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Stasi verso la revisione e il conto miliardario che lo Stato dovrà pagare
La storia giudiziaria di Alberto Stasi è uno dei capitoli più controversi e dolorosi della criminologia italiana recente.
Per diciannove anni, tra processi, assoluzioni, condanne e clamorose sentenze, un unico dato sembrava saldo: Alberto Stasi era l’assassino di Chiara Poggi.
Oggi però quel castello accusatorio costruito attorno a una serie di indizi dichiarati “gravi precisi e concordanti” manifesta profonde crepe fino a rischiare il completo crollo.
La svolta che potrebbe riaprire un caso simbolo dell’errore giudiziario italiano è arrivata da un nuovo esame medico-legale in grado di ribaltare l’intera cronologia degli eventi e con essa il destino di Stasi.
L’ora della morte: un nuovo orologio sul delitto Per undici anni la Giustizia aveva cristallizzato l’ora della morte di Chiara Poggi tra le 9.12 e le 9.35 del 13 agosto 2007; un intervallo cruciale perché coincideva con un cosiddetto “buco” nell’alibi di Alberto Stasi.
Quei ventitré minuti erano stati indicati come la finestra temporale in cui sarebbe avvenuto l’omicidio nella villetta di via Pascoli a Garlasco luogo simbolo di un processo mediatico e giuridico senza precedenti.
Stasi secondo i giudici della Cassazione non riusciva a spiegare cosa avesse fatto esattamente in quei minuti diventando dunque il sospettato principale.
Oggi però entra in scena la consulenza firmata dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo luminare nel campo delle perizie medico-legali che ha aggiornato e corretto la datazione della morte: Chiara Poggi sarebbe stata uccisa molto più tardi tra le 10.30 e le 12.00 con un picco di probabilità concentrato fra le 11.00 e le 11.30.

Un’ora intera non semplici minuti sufficiente a utilizzare nuove prove alibi che confermano come Stasi fosse a casa sua impegnato a scrivere la tesi universitaria nel pieno della preparazione per la laurea.
Non poteva dunque essere presente sulla scena del crimine nel momento fatale.
Questa revisione cronologica rappresenta un terremoto probatorio: senza la possibilità fisica di essere presente all’ora critica ogni accusa a suo carico perde terreno.
I pedali e il sangue: quando le prove scientifiche si sgretolano
Gli indizi che avevano segnato la condanna di Stasi non riguardavano solo quell’“intervallo fatale”, ma anche una serie di tracce materiali rinvenute nell’abitazione di Chiara Poggi e sui suoi oggetti personali. Tra questi, la prova regina per anni è stata il ritrovamento di tracce genetiche della vittima sui pedali della bicicletta di Stasi.
Nel 2015 questa evidenza era stata citata come una conferma schiacciante della colpevolezza Tuttavia, nuove analisi hanno messo in dubbio persino questo elemento chiave.
Le ultime misurazioni portate alla luce dagli esperti hanno rivelato che la quantità di materiale genetico di Chiara sui pedali è identica fino ai decimali a quella presente su un semplice cucchiaino usato per la colazione e lasciato sul divano di casa Poggi.
Una casualità così precisa risulta “scientificamente quasi impossibile” se non si ipotizza un errore di laboratorio o contaminazione durante la raccolta o l’analisi dei campioni.

A ciò si aggiunge la smentita dell’ipotesi secondo cui Stasi avrebbe cambiato i pedali della bicicletta per depistare le indagini.
Già nel 2014, durante il processo d’appello, il sostituto procuratore generale Laura Barbaini aveva definito “matematicamente escluso” lo scenario di uno scambio occulto dei pedali, smontando uno dei pilastri accusatori.
Anche l’ipotesi che il reo avesse tentato di lavarsi le mani nel bagno della villa, cancellando le proprie impronte dal dispenser del sapone, è caduta sotto la lente della bloodstain pattern analysis, che ha confermato l’impossibilità che l’omicida abbia utilizzato quel lavabo.
