
Sinceramente, a tratti Elly Schlein mi dà il sangue alla testa.
E davvero mi riesce difficile — anzi, quasi impossibile — non ricorrere all’insulto quando penso all’approccio che questa signora ha della politica: quell’insieme sublime di supponenza, saccenza, ottusità e stupefazione che senza alcun indugio sembra definire la sua visione del mondo.
È un’impresa degna delle più ardue fatiche di Ercole cercare di descrivere il medesimo sentimento provato di fronte alle sue dichiarazioni enfatiche e autoincensanti, senza scivolare nel turpiloquio.
Ma ci provo.
Ma partiamo dal principio, perché nulla può essere compreso se non viene osservato attraverso la lente deformante dell’unità del cosiddetto «campo largo».
Ah, il campo largo!
Questa meraviglia politica, una sorta di gigantesco patchwork in cui si mescola tutto ciò che la destra più oltranzista e chiunque di dubbia reputazione possa offrire.
Un’accozzaglia che definire rissosa è poco: al suo interno convivono quelle persone che, in altre realtà democratiche, avrebbero fatto carriera come protagonisti di qualche commedia tragicomica o comunque sarebbero stati rapidamente estromessi dalla scena pubblica.
Invece no: in Italia, miracolosamente, questi soggetti vengono accomunati da un unico indissolubile collante — il perfetto mix tossico di antisemitismo, palæstinismo, antisionismo e ipocrisia.
Pazzesco, vero?

Come fanno a unirsi sotto una stessa bandiera persone animate da sentimenti così apertamente contraddittori?
La risposta è semplice — o meglio, semplice per chi ha occhi per vedere, ovvero nessuno dei protagonisti di questo circo politico che chiamiamo campo largo.
Per loro, infatti, non c’è altro che convenienza elettorale, una poltrona da difendere, uno spazio da occupare nel teatrino del potere. Le questioni di sostanza — come la difesa di Kyiv, tanto per fare un esempio che urla vendetta — vengono barattate come fossero figurine da collezione.
Da qui l’incredibile paradosso: vanti l’unità di un campo largissimo, che dovrebbe rappresentare chissà quale sintesi superiore di valori e ideali, mentre nel frattempo rinunci proprio a uno dei cardini fondamentali su cui qualsiasi alleanza sensata dovrebbe poggiare: la solidarietà con un popolo aggredito, con una nazione in guerra per la propria esistenza, con la democrazia minacciata.
Non so voi, ma a me questo modo di fare politica fa venire il voltastomaco.
E immagino non sia soltanto una questione di gusti o di sfumature ideologiche: è proprio una questione di decenza morale.
Ma certo, siamo in Italia, paese di santi, poeti e… opportunisti.

Si potrebbe quasi dar credito all’idea che questa strategia funzioni, almeno elettoralmente.
Ma anche qui la realtà bussa violentemente alla porta del castello di illusioni costruito dal campo largo.
Il verdetto delle urne è impietoso: non solo non si premia questo atteggiamento presuntuoso, ma si perde quasi ogni regione italiana.
Come dire, nemmeno i cittadini più indulgenti si lasciano convincere da un’accoppiata politica tanto improbabile quanto incapace di presentarsi con credibilità e coerenza.
Eppure, malgrado tutto, persiste.
Sì, il campo largo continua a vivere, come un organismo parassita alimentato dal silenzio imbarazzante sui bombardamenti di civili a Kyiv, dai mancati incontri con Zelensky, dallo sdegno selettivo per Netanyahu e Meloni — un odio idrofobo che sembra più una reazione allergica ai nomi che a ciò che rappresentano davvero.
Tutto questo non è altro che il riflesso di un’incapacità atavica di vedere la realtà nella sua complessità, accompagnata da una sete insaziabile di poltrone e opportunismo.
Per carità, possiamo anche capire che la politica italiana sia sempre stata un teatro di compromessi e calcoli, ma mai come ora la situazione appare così grottesca, angosciante, orripilante.
Il campo largo è diventato la quintessenza della mediocrità morale: un’aggregazione la cui unica coesione è la convenienza di breve termine, il tradimento di principi fondamentali come la difesa dei popoli aggrediti (che siano Ucraini o Israeliani), la solidarietà tra democrazie amiche.
Un baratto indecente che viene però presentato come una grande conquista, addirittura una «grandezza moraleᄏ.
Il tutto condito da un linguaggio altisonante e da autocelebrazioni degne di un Oscar alla recitazione più convincente.
Nel frattempo, la realtà fuori dal palcoscenico prosegue implacabile: i cittadini assistono a questo spettacolo comico-tragico, guardano increduli il teatrino delle alleanze che si disfano come castelli di sabbia, e si chiedono dove sia finita quella politica fatta di idee, impegno e responsabilità.
Ma forse sto chiedendo troppo.
Forse mi illudo pensando che in Italia possa ancora esistere una politica non contaminata dall’ipocrisia, dall’opportunismo e dalla vanagloria.
Forse il vero dramma è che nessuno pagherà davvero il conto di questo sfrenato gioco delle parti.
E allora sì, a tratti Elly Schlein e il suo campo largo mi fanno davvero irritare, mi innervosiscono al punto di mandare a quel paese tutto quello che rappresentano.
Ma allo stesso tempo non posso fare a meno di riconoscere l’efficacia del loro copione: un vero capolavoro di finta moralità, di ipocrisia ben oliata e di cinismo politico.
E noi, spettatori eterni di questa commedia all’italiana, continuiamo a sorseggiare il nostro caffè, chiedendoci se ci sia ancora speranza.
Intanto, la partita per il futuro del Paese è in corso.
E il campo largo?
Quello resta lì — in bilico tra la vergogna e il sarcasmo, un monumento all’incoerenza che fa venire il sangue alla testa a chi vorrebbe solo un po’ di onestà intellettuale.
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