Una festa di legittimazione politica

a e non di vera liberazione Da decenni, il 25 aprile è celebrato in Italia come la Festa della Liberazione, il giorno in cui si ricorda la fine dell’occupazione nazifascista e il ritorno alla democrazia.

Tuttavia, questa narrazione è largamente costruita su un mito che serve più a legittimare una certa visione politica che a onorare realmente quel che accadde.

L’affermazione che il 25 aprile piaccia solo ai comunisti perché è la festa della loro legittimazione non è provocazione vuota ma analisi lucida del ruolo che questo evento riveste nel panorama politico italiano.

Il mito fondativo della sinistra italiana Il 25 aprile è divenuto un rito fondativo della sinistra, simbolo che conferisce una sorta di “nobiltà morale” a chi se ne reclama erede.

Come il mito della fondazione di Roma o le antiche primavere sacre dei popoli pre-romani, la festa non celebra solo un fatto storico ma crea un racconto che serve a costruire un’identità politica.

In questo senso non è mai stato semplicemente il giorno della liberazione dell’Italia bensì un momento rituale che sancisce il primato della sinistra nella narrazione della Resistenza.

Per coloro che si schierano su questa linea politica, il 25 aprile non rappresenta soltanto la vittoria contro il nazifascismo ma è un passaporto per l’autorità morale e politica; elemento imprescindibile della propria identità storica e culturale.

Ecco perché criticarlo o ignorarlo viene spesso visto come affronto o provocazione: si tocca terreno sensibile che va al di là della semplice commemorazione.

La Resistenza: un’impresa collettiva e internazionale La realtà storica è molto più complessa e articolata.

La Liberazione dell’Italia fu risultato di una combinazione di fattori tra cui resistenza interna certo ma soprattutto impegno internazionale di proporzioni epiche.

Gli Alleati—americana inglese polacca indiana canadese e numerosi altri paesi—furono decisivi nello sconfiggere dittatura e occupazione.

La vittoria non fu affatto una “lotteria” vinta da pochi italiani ma uno sforzo comune popoli e nazioni unite per libertà.

Eppure nella narrazione ufficiale del 25 aprile questa dimensione internazionale tende a essere minimizzata o dimenticata.

Si preferisce concentrare l’attenzione sulla Resistenza “italiana”, con protagonisti che spesso coincidono con figure riconducibili alla sinistra e al comunismo.

Questo non solo riduce la complessità storica ma alimenta una visione egemonica monopolizza ricordo nega spazio ad altre letture o interpretazioni. Il controllo simbolico e l’esclusività

Un altro segnale del carattere politicizzato del 25 aprile è dato dal modo in cui viene gestito e celebrato: chi si presenta a una manifestazione con simboli o bandiere non “approvate” dal clero della Resistenza rischia di venire allontanato.

Questa rigidità testimonia come la festa sia meno un momento di inclusione e memoria collettiva, e più un’occasione per marcare un territorio politico preciso.

Il tentativo di escludere chi non si conforma a questa narrazione non fa bene al confronto democratico e alla comprensione storica.

Al contrario, alimenta divisioni e impedisce un discorso pluralista sulle vicende passate, trasformando la celebrazione in una sorta di “operazione di marketing politico” fatta per rafforzare l’immagine di un gruppo che si considera depositario unico della memoria e della virtù storica.

L’indifferenza come risposta In conclusione, chi non si riconosce in questa impostazione può scegliere una via differente.

Non ha senso partecipare alle polemiche sterili sul perché si festeggia o meno il 25 aprile, né cercare di smontarne o difenderne strenuamente la centralità politica.

Piuttosto, può risultare più efficace il rifiuto silenzioso, l’indifferenza totale verso un rito che ormai ha il sapore stantio di un’egemonia autoreferenziale.

Il disprezzo più potente non si esprime sempre con la contestazione rumorosa ma con il semplice ignorare un avvenimento che nella sua forma attuale rappresenta più un simbolo politico da conservare e difendere a tutti i costi che il ricordo sereno e condiviso di una pagina importante della storia nazionale.

Il 25 aprile quindi si configura come mito politico-strategico espressione potere simbolico che ha poco a che vedere con celebrazione schietta plurale della democrazia nata dalla lotta contro nazifascismo. Comprendere questo permette oltrepassare discussioni convenzionali avvicinarsi riflessione più matura distaccata capace riconoscere diversi contributi superare egemonia racconto unico parziale.

Di Admin

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