Ah, gli anni ’90!

Un decennio iconico, un’epoca d’oro che ha lasciato un segno indelebile nella cultura pop mondiale: dal cinema che ancora oggi tarpa le ali dell’immaginazione, alle colonne sonore che ancora fanno battere il cuore, fino a quel fenomeno economico-sociale che ha trasformato il nostro Paese in un campo di battaglia ideologico: la danza scellerata delle privatizzazioni. Ricordate quei giorni spensierati?

Quando l’idea che vendere asset pubblici fosse la panacea di tutti i mali economici girava come il ritornello di una canzone estiva?

Siamo stati forse troppo ingenui o semplicemente troppo speranzosi, convinti che lasciare che il settore privato prendesse in mano le redini di sociali giganti come Telecom Italia, ENEL e Alitalia avrebbe magìa risolto ogni problema.

Bene, fermiamoci un attimo e riflettiamo: cosa ci ha lasciato davvero questa stagione di “avventure economiche”?

Se esistesse un’agenzia di consulenza chiamata “Cattive Idee Inc.”, l’Italia degli anni ’90 sarebbe stata il suo progetto più ambizioso e remunerativo.

L’ipotesi di fondo sembrava tanto semplice quanto seducente: trasferire le aziende pubbliche – veri e propri simboli dell’orgoglio nazionale – al settore privato, con l’obiettivo dichiarato di migliorarne l’efficienza, abbassare il debito pubblico e naturalmente offrire servizi migliori ai cittadini. Su carta sembrava un’operazione così pulita che chiunque poteva prestarvi fede.
Ma la realtà fu ben diversa.

Nel corso degli anni invece di sorridere davanti a un miracolo economico abbiamo assistito all’instaurarsi di un debito pubblico robusto e persistente che come un ospite scomodo si è stabilito nelle nostre casse senza alcuna fretta di andarsene.

Le bollette della luce?

Un tempo semplice spesa necessaria dopo le privatizzazioni sono diventate quasi delle opere d’arte contemporanea: tanto belle da guardare quanto incomprensibili da pagare.

E Alitalia?

Oh Alitalia!

Simbolo di un trasporto pubblico che ha saputo trasformare ogni volo in un’esperienza di pazienza e perseveranza tra ritardi degni di un film tragicomico e un caffè che somigliava più a un esperimento chimico fallito.
Se lo scopo era fare dei cittadini consumatori pazienti allora la missione è stata compiuta alla perfezione. Ma chi avrebbe mai pensato che l’efficienza promessa potesse essere così… sfuggente?

Oggi l’Italia si ritrova immersa in un quadro surreale: un debito pubblico che cresce quasi fosse un mostro in un film horror una crescita economica che sembra tesoro nascosto nel profondo d’un mercatino dell’usato ed tassi disoccupazione continuano ad arrampicarsi come atleti olimpici alla ricerca nuovi record.
La narrazione ufficiale però preferisce disegnare questo scenario come un’opera d’arte contemporanea dove il caos non è solo un elemento ma il cuore pulsante.

E i servizi pubblici?

Dopo le privatizzazioni sono diventati un puzzle scolorito con pezzi sparsi e difficili da ricomporre.

Le fusioni e acquisizioni hanno riguardato solo quei settori in cui il profitto era assicurato; il resto dalla sanità ai trasporti è stato spesso lasciato al degrado come un vecchio amico dimenticato.

La sanità pubblica dovrebbe rappresentare una delle più sacre conquiste civili si è trasformata in un’arena dove la competizione per ottenere un servizio dignitoso è diventata la norma.

E i trasporti pubblici?

Chiunque abbia preso un treno sa che l’attesa sembra un miraggio, un sogno da cui ci si sveglia bruscamente magari sotto la pioggia con il tempo che scappa e la rabbia che monta.

Pagare per un servizio inefficiente ha davvero un fascino tutto particolare!

Mentre l’Europa ci osserva con un misto di compassione e incredulità noi italiani continuiamo a navigare in questo mare agitato aggrappandoci a uno slogan che ormai rischia di suonare come un mantra vuoto: “andrà tutto bene”.

Perché in fondo mantenere un atteggiamento ottimista è fondamentale anche quando il panorama economico sembra più simile a un incubo collettivo che a una favola positiva.

E non dimentichiamo il tema caldo per eccellenza: il debito pubblico.

Un argomento che dall’epoca delle privatizzazioni è stato più o meno esplicitamente relegato al rango di tabù, una questione “politicamente scorretta” da affrontare con paura e reticenza.

Ogni governo che si è susseguito ha tentato di invertire la rotta ma ogni tentativo è stato soltanto una dolce melodìa fatta di promesse rinnovate e mai realizzate.
Così eccoci qui protagonisti di una commedia romantica economica che cerca disperatamente il lieto fine mentre dall’altra parte della scrivania l’analista finanziario sorride sarcastico come a dire “ve l’avevo detto”.

Le privatizzazioni degli anni ’90 sono state maremoto ha agitato le acque del nostro sistema economico in modo così violento che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

L’idea di far crescere il mercato cedendo patrimoni pubblici spesso a prezzi ridicoli non ha prodotto i frutti sperati. Il risultato?

Debito pubblico alle stelle e servizi che lasciano molto a desiderare facendoci rimpiangere ciò che avevamo prima.

La lezione che questi decenni ci hanno impartito è chiara: vendere il futuro per guadagno immediato non è mai stata buona idea.
Ma, ecco il lato positivo abbiamo accumulato storie esilaranti da raccontare aneddoti che sfiorano l’assurdo e se non fossero tragici potrebbero essere materia per una sit-com.

E allora con buona dose di sarcasmo e sana nostalgia possiamo solo sperare questa volta le lezioni siano davvero state apprese e si mettano in campo soluzioni concrete non slogan vuoti da campagna elettorale.
Intanto, continuiamo a ripeterci che andrà tutto bene, sperando non sia un modo per abituarci a un sistema inefficiente.

Perché la vera satira, quella più amara, si nasconde proprio nella triste realtà di ciò che avremmo potuto avere e che invece ci è stato sottratto.

Gli anni novanta ci hanno insegnato molto: forse, questa volta, tocca a noi imparare davvero.

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