
Silvia Salis è sindaca di Genova da quasi undici mesi, un tempo sufficiente per trasformare idee in azioni, progetti in realtà, speranze in risultati. Eppure, guardando la città, si ha l’impressione di una fermata forzata in doppia fila: Genova è lì, immobile, mentre il cronometro della sua amministrazione corre avanti senza sosta. Come se il sindaco fosse a dirigere un’orchestra muta o a fare karaoke senza microfono. La sicurezza percepita è così bassa che persino i piccioni sembrano evitarsi tra di loro per paura; le risposte concrete, quelle che tutti aspettavano con ansia, si sono volatilizzate più rapidamente di una promessa elettorale in campagna; e i cantieri? Ah, i cantieri! Si sentono solo come leggende metropolitane, miti urbani tanto mitici quanto irreperibili – neanche un binocolo riesce a scorgere un metro cubo di cemento fresco o una segnaletica nuova.
In compenso, la città si è trasformata nel palcoscenico perfetto per passerelle, eventi glamour e qualche balletto in piazza. Scenografie impeccabili, luci, sipari e retroscena patinati: Genova sembra più un set cinematografico che un luogo dove le persone vivono e lavorano. Ecco, almeno per questo Silvia Salis può vantarsi: nel teatro dell’apparenza, è regina incontrastata, con una coreografia che irrita chi cerca soluzioni e non selfie. Il problema? Genova non è un palco. Non è un festival di moda o uno show televisivo. È una città reale, con problemi veri, bisogni impellenti e cittadini che vorrebbero un governo vero, non una compagnia di figuranti.
Amministrare significa prendere decisioni, spesso scomode e impopolari, ma necessarie. Non è fare passerelle, non è improvvisare battute o cercare l’applauso facile. È governare, cioè scegliere, pianificare, mettere in moto i meccanismi della città. Qui la domanda non è più ironica: è una realtà nuda e cruda, che pesa come un macigno sul tavolo della politica genovese. Silvia Salis è davvero del mestiere, l’artigiana esperta del governo cittadino? Oppure sta ancora cercando il copione, sperando che qualcuno le dica quando entrare in scena e cosa dire? Perché gli undici mesi sono passati, ma Genova resta parcheggiata in doppia fila, in attesa di un regista che sappia davvero dirigere il film del cambiamento. Fino ad allora, la città continuerà a recitare quel ruolo triste e improvvisato di spettatrice scontenta, mentre le luci si abbassano e il tempo continua a scorrere, implacabile e indifferente.
