone spesso fatto tra i due passaggi, tipicamente per giustificare le richieste iraniane di pagamento per il passaggio, è quindi erroneo e fuorviante.
Qualsiasi tentativo di imporre tasse o pedaggi da parte dell’Iran sarebbe illegale secondo il diritto internazionale marittimo, esponendo Teheran a critiche legittime e, potenzialmente, a sanzioni internazionali.
Inoltre, queste azioni minano la fiducia nella comunità internazionale e rischiano di provocare tensioni ulteriori in una regione già complessa.
Un altro aspetto poco trattato nel discorso pubblico consiste nel ricordo dei diritti sovrani di Oman ed Emirati Arabi Uniti, che spesso vengono esclusi dal confronto mediatico e diplomatico.
Ignorare questi paesi significa non riconoscere la reale composizione geopolitica dello Stretto e la necessità di una gestione multilaterale e rispettosa delle peculiarità regionali.
Un blocco generalizzato deciso unilateralmente da Teheran può dunque essere interpretato come una forma di aggressione non solo verso la libertà di navigazione internazionale ma anche verso questi Stati che hanno interessi diretti e legittimi nell’area.
Per queste ragioni è importante sottolineare, con rigore e trasparenza, che il regime iraniano agisce in chiara violazione delle regole internazionali quando minaccia o impone un blocco allo Stretto di Hormuz, cercando di trasformare un passaggio marittimo aperto e condiviso in un proprio strumento di pressione politica ed economica.
La comunità internazionale deve continuare a ribadire questa verità, non solo per tutelare la libertà di navigazione, ma anche per difendere il principio di legalità internazionale che è alla base della convivenza pacifica tra Stati.
Solo mantenendo alta l’attenzione su questi principi e includendo nei dialoghi internazionali tutti i soggetti interessati – Iran compreso, ma nel rispetto delle norme – si potrà sperare in soluzioni durature che assicurino sicurezza, stabilità e prosperità in una delle regioni più delicate del pianeta.
In ultima analisi, lo Stretto di Hormuz deve restare una via libera e non diventare mai una leva per imposizioni illegittime.
Solo così si può garantire un futuro di cooperazione e pace nel Golfo Persico e oltre.
