La fine della Prima Repubblica italiana è un tema complesso e controverso, spesso collocato nel tempo intorno alle grandi trasformazioni politiche ed economiche degli anni ’90.

Tuttavia, secondo l’economista Antonino Galloni, la vera cesura cruciale risiede in un evento che anticipa di oltre un decennio quella data: il cosiddetto «divorzio» tra il Tesoro e la Banca d’Italia, avvenuto nel 1981.

Questa separazione, sostiene Galloni, segnò la fine del controllo politico sull’economia nazionale e diede inizio a una serie di processi che avrebbero determinato il progressivo declino industriale dell’Italia, l’aumento insostenibile del debito pubblico e la perdita di sovranità economica.



Il «divorzio» tra Tesoro e Banca d’Italia fu formalmente la fine di un regime di collaborazione che aveva garantito al nostro Paese stabilità finanziaria e crescita industriale per decenni.


Ciampi e Andreatta

Prima di quell’anno, infatti, la Banca d’Italia acquistava direttamente i titoli di Stato, permettendo così al governo di finanziare la spesa pubblica a costi contenuti e con un certo grado di autonomia dalle pressioni dei mercati internazionali.

Questo meccanismo ha rappresentato il pilastro che ha consentito all’Italia di diventare la quinta potenza industriale mondiale, la quarta manifatturiera, con livelli di occupazione in crescita e un tessuto produttivo robusto e competitivo.

Galloni, inserito nella sinistra sociale della Democrazia Cristiana e docente all’Università Cattolica di Milano, denunciò fin da subito i danni che quel mutamento avrebbe provocato.

Era sostenuto da figure di spicco come Federico Caffè, Carlo Donat-Cattin e Bettino Craxi, e disponeva di un forte sostegno anche in ambienti del Partito Comunista, seppure questo tentativo fu poi bloccato.

L’allarme riguardava soprattutto l’imminente esplosione del debito pubblico, destinato a raddoppiare e a superare il Pil, e il crescente tasso di disoccupazione giovanile, che sarebbe salito oltre il 50%. Un quadro destinato a segnare la stagnazione economica e la crisi sociale.

Nonostante le forti opposizioni, sia politiche che accademiche – in particolare da parte della Bocconi, della Fondazione Agnelli, della Fiat e di Confindustria –, Galloni tentò di invertire la rotta, proponendo il ritorno a un regime di collaborazione fra Tesoro e Banca d’Italia.

Le sue idee però scontrarono una feroce resistenza interna ed esterna: anche la stessa banca centrale temeva di perdere autonomia e subì pressioni significative da forze politiche e industriali contrarie.

Il suo intervento alla guida del ministero del Bilancio, sollecitato da Andreotti e guidato dal ministro Paolo Cirino Pomicino, si concluse bruscamente dopo pressioni internazionali, in particolare tedesche, che lo vedevano come una minaccia agli accordi mirati a ridimensionare il ruolo economico italiano in favore del progetto europeo dominato da Francia e Germania.

In questo contesto internazionale, la riunificazione tedesca fu permessa grazie a un accordo tra Helmut Kohl e François Mitterrand, che prevedeva l’adozione di una moneta unica europea e la svalutazione continua di lire, franchi e marchi. Questa decisione era funzionale a indebolire la competitività industriale italiana, favorendo le economie tedesca e francese.

L’Italia fu pertanto privata della capacità politica di indirizzare gli investimenti pubblici e di mantenere un controllo stabile sulla sua economia, a vantaggio di monopoli e gruppi industriali privati, fra cui Mediobanca e Confindustria, favorevoli a una massiccia privatizzazione del settore pubblico.

La storia di queste privatizzazioni rivela un aspetto ancora più profondo del declino: esse non furono semplicemente una strategia per combattere corruzione e clientelismo, come ufficialmente dichiarato, bensì un progetto sistematico di smantellamento del modello industriale italiano, accompagnato da una progressiva perdita di sovranità politica.

Craxi, per esempio, si oppose fermamente alla svendita delle imprese statali e dei servizi pubblici, pagando con la propria marginalizzazione politica e personale, culminata nell’operazione Mani Pulite e nella dissoluzione della Prima Repubblica.



Secondo Galloni, la fine della Prima Repubblica coincide quindi con l’imposizione di un sistema economico e politico che delegittimò la capacità dello Stato di controllare la propria politica industriale e fiscale.

Le conseguenze sono visibili ancora oggi: una crisi industriale lunga, una disoccupazione strutturale, un debito pubblico fuori controllo e un paese incapace di progettare autonomamente il proprio futuro.

Questo processo fu accompagnato da un progressivo isolamento politico, che portò l’Italia a perdere rilevanza internazionale e a dover scegliere tra la continua decadenza o una radicale revisione degli assetti europei, con la prospettiva di un’Europa più ampia, inclusiva e dialogante.

Le sfide attuali, secondo Galloni, richiedono uno sforzo collettivo volto a ripensare il modello di sviluppo italiano ed europeo, superando le logiche di dipendenza e subordinazione che hanno caratterizzato gli ultimi quarant’anni.

Solo tornando a un protagonismo politico ed economico condiviso, che metta al centro la sovranità e il benessere dei cittadini, sarà possibile invertire una tendenza che ha portato all’indebolimento della nostra industria e al deterioramento delle condizioni sociali.

La testimonianza di Antonino Galloni rappresenta dunque una lettura critica e fondamentale della storia recente italiana, invitandoci a riflettere sulle radici profonde della crisi che ha investito il nostro Paese e sulle strade da percorrere per costruire un futuro più solido e autonomo.

La Prima Repubblica, lungi dall’essere finita nel ’92, inizia nel 1981 un lento ma inesorabile declino che ancora oggi condiziona il destino della nazione. Riprendere consapevolezza di questa verità storica potrebbe essere il primo passo per invertire la rotta e rilanciare un’Italia capace di riconquistare la propria centralità nel panorama europeo e globale.

Di Admin

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