
L’odio ideologico delle opposizioni italiane?
Ah, quello splendido spettacolo di civiltà e dialettica che ci permette ogni giorno di assistere al funeral party della democrazia in diretta streaming.
Non è dissenso politico, no no: è un vero e proprio “negare-per-performance” la democrazia che tutti dichiarano di voler difendere – un po’ come chi dice di amare la natura mentre sventra una foresta con la scusa di costruire un parco giochi.
Quando la violenza verbale sfiora quella fisica – perché le parole sono solo riscaldamento pre-gara – e l’antisemitismo riemerge, ma attenzione, non come un brutto ricordo relegato ai libri di storia, bensì sotto bandiere opposte: da una parte il nazionalismo identitario, dall’altra il progressismo radicale.
Un bel girotondo ideologico che ci fa capire che “democratico” ormai è solo un bollino adesivo da applicare sul petto per farsi belli nelle interviste, una maschera istituzionale dall’efficacia un po’ cosmetica.
Non si tratta di qualche eccesso scappato via di mano, no.
È metodo, baby.
Metodo che trasforma qualsiasi confronto in un’arena gladiatoria dove “argomentare” significa solo sparare l’insulto più tagliente possibile, trasformando il Parlamento in un reality show politicamente scorretto.
La ricerca sulla polarizzazione politica parla chiaro: quando non si ha più niente di sensato da proporre, si mette il mascheraio tribalista e si passa dal dibattito alla demonizzazione.
Perché criticare le politiche del governo è roba mainstream; molto più trendy è negarne la legittimità morale.
In Italia, stando all’ISTAT, il 62% degli italiani trova il dibattito politico “aggressivo o violento”: un risultato che non vuole sentire ragioni, indipendentemente dalla squadra al governo.
Quindi, niente illusioni: la violenza verbale non è un effetto collaterale dei social network o della frustrazione popolare, ma una strategia ben oliata dai protagonisti stessi del teatrino politico.
Ecco il nocciolo della questione: non è peccato criticare, anzi, è sacrosanto e costituzionale.
Il peccato mortale è, appunto, l’anatema.
Non si dice più “non sono d’accordo con questa legge”, si grida “sei indegno, meriti l’esilio politico!” – un modo molto elegante per buttare nel cestino qualsiasi mediazione possibile.
E qui casca l’asino democratico: quando nessuno riconosce più nessuno come interlocutore legittimo, abbiamo smesso di fare politica e abbiamo cominciato a fare teatro dell’assurdo.
Il Parlamento, un tempo tempio del ragionamento, ora non è altro che il palcoscenico della performance dell’indignazione: tanto rumore, zero sostanza.
Perché indignarsi fa audience, costruire soluzioni no.
Alla fine, lo spettacolo delle opposizioni italiane non è altro che un lungo atto d’accusa contro la stessa democrazia che si professano di difendere – una tragicommedia in cui il dissenso diventa negazione, e la politica una recita senza copione.
Ma tranquilli, almeno lo show continua.
