
Io mi chiedo spesso come facciano le persone che oggi si ritengono di sinistra a non sentirsi umiliate guardando le figure di “intellettuali” che rappresentano la loro area.
Non parlo, in questo momento, di un discorso morale, anche se quello sarebbe altrettanto grave.
Parlo della capacità di analizzare la realtà, della profondità o della sua assenza.
Parlo della possibilità di leggere il presente, di interpretare la storia, di proporre soluzioni.
Parlo della persona che, con il suo pensiero, illumina il mondo e lo rende più comprensibile.
E invece, oggi questa figura – soprattutto a sinistra – è praticamente scomparsa.
Al suo posto sono subentrati propagandisti, attivisti e influencer; e il livello, oggettivamente, è crollato.

Non è un’idea soggettiva: è un dato.
Mi è impossibile non ricordare Pier Paolo Pasolini, la cui profondità di pensiero e acume critico erano indiscutibili, anche nei suoi scritti più provocatori o controversi.
Pasolini aveva il talento raro di leggere i mutamenti antropologici dell’Italia e di offrire una visione critica del potere e del consumismo che ancora oggi ci interpella.
Italo Calvino, con la sua fantasia intrecciata a riflessione filosofica, pur a volte algido nella scrittura, esercitava un’intelligenza immensa, un’originalità che ha segnato la letteratura mondiale.
Elio Vittorini, con il suo impegno e la sua capacità di fondare riviste culturali come Il Politecnico, ha plasmato una parte significativa della cultura italiana.
Questi uomini erano veri intellettuali nel senso più pieno del termine: non perfetti, non sempre allineati a una verità assoluta, ma possedevano strumenti analitici, profondità, visioni che elevavano il dibattito pubblico.

Anche quando non si era d’accordo con loro, il confronto obbligava a pensare, a crescere.
Oggi, invece, cosa rimane?
Tomaso Montanari – rettore dell’Università per Stranieri di Siena – affida la sua risposta politica a insulti volgari, definendo Giorgia Meloni “nazista”.
Non una critica argomentata, non un’analisi, ma un’offesa gratuita.
Alessandro Barbero, storico di talento, si è trasformato in un animale da palcoscenico, un guitto che ripete slogan pacifisti, a volte filorussi, ed esibisce la sua presenza tra platee osannanti come fosse una rockstar.
Non più analisi storica, ma propaganda velata di spettacolo.
Francesca Albanese ha impiegato la carica di relatrice ONU per un circo mediatico intriso di antisionismo e negazionismo, giustificando Hamas e paragonando Israele al nazismo.
Angelo D’Orsi scrive incessantemente post polemici e stizziti verso chi non è allineato, con la supponenza di chi si crede depositario della verità unica, ma senza alcuna dedizione alla filosofia o al vero dibattito.

Luciano Canfora, un tempo grande filologo, ora è soltanto un propagandista filorusso che riscrive la storia per giustificare Putin e delegittimare l’Occidente.
A confronto con Pasolini, Calvino e Vittorini, questa corte dei miracoli sembra un raduno di improvvisati, di ciarlatani, di imbonitori.
Non c’è più profondità, non c’è vera analisi, non c’è pensiero: c’è solo attivismo generico, militanza vuota, propaganda fine a se stessa.
Non è nostalgia malinconica quella che provo.
Non dico “una volta era meglio”.
Dico soltanto che una volta c’erano intellettuali; oggi ci sono influencer.
Non è nostalgia, è una constatazione empirica: aprite un giornale, accendete la televisione, scrollate i social.
Pasolini scriveva “Scritti corsari”, un libro che ancora oggi si legge, si studia, si discute senza sosta.
Montanari pubblica post su Facebook destinati a svanire nell’oblio dopo poche ore.
Calvino ha creato “Le città invisibili”, capolavoro universale tradotto in decine di lingue e insegnato nelle università; Barbero riempie teatri con spettacoli che il giorno dopo nessuno ricorda, perché sono fumo, chiacchiere, pagliacciate
. Vittorini fondava riviste capaci di cambiare il modo di pensare degli italiani; Canfora scrive libri che, al di là della propaganda, non aggiungono nulla al dibattito pubblico.
Non è una questione di amarcord, ma di decadimento culturale reale.
La cosa più triste, più dolorosa, è che questa sinistra – quella che oggi occupa le cattedre universitarie, che scrive sui giornali, che domina il dibattito pubblico – non se ne rende conto.
È anzi orgogliosa di questo declino. Pensa che la stupidità sia sinonimo di popolarità.

Che la superficialità equivalga a immediatezza.
Che l’insulto sia critica.
Che la propaganda sia militanza vera.
E non capisce, o forse non vuole capire, che così si allontana sempre più dalla gente comune.
La gente, anche quella senza studi, sa riconoscere la profondità; sa cogliere l’onestà intellettuale; sa distinguere chi dice la verità da chi fa semplice propaganda.
E sempre più persone stanno voltando le spalle a questa sinistra.
Perché non sopportano più di essere prese in giro, non ne possono più di essere trattate con sufficienza, né di vedere i loro idoli di un tempo ridotti a buffoni da palcoscenico.
E io, che ho amato Pasolini, Calvino, Vittorini, oggi provo vergogna.
Vergogna per quello che la sinistra è diventata, per il suo declino culturale tanto rapido quanto irreversibile.
Vergogna per il suo abbraccio mortale con il palestinismo più cieco, il putinismo più ottuso, il relativismo più becero, che riducono ogni questione a una mera disputa di tifoserie.
Vergogna per la sua incapacità di produrre vero pensiero, e per la sua compiacenza nel generare solo chiacchiere sterili, vuote di sostanza.
Spero, ancora spero, che prima o poi qualcuno dentro quella sinistra abbia il coraggio di dire basta. Basta con questa farsa, con questi ciarlatani, con questa corte dei miracoli.
Che torni finalmente a pensare, a leggere, a scrivere, a capire davvero il mondo che ci circonda.
Ma ho paura, molta paura, che sia ormai troppo tardi.
Che la sinistra abbia scelto la sua strada, e che la scelta di barattare la profondità del pensiero con la propaganda a buon mercato ci metta tutti in pericolo.
In questo malinconico tramonto intellettuale, resto prigioniero di un senso di vuoto terribile: una mancanza che pesa come un macigno sulla coscienza di chi, come me, crede ancora nella sinistra, anche come luogo di idee, di cultura, di speranza, soprattutto per confrontarsi, con argomentazioni di pari livello.
Ma oggi quel luogo sembra dissolto in un mare di rumore e apparenze, senza più luce né guida.
Ed è una perdita incolmabile, perché senza vera riflessione critica non c’è futuro possibile per nessuno.
