Qualche tempo fa in Emilia Romagna, un medico di origini etiopi propose una misura che suscitò immediatamente un acceso dibattito: fornire prestazioni di infibulazione negli ospedali italiani attraverso il Servizio Sanitario Nazionale.

La sua argomentazione appariva di una logica disarmante: molte famiglie, soprattutto immigrate, portano le bambine nei paesi d’origine dove l’infibulazione viene praticata spesso in condizioni igieniche precarie; dunque, la proposta era di eseguirla in Italia in un ambiente sicuro e controllato.

A questa provocazione si aggiunse poi quella di David Piccardo, che suggerì di legalizzare la poliginia in Italia, sostenendo che fosse una conquista di civiltà e che di fatto tale pratica fosse già diffusa.

Intanto, parallelamente, si intensificava la battaglia per introdurre e normalizzare l’uso del velo islamico e persino del burqa, uno dei simboli più controversi dell’oppressione femminile, con episodi come la rivendicazione della sua legittimità da parte di una componente del consiglio comunale di Parigi, nonostante la tradizionale laicità francese.

In questi fatti si possono discernere non uno, ma tre pattern ben precisi che meritano una riflessione approfondita perché toccano temi cruciali dei diritti civili e umani, in particolare quelli delle donne, la natura del multiculturalismo e il rapporto tra istruzione e valori.

Il primo pattern riguarda la diretta violazione dei diritti delle donne.

Le proposte in questione colpiscono quasi sempre e quasi esclusivamente il corpo femminile, mettendo a rischio conquiste faticosamente ottenute in decenni di lotte per l’emancipazione.

L’infibulazione, la poliginia e l’imposizione del velo sono pratiche che, nella loro essenza, rappresentano un dominio patriarcale sul corpo e sulla libertà delle donne.

Troppo spesso queste battaglie multiculturali si traducono in una progressiva erosione dei diritti di tutte le donne, indipendentemente dalla loro origine.

Le donne diventano così terreno di scontro politico e culturale, in cui si negozia la loro libertà e autonomia come se fosse un’opzione secondaria o un prezzo da pagare per la coesione sociale o il rispetto delle differenze culturali.

Il secondo pattern è la fallacia del buon senso che accompagna queste “introduzioni”.

Si sostiene che, poiché certe pratiche esistono nella realtà, la loro legittimazione sarebbe solo una naturale estensione del buon senso.

“Visto che questa cosa esiste, permettiamola”, è il ragionamento spesso sotteso.

Ma questo approccio è profondamente errato e pericoloso: la mera esistenza di una pratica non ne giustifica in alcun modo la legittimazione morale o giuridica.

Se accettassimo questa logica, saremmo costretti a giustificare qualsiasi abuso semplicemente perché è già praticato in qualche realtà culturale o geografica.

È un terreno scivoloso che mette a rischio i principi fondamentali di tutela dei diritti umani universali, trasformando la realtà in uno strumento di giustificazione acritica.

Il terzo pattern riguarda il disprezzo verso l’istruzione e la negazione della possibilità di mettere in discussione certi valori apparentemente “incontestabili”.

Basterebbe affermare con forza e chiarezza che “il corpo della donna è della donna e decide lei. Sempre e ovunque” per stabilire un principio chiaro e inderogabile.

Tuttavia, queste norme e proposte legislative o culturali non vengono mai scrutinate alla luce di un’educazione critica e emancipativa, ma persistono come norme patriarcali radicate nelle stesse comunità e imposte spesso senza possibilità di dissenso. Il risultato è una tacita resa culturale e politica all’idea che alcune pratiche non si debbano né possano cambiare, cancellando di fatto la soggettività e la libertà delle donne.

Questi tre pattern non rappresentano quindi tolleranza, né apertura, ma piuttosto una resa e un oblio di sé.

Una resa che si concretizza nel sacrificare le conquiste e i diritti delle donne sull’altare del multiculturalismo malinteso e di una presunta armonia sociale che finisce per legittimare disuguaglianze e oppressioni.

La vera tolleranza non può prescindere dal rispetto e dalla protezione della libertà individuale, soprattutto quando si tratta dei diritti delle persone più vulnerabili.

Non si tratta di chiudersi al dialogo interculturale, bensì di non tradire i principi fondamentali di dignità e uguaglianza a cui ogni società democratica dovrebbe ispirarsi.

La sfida che abbiamo davanti non è semplice: coinvolge questioni culturali, religiose, sociali complesse e delicate, che richiedono un confronto serio e rispettoso.

Occorre però, prima di tutto, riaffermare con coraggio e chiarezza i diritti delle donne come non negoziabili, tanto meno in nome di una falsa idea di buon senso o di un multiculturalismo che dimentica le vittime di pratiche oppressive.

Solo così potremo costruire una società realmente inclusiva, libera e giusta per tutti, in cui la diversità sia un arricchimento e non una giustificazione per l’ingiustizia.

In conclusione, quanto accaduto in Emilia Romagna e le successive proposte emerse in Italia e in Europa ci invitano a una riflessione profonda sulle implicazioni del multiculturalismo quando diventa sinonimo di rinuncia ai diritti fondamentali.

Non possiamo accettare passivamente la normalizzazione di pratiche che ledono la libertà individuale e, soprattutto, quella delle donne.

La storia della civiltà è fatta di conquiste che non possono essere sacrificate in nome di compromessi culturali che, al contrario, rischiano di condannarci a un passato oscuro in cui i corpi delle donne erano oggetto di controllo e dominio.

Riaffermare questi principi è un dovere civico, una battaglia di civiltà che non ammette neutralità né compromessi al ribasso.

Di Admin

Lascia un commento