
La domanda che mi pongo da tempo è molto semplice: se in Italia governa la destra, perché continua a esistere questa atmosfera culturale e televisiva in cui una parte enorme del mondo mediatico guarda l’elettore di destra con sufficienza, ironia o fastidio quasi antropologico?
È un paradosso che merita di essere analizzato con attenzione, perché riguarda non solo la politica ma il modo in cui una società si racconta e rappresenta se stessa.
Se la destra ha vinto le elezioni significa che milioni di italiani hanno votato quei partiti.
Non sono marziani, non sono nostalgici del Ventennio, non sono automaticamente fanatici o ignoranti come certe trasmissioni sembrano lasciar intendere con sorrisi, smorfiette e toni da salotto illuminato. Sono cittadini con idee e valori propri spesso profondamente radicati in una realtà sociale ed economica che certi ambienti mediatici faticano o non vogliono comprendere appieno.
Qui nasce il problema principale: la distanza sempre più ampia tra una parte consistente della popolazione e il mondo culturale-mediatico dominante.
In Italia esiste da decenni una forte concentrazione culturale orientata a sinistra dentro televisioni, giornali, università, cinema, spettacolo, editoria e talk show.

Non si può dire che tutta la televisione sia “di sinistra”, sarebbe falso e semplicistico.
Tuttavia è altrettanto vero che in molti programmi il clima culturale dominante è chiaramente orientato verso quella prospettiva.
Basta osservare i salotti televisivi più seguiti come DiMartedì Otto e mezzo PiazzaPulita Propaganda Live per notare un tono generale che tende a ridicolizzare e marginalizzare la destra.
Non è nemmeno solo questione degli ospiti spesso bilanciati; è il modo in cui si parla l’aria di sfottò postura morale continua rappresentazione della destra come qualcosa d’impresentabile rozzo sospetto spesso associato al termine “fascismo”.
Ed è surreale che nel 2026 si continui a evocare ossessivamente il fascismo come se fossimo ancora nel 1945.
Il fascismo storico è finito ottant’anni fa; è stato sconfitto ripudiato dalla Costituzione severamente vietato dalla legge chi supera certi limiti viene perseguito penalmente.
Eppure nel linguaggio mediatico italiano il termine “fascista” è diventato quasi un’etichetta universale inflazionata: sei contro certe politiche migratorie?
Fascista!
Difendi Israele?
Fascista!
Critichi alcuni dogmi culturali della sinistra?
Fascista!
Voti centrodestra?
Potenziale fascista!
A forza di usare quella parola contro chiunque essa perde persino il suo peso storico reale trasformandosi in uno strumento di delegittimazione facile e superficiale.
Il punto centrale è che una parte della sinistra italiana si sente non come una delle tante forze politiche, ma come una sorta di élite morale superiore, custode dell’intelligenza, della cultura, della sensibilità, della civiltà e del “bene storico”.
Chi non si allinea viene guardato come arretrato incapace di comprendere la complessità del mondo e talvolta addirittura come un pericolo per la democrazia e i valori occidentali.
Questa narrazione spesso inconscia ma pervasiva genera un divario culturale profondo e doloroso.
La realtà italiana di oggi racconta invece un’altra storia.
Mentre nei salotti televisivi si ride, si ironizza e si fanno battutine contro la destra milioni di italiani continuano a votarla.
Evidentemente esiste uno scollamento enorme tra certi ambienti mediatici e una parte reale e significativa del Paese.
Questo non significa che tutte le critiche alla destra siano ingiustificate o pretestuose ma che sarebbe necessario un approccio più rispettoso e meno ideologico nella rappresentazione di chi ha opinioni diverse.
All’interno di questo contesto si inserisce anche il fenomeno del cosiddetto “campo largo”, l’idea di mettere insieme tutto e il contrario di tutto pur di fermare la destra: sinistra radicale, centristi, ex comunisti, ambientalisti, movimenti vari moralisti televisivi attivisti permanenti élite editoriali opinionisti da talk show.
Un contenitore dove convivono spesso interessi divergenti e visioni contraddittorie unite solo dall’avversione verso l’avversario politico.
Questo campo largo pur nato con buone intenzioni finisce per diventare un ammasso confuso incapace di offrire un progetto politico coerente e credibile alternativo alla destra.
Ne nasce così una situazione paradossale: la destra governa sostiene il governo e prende decisioni ma una parte consistente dell’apparato culturale-mediatico continua a raccontare l’Italia come se chi vota destra fosse una specie d’incidente della storia da correggere anomalia da superare.
Questo atteggiamento crea frustrazione risentimento in molte persone che si sentono non solo ignorate ma addirittura umiliate o ghettizzate per le loro opinioni.
È probabilmente qui che nasce la frattura vera più profonda di qualsiasi divisione politica tradizionale. Non si tratta solamente d’accettare critiche o dissensi che sono normali legittimi in una democrazia; si tratta d’oltrepassare quell’atteggiamento d’inferiorità permanente quasi pedagogica da chi sembra dire: “Voi avete pure vinto le elezioni… però noi restiamo culturalmente migliori.”
Questo tono a tratti condiscendente sprezzante è forse la causa più grande del malessere politico culturale che attraversa il Paese.
Per ricucire questa frattura, sarebbe necessario prima di tutto che il mondo mediatico italiano tornasse a esercitare il suo ruolo di ponte e di specchio della società, e non di megafono di una sola parte culturale o politica.
La pluralità delle opinioni, il rispetto delle diversità e il riconoscimento della legittimità di ogni elettore – di destra, di sinistra o di centro – devono diventare principi guida imprescindibili.
Solo così potremo sperare di superare l’attuale clima di scontro permanente e ritrovare un confronto politico e culturale più sereno, basato su fatti, argomentazioni e rispetto reciproco.
In fondo, la democrazia non è solo la somma del voto popolare ma anche la capacità di convivere con le differenze e riconoscere in ognuno un interlocutore valido e degno d’ascolto.
Finché questo non avverrà l’Italia continuerà a vivere una doppia realtà: quella di chi governa e quella raccontata da chi narra il Paese senza che i due mondi trovino mai un vero punto d’incontro.