Ulteriormente, la contestazione sulle scarpe pulite e sulle impronte insanguinate assume ora un versante sorprendente: le macchie forme di V individuate sul pavimento sarebbero proprio quelle lasciate dalla suola delle Lacoste indossate da Stasi il giorno del ritrovamento del corpo, corroborando la tesi della sua innocenza e posizione di “scopritore” della scena del crimine.
L’indagato alternativo:
Andrea Sempio Tra le pieghe di questa revisione emergono nuovi nomi e nuove piste investigative. Andrea Sempio amico del fratello minore di Chiara è oggi l’unico indagato ufficiale per la tragedia di Garlasco.
Elementi genetici rinvenuti sotto le unghie della vittima mai analizzati o valorizzati fino ad oggi mostrano una compatibilità con la linea paterna di Sempio.
Non solo: sull’impronta rilevata sul muro vicino al corpo denominata “impronta numero 33” gli esperti hanno effettuato una corrispondenza dattiloscopica di 15 punti caratteristici attribuendola al palmo destro di Sempio.
La Procura di Pavia guidata dal procuratore Fabio Napoleone ha già tenuto un vertice con la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni concordando una accelerazione nelle indagini.
Il termine ultimo per la conclusione delle attività è fissato entro luglio con un’imminente richiesta di revisione del processo che potrebbe aprire un nuovo capitolo.
La revisione e il conto miliardario per lo Stato
Il percorso verso la revisione non sarà né rapido né semplice.
La Procura generale di Milano deve ora studiare approfonditamente tutta la documentazione e soltanto dopo un’accurata valutazione potrà decidere se presentare alla Corte d’Appello di Brescia la richiesta formale di revisione del processo.
Se accolto il procedimento aprirà via a un nuovo processo destinato anch’esso a estendersi nel tempo.
Per Alberto Stasi, la possibile assoluzione dopo undici anni di carcere sarebbe una vittoria morale, ma anche l’inizio di una battaglia civile e finanziaria non meno difficile.
La legge italiana prevede un risarcimento per ingiusta detenzione quantificabile in circa 236 euro al giorno, fino a un massimo di mezzo milione di euro.
Tuttavia, l’errore giudiziario, specialmente in casi così complessi e lunghi, non ha limiti predeterminati.
Le stime elaborate da esperti legali e riportate da Libero parlano di cifre comprese tra i tre e i quattro milioni di euro per il risarcimento complessivo a Stasi.
Solo la parte relativa agli 11 anni di detenzione ammonterebbe a circa 800.000 euro, senza considerare i danni morali, reputazionali, le opportunità lavorative perse, il lungo calvario processuale e la devastazione personale di una giovinezza distrutta.
Non va inoltre sottovalutata la particolare beffa economica: Stasi aveva infatti versato alla famiglia Poggi circa 850 mila euro come risarcimento, indebitandosi per farlo.
Nel caso di proscioglimento definitivo questa somma potrebbe essere rivendicata in sede civile aprendo un contenzioso separato che costringerebbe lo Stato a pagare due volte.
Una doppia sconfitta per la giustizia che si tradurrebbe in una vera e propria batosta economica per le casse pubbliche.
La ferita riaperta di Garlasco
In questa vicenda intricata e dolorosa l’aspetto più inquietante è sapere che se Stasi non era presente sulla scena del crimine allora negli ultimi diciannove anni le autorità hanno seguito una pista sbagliata. Questo significa che il vero assassino di Chiara Poggi potrebbe essere ancora libero; cammina indisturbato per le strade di Garlasco mentre l’ombra d’un’ingiusta condanna gravava su un uomo innocente.
La dignità riconquistata dal giovane oggi in semilibertà nel carcere di Bollate non è certo un risarcimento sufficiente a colmare le ferite inflitte da un processo lungo e travagliato ma la novità della stessa Procura ente che aveva aperto le indagini manifestare apertamente la volontà di correggere l’errore apre a nuova speranza.
Giovanni De Ficchy
Giornalista e Antropologo Criminale e Criminologo
