(𝗼𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗶 𝗹𝗮 𝗯𝗿𝗮𝗰𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗩𝗮𝗻𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶 𝗲 𝗰𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗯𝗿𝘂𝗰𝗶𝗮𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝗟𝗶𝗹𝗹𝗶)

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Ah, la televisione italiana, quel magico teatro dove l’informazione spesso si mescola con la comicità involontaria, e dove un semplice faccia a faccia può trasformarsi in una pièce tragicomica degna di Shakespeare.

Dopo aver sentito decine di commenti più o meno appassionati (leggi: tifosi da stadio con opinioni pre-confezionate), ho deciso di lanciarmi anch’io nell’arena per analizzare il mitico duello tra il generale Vannacci e la sempre celebre Lilli Gruber, andato in scena su La7. Spoiler: non è stato esattamente un confronto alla pari, ma nemmeno per i motivi che vi aspettate.

𝗠𝗲𝘁𝘁𝗲𝗺𝗼𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗿𝗲𝘁𝘁𝗮: 𝗹𝗮 𝗚𝗿𝘂𝗯𝗲𝗿 𝗰’𝗵𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝘂𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼.
Lo so, lo so, dirlo è come ammettere di non amare il gelato al cioccolato a una festa per golosi, ma è così.

La nostra Lilli nazionale ha deciso di trasformare il suo ruolo da giornalista a inquisitrice delinquenziale, con la delicatezza di un elefante in cristalleria.

Tra domande che parevano uscite da una riunione di fan club del pettegolezzo (“E se fossi gay?”), e incursioni nella vita privata del generale degne di un romanzo rosa di terza mano, la Gruber ha fatto saltare ogni confine tra interview e tribunale d’opinione.

Il momento clou?

Quando il generale, con una mossa degna di un grande scacchista, ha ribaltato la stessa domanda sulla reimmigrazione contro di lei.

E qui la Gruber ha fatto la sua migliore interpretazione da pesce fuor d’acqua, arrancando in un “Non diciamo sciocchezze” così poco convincente da far rimpiangere persino i discorsi fatti al bar sotto casa.

Due volti di persone in un'intervista, uno a sinistra con capelli ricci e biondi e l'altro a destra con capelli corti e castani.


Questa scena però non è stata semplicemente un inciampo, ma il manifesto della crisi profonda di un giornalismo che pretende di giocare al “processo” in diretta senza sapere minimamente dove sono le regole del gioco.

Se pensi di mettere l’ospite con le spalle al muro sputando sentenze morali, preparati a vederlo tramutarsi in martire e a regalargli quel riflettore di cui aveva bisogno.

𝗩𝗶𝗰𝗶𝘂𝗱𝗶𝗻𝗼 𝗮 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝗿𝗶𝗮, 𝗶𝗹 𝗴𝗲𝗻𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗩𝗮𝗻𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶.
Il nostro militare in maniche di camicia, con l’espressività di un citofono rotto e il repertorio politico di chi ha saltato qualche lezione fondamentale, si è comunque guadagnato applausi e consensi.

Perché?

Semplice: non ha dovuto fare altro che sedersi, ripetere i suoi cavalli di battaglia e lasciare che la controparte implodesse.

Quel che sembra un personaggio acerbo e più provocatore che leader, è riuscito a capitalizzare il maldestro tentativo della Gruber di metterlo in difficoltà, trasformandola in una vittima sacrificale perfetta per il suo show di consenso.

Un piccolo dettaglio poi ha fatto la differenza: la presenza silenziosa e impassibile di Lina Palmerini del Sole 24 Ore, convocata per creare quel “peso critico” che avrebbe dovuto ribaltare la serata.

E invece?

Zero parole, zero cambi di passo, solo mutismo e immobilismo.

Un vero flop che ha fatto eco alle critiche del direttore di rete Enrico Mentana sulla deriva dei talk-show italiani, diventati ormai arene di litigio sterile e spettacolo fine a se stesso.

𝗜𝗹 𝗿𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝘁𝗼?
Un cortocircuito di proporzioni epiche, dove la Gruber ha confezionato un’intervista che assomigliava più a una griglia rovente pronta a bruciare il generale… salvo poi finire lei stessa carbonizzata sotto la fiamma incrociata delle sue stesse domande fuori luogo.

Nel frattempo, Vannacci, in maniche di camicia e con la calma di un monaco zen (se il monaco zen avesse una vena decisamente provocatoria), ha preso il palco senza neanche sforzarsi, godendosi lo spettacolo del moralismo naufragato e raccogliendo quei voti d’opinione che, in fondo, cercava.

𝗖𝗼𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗮𝗹 𝘃𝗼𝗹𝗼, 𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗺𝗶 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗶𝗻𝗰𝗲 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲:
Se vuoi davvero farcela in televisione, ricorda la regola d’oro: non indossare la tunica del gran sacerdote indignato che fa la morale e sputa sentenze.

Perché, dopo, l’unico effetto sarà quello di trasformare l’intervistato in un martire.

E il martire?

Beh, quello raccoglie applausi, consensi e quel tanto di notorietà che fa gola a tutti i politici in cerca di gloria.

La lezione?

Invece di bruciare la brace per il generale, forse sarebbe stato meglio accendere un bel barbecue e invitare tutti a cena — così magari si sarebbe evitato il rogo imbarazzante della povera Lilli.

E ora non resta che attendere il prossimo episodio di questa saga italica, sperando che la prossima volta qualcuno impari a preparare la brace con più attenzione… o almeno, che porti un estintore.

Di Admin

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