Nessuna vacanza per la tirannia: quattro condannati a morte. La macchina tirannica di Teheran non si è fermata nemmeno durante le antiche celebrazioni del Nowruz, il capodanno iraniano, con la condanna a morte di quattro giovani manifestanti

Nel mezzo di un Iran lacerato da profonde tensioni e una repressione sempre più feroce, la storia di Saleh Mohammadi si fa sentire come un dramma simbolico che mostra l’orrore di un sistema che punisce con la morte la libertà di parola.

Non era solo un giovane campione di lotta greco-romana, vincitore di una medaglia di bronzo alla Coppa Internazionale Saytiev a Krasnoyarsk nel 2024; Saleh rappresentava le speranze di una nuova generazione che voleva cambiamento e giustizia in un Paese dove il dissenso è spesso visto come un crimine capitale.

Il 19 marzo 2026, a pochi giorni dal suo diciannovesimo compleanno e nella vigilia del Nowruz, il Capodanno persiano, Saleh è stato impiccato pubblicamente nella città sacra di Qom insieme ad altri due giovani: Mehdi Ghasemi e Saeed Davoudi, entrambi ventunenni.

Queste esecuzioni non sono state un semplice atto punitivo ma un messaggio chiaro e crudele da parte delle autorità iraniane intenzionate a intimidire e annientare chiunque osi opporsi al regime o partecipare alle proteste che hanno animato l’inverno del 2026.

Saleh, Mehdi e Saeed erano accusati di reati gravissimi come il qisas – vendetta in natura che si traduce in pena capitale – per presunto coinvolgimento nell’uccisione d’un agente durante le manifestazioni dell’8 gennaio a Qom e moharebeh ovvero “inimicizia contro Dio” in relazione all’uso d’armi da taglio durante incontri clandestini.

Tuttavia dietro queste accuse si cela una vera macchinazione giudiziaria: nessuno d loro ha avuto accesso a processo equo né ha potuto scegliere avvocato per difesa adeguata.

Le confessioni che hanno portato alla loro condanna sono state estorte sotto torture fisiche e psicologiche indicibili evidenziando ancora una volta la brutalità con cui il sistema iraniano reprime la dissidenza.

La storia di questi tre ragazzi non è un caso isolato ma segue una brutta abitudine ben nota nel sistema legale iraniano.

I prigionieri politici, spesso messi dentro per aver solo protestato pacificamente, passano attraverso processi veloci della durata di pochi minuti, condannati senza prove vere e piegati da violenze sistematiche.

Gruppi come Iran Human Rights Monitor dicono che queste esecuzioni fanno parte di una strategia vera e propria “eliminazione fisica degli avversari politici”, fatta con sempre più ferocia.

Le statistiche sulla pena di morte in Iran sono preoccupanti: nel 2025 sono state registrate 1.639 impiccagioni mentre nei primi quattro mesi del 2026 già 650 persone sono state giustiziate.

Si tratta d numeri scioccanti ch testimoniano l’uso massiccio della pena capitale non solo per reati comuni come omicidio o traffico d droga ma soprattutto come strumento d controllo politico e intimidazione.

In un contesto internazionale distratto dalle crisi globali e dai conflitti, il regime iraniano ha approfittato per intensificare la repressione interna, silenziare le voci critiche e perpetuare una violazione sistematica dei diritti umani fondamentali.

Tra il 30 marzo e il 6 aprile 2026, almeno dieci prigionieri politici sono stati giustiziati in Iran.

Tra di essi ci sono detenuti con lunghi trascorsi carcerari e giovani condannati per la loro partecipazione attiva alle rivolte nazionali.

Questi uomini e donne rappresentano il coraggio di chi non ha mai smesso di lottare per la libertà anche a costo della vita.

Oggi mentre Saleh Mohammadi e i suoi compagni sono stati portati via con la forza della violenza e dell’ingiustizia, il loro ricordo illumina la strada di chi continua a sperare in un Iran libero.

La loro storia ci chiama a non dimenticare, a denunciare e a mobilitarci contro questo massacro dei diritti umani perché ogni voce spezzata ogni giovane talento soffocato dalla paura e dalla repressione è un monito doloroso: la battaglia per la dignità ed libertà in Iran è tutt’altro che conclusa ed è nostra responsabilità ascoltarla ed sostenerla con forza.

Di Admin

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