Prima o poi, la sinistra dovrà fare mea culpa per la sbronza ideologica degli ultimi anni.

Una sbornia così profonda da aver trasformato il buon senso in una sorta di mito perduto, e la realtà in un cocktail molotov di illusioni da social network.

Il grottesco e isterico culto della personalità di Pedro Sánchez ne è l’emblema più indecente, quasi un moderno feticcio di devozione politica, al pari della venerazione quasi mistica riservata a figure come Chiara Albanese e Mahmood Mamdani (sì, avete letto bene: non è un errore di battitura, ché anche i guru accademici e culturali sono finiti nel calderone del fanatismo ideologico).

Non importa quanto tu possa esprimere dubbi o semplici perplessità riguardo ai lati oscuri del cosiddetto “miracolo spagnolo”, preparati a beccarti l’appellativo tranchant di “fascista”.

È la nuova prassi, ormai: se non ridi a comando di fronte all’ennesimo santino politicizzato, vieni bollato automaticamente come reazionario o peggio.

Lo spettacolo più deprimente?

L’amplificazione di questa narrazione acritica da parte di un vasto apparato politico-mediatico nostrano, con “campi larghi” di opportunisti pronti a cantare le lodi di Sánchez come fossero inni sacri, e piattaforme come Fanpage che fanno da megafono ufficiale di questo credo intoccabile.

Chi ha qualche primavera alle spalle ricorderà senza fatica come la stessa isteria collettiva si era già manifestata vent’anni fa con José Luis Rodríguez Zapatero, l’allora paladino progressista pronto a salvare la Spagna.

Un’epopea dal gusto tragicomico, culminata nella caduta in disgrazia di Zapatero, travolto da scandali giudiziari e un disastro economico che avrebbe fatto impallidire perfino i peggiori pronostici.

Nel frattempo, Sabina Guzzanti celebrava il suo “Viva Zapatero!” in quello che potremmo definire un docufilm di propaganda, un grido di battaglia che oggi suona quasi come un monito ironico: quando la sinistra abbandona l’analisi seria per l’adorazione irriflessiva, il declino è dietro l’angolo.

Ecco, ora lo stesso film si ripropone identico, una replica sbiadita di passato già visto e rivisto.

Quindi, cosa aspettarsi?

Un profondo esame di coscienza sembra il minimo indispensabile per avviare una ricostruzione credibile del centrosinistra riformista.

Qualcosa che però non verrà certo dai populisti di AVS o M5S, autori della sceneggiatura di questo circo mediatico su cui vivono di rendita politica.

No, sarà compito del Pd post-Schlein – ammesso che riesca a sopravvivere al proprio destino schizofrenico – prendere in mano la situazione, smettere di abbracciare con cieca devozione leader mediatici e tornare a una sinistra vera, fatta di idee, analisi e pragmatismo.

Ma la domanda finale rimane sospesa nell’aria come un’eco malinconica: esisterà ancora il Pd fra qualche anno oppure sarà solo un ricordo sbiadito di un passato intriso di ubriachezze ideologiche e illusioni durate troppo poco?

La risposta, purtroppo, sembra scritta ormai da tempo.

E speriamo di sbagliarci, perché il paese ha bisogno di una sinistra che sappia guardare in faccia la realtà e smettere di inseguire fantasmi.

Altrimenti, davvero, si rischia che il prossimo “miracolo spagnolo” sia l’ultima bevuta prima del coma irreversibile.

Di Admin

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