Un intreccio di mafia, guerra e politica Era l’alba del 12 maggio 1942 quando Lucky Luciano, Salvatore Lucania all’anagrafe, si svegliò di soprassalto nella sua prigione dorata.

Da sei anni detenuto, venne informato del suo trasferimento al carcere di Great Meadow a Comstock, a circa cento chilometri da Albany.

Quella mattina segnò una svolta inattesa nella vita del boss mafioso: dietro quel trasferimento apparentemente burocratico si celava un nuovo ruolo, quello di collaboratore con la Marina Militare degli Stati Uniti nel pieno della Seconda guerra mondiale.

Per Luciano si aprivano così le porte di una nuova vita, una sorta di rinascita ufficiale grazie alla sua anomala collaborazione nella lotta contro il nemico.

Al centro delle preoccupazioni dei vertici della Marina statunitense vi era la crescente efficacia dei sottomarini tedeschi che dal 7 dicembre 1941 al 28 febbraio 1942 avevano affondato ben 71 mercantili lungo la costa atlantica americana.

Un drammatico successo militare reso possibile dall’attività di spie e informatori che fornivano informazioni sulle partenze dal porto di New York: un colpo durissimo all’economia e allo sforzo bellico degli Alleati.

Proprio qui entrava in gioco Luciano, la persona perfetta per porre un argine a queste infiltrationi. Il boss mafioso aveva infatti orchestrato in passato una alleanza tra Cosa Nostra e la criminalità ebraica newyorchese; ora che gli ebrei erano perseguitati dai nazisti questa alleanza assunse una connotazione quasi paradossale: un “abbraccio tra diavolo e acquasanta” che permetteva ai criminali un impegno visto come positivo nella guerra contro il fascismo.

Per tutto il 1942 Luciano ricevette in cella una fitta serie di visite da parte di membri della mafia libera e funzionari della Marina militare rappresentanti del comandante Haffenden.

Frank Costello, Meyer Lansky ,Willy Moretti ,Mike Lascari, ed altri mafiosi furono coinvolti nella missione per proteggere i porti dagli attentati ed i sabotaggi nemici.

Luciano impose condizioni che legittimavano la mafia come attore riconosciuto dello sforzo bellico autorizzando l’uso di metodi spiccioli ma efficaci per garantire sicurezza nei porti.

Questo patto fu esteso anche ad altri boss come Joe Adonis Albert Anastasia Jack Parisi ed Anthony Romeo confermando il ruolo chiave della criminalità organizzata nell’organizzazione militare statunitense.

Con la sicurezza dei porti affidata alla mafia, la Marina militare chiese a Luciano una rete di informatori anche in Sicilia, in vista di un’imminente operazione militare: lo sbarco alleato sull’isola.

Qui la figura di Luciano si fece ancor più strategica: contattare personaggi influenti di Cosa Nostra, capaci di fornire informazioni, supporto logistico e garanzie di controllo territoriale in un contesto ostile e complesso.

Le condizioni politiche e sociali della Sicilia, profondamente radicate nella presenza mafiosa, fecero sì che la collaborazione fosse quasi naturale.

Earl Brennan, dirigente della Secret Intelligence, cominciò a visitare regolarmente la cella di Luciano per pianificare questa nuova alleanza.

L’operazione Husky, nome in codice dell’invasione della Sicilia, fu preparata con uno sforzo senza precedenti: 160.000 soldati angloamericani supportati da 4.000 aerei e 2.775 unità navali tra cui due portaerei contro 400.000 soldati italo-tedeschi.

La rapidità dello sbarco e la successiva avanzata furono rese possibili anche grazie al lavoro oscuro dell’OSS (Office of Strategic Service), il servizio segreto americano che collaborò strettamente con la mafia tramite gli interlocutori designati da Luciano.

Joe Adonis suo rappresentante organizzò un gruppo di circa cento mafiosi originari della Sicilia messi in contatto con gli ufficiali dell’OSS Paul Alfieri e Anthony Marzullo; questi uomini fornirono preziose informazioni su posizioni nemiche vie di comunicazione e persino indicazioni su chi in Sicilia potesse essere un alleato affidabile.

Un documento chiave fu la lista redatta da Luciano comprendente circa 850 nomi di mafiosi siciliani su cui gli Alleati avrebbero potuto contare dopo lo sbarco; tra questi figuravano nomi noti come Genco Russo Paolino Bontade Tommaso Buscetta Pippo Calò Lucio Tasca e Giuseppe Navarra figure di primo piano che avrebbero avuto un ruolo politico anche nel dopoguerra spesso affiliati al Movimento per l’Indipendenza Siciliana (MIS).

Con gli Alleati arrivarono anche altri boss come Albert Anastasia e Vito Genovese già conosciuti dalle autorità americane.

Questa alleanza tra mafia e forze alleate produsse risultati tangibili; gli angloamericani avanzarono rapidamente da Gela a Catania in soli 26 giorni mentre gli americani raggiunsero Palermo in appena 12; la collaborazione mafiosa contribuì non solo all’efficacia militare ma anche al controllo civile del territorio facilitando il passaggio alla nuova amministrazione e garantendo una certa stabilità in una fase delicata.

Ma, il legame tra politica e mafia mostrò subito la sua faccia strana e pericolosa.

Il 16 settembre 1944, a Villalba, durante un comizio politico del capo regionale del Partito Comunista Italiano Giordano Li Causi, un gruppo di mafiosi sparò sulla gente e lanciò bombe, ferendo gravemente quattordici persone.

Questo fatto fu un brutto segnale delle tensioni che avrebbero segnato la Sicilia dopo la guerra, mostrando come il potere mafioso fosse molto profondo e capace di influenzare la politica locale con la violenza.

La collaborazione tra mafia e forze alleate, anche se aveva aiutato a vincere contro il fascismo e a far andare bene lo sbarco in Sicilia, lasciò così un’eredità controversa e complessa.

Essa sancì il ritorno della mafia come un attore sociale e politico di rilievo nell’isola, capace di integrare metodi criminali con obiettivi strategici nazionali e internazionali.

Il ruolo di Lucky Luciano e di figure come Vito Genovese si rivelò quindi fondamentale non solo per il corso della guerra ma anche per le dinamiche della Sicilia e dell’Italia del dopoguerra segnando un capitolo cruciale ed ancora oggi dibattuto nella storia italiana.

Di Admin

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