
21 milioni di italiani pagano qualcuno per dirgli cose che lo Stato sa già: un capolavoro di burocrazia e inefficienza tutta italiana. Partiamo da un dato di fatto.
Lo Stato sa quanto guadagni.
Il tuo datore glielo comunica ogni mese, con puntualità quasi militare, mica per hobby.
Sa quanto hai in banca, perché le banche non si limitano a custodire i tuoi soldi, ma si divertono a inviare ogni anno un resoconto dettagliato direttamente all’Agenzia delle Entrate.
Sa quali immobili possiedi, perché li tiene catalogati al catasto come se fossero francobolli.
Sa quanto hai versato di contributi, visto che lui stesso versa i soldi all’INPS ogni mese.
E non scordiamoci delle spese mediche: farmacie, medici e ospedali hanno l’onore e il piacere di trasmettere tutte le ricevute utili per la tua dichiarazione.
Insomma, lo Stato ha tutto sotto controllo.
E cosa fa?

Ti chiede di scrivere su un modulo esattamente le stesse informazioni che già possiede.
Questa chicca si chiama “dichiarazione dei redditi”.
Se sei un lavoratore dipendente senza situazioni complicate, è praticamente una fotocopia di dati che lo Stato ha raccolto da solo.
Non contento, ti propone due opzioni per questa incombenza: andare al CAF, dove te la compilano “gratis”, ovvero con i soldi che tu stesso hai messo in tasca allo Stato; oppure pagare un commercialista tra i 50 e i 150 euro.
Di fatto, ogni anno 21 milioni di italiani scelgono di pagare qualcuno — direttamente o indirettamente — per riscrivere quel che già è scritto.
Facciamo due conti facili facili: 21 milioni moltiplicati per una media di 80 euro fanno circa 1,7 miliardi di euro, una cifra che potrebbe finanziare chissà quale altro miracolo italiano ma che invece serve a far rifare uno scherzetto burocratico noto come “730”.
Ora giriamo pagina e guardiamo oltreconfine.
In Danimarca la dichiarazione arriva precompilata direttamente a casa pronta per essere controllata in cinque minuti e confermata con un click; in Estonia il sistema è così avanzato da calcolare tutto automaticamente e inviarti il risultato: il massimo della comodità!
In Italia invece siamo alla versione 2.0 del “precompilato” dal 2015 undici anni fa!
Undici anni per costruire un documento che quasi nessuno si fida ad accettare senza passaggio al CAF o dal commercialista!
Perché?
Perché il precompilato ha errori manca spese deducibili non considera situazioni particolari e se lo accetti così com’è ti prendi tutta responsabilità dell’eventuale errore!
Un gioco perverso in cui tu devi fidarti dello Stato però non si fida nemmeno di sé stesso!
E qui arriva vero paradosso: se sbagli dichiarazione anche perché precompilato ti ha mandato dati sbagliati multa la ricevi tu!
Non lo Stato che ha i dati giusti ma te li ha trasmessi male ma tu che non hai corretto gli errori!
Avevi in mano entrambe le versioni e ti tocca fare detective per capire cosa combaci e cosa no!
Se non ci riesci, paghi.
Un meccanismo perfetto per alimentare l’industria del CAF e del commercialista, mentre tutto resta uguale a sé stesso.
Quindi ricapitolando: 21 milioni di italiani, 1,7 miliardi di euro all’anno, per compilare un modulo che qualcuno nel Palazzo ha già compilato da tempo.
Ma non basta: il divertimento continua con la responsabilità personale in caso di errori che non sono mai completamente colpa tua.
La prossima volta che senti dire “Ma lo Stato non ha già tutti i miei dati?”, la risposta è semplice: sì, ma vuole che glieli confermi tu perché in Italia amiamo complicarci la vita soprattutto quando potremmo evitarlo.
Benvenuti nel regno dell’illogico.
Benvenuti nella dichiarazione dei redditi italiana.


