
La numero due del Campo Largo, da perfetta capoclasse, fornisce una spiegazione che evidentemente ritiene brillante – ma che, oltre a essere veramente infantile, mostra tutto il distacco dalla realtà di quella donna e della sua parte politica.
Schlein risponde con fare sprezzante a chi le citava Meloni, che a sua volta evocava il detto latino “Si vis pacem, para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”), con un secco:
“Eh, ma cosa si è fermata ai Romani? La storia del mondo è andata avanti, insieme al diritto.
Se vuoi la pace, prepara la pace”.

Questa risposta, più che un semplice rifiuto del passato, rappresenta un rinnegamento plateale degli ultimi ottant’anni di storia europea e della politica della deterrenza che ha permesso di mantenere un equilibrio fragile ma efficace durante la Guerra Fredda. La deterrenza, basata proprio sull’equilibrio di forze militari e sulla volontà di prepararsi alla peggiore delle ipotesi – cioè la guerra –, ha impedito per decenni uno scontro devastante tra superpotenze.
Schlein, invece, sembra ignorare questa lezione di pragmatismo politico, rifugiandosi in una visione idealistica e irrealistica, secondo cui la “pace” si ottiene semplicemente “preparando la pace”, come se fosse possibile ignorare la realtà della natura umana, dei rapporti di forza e delle ambizioni geopolitiche.
Ma ciò che rende ancora più preoccupante la sua affermazione è l’arroganza implicita, la pretesa superiorità morale e culturale con cui si pone nei confronti di Meloni e, più in generale, di chi non condivide la sua visione politica.
Il messaggio sottinteso è chiaro: “Lei è arretrata, noi siamo gli evoluti”.
Questo atteggiamento, purtroppo, è una costante della sinistra contemporanea, che spesso non cerca un dialogo reale ma un monologo educativo, una sorta di lezione moralizzatrice da impartire a chi osa dissentire.
Il problema fondamentale è che un vero dialogo può esistere solo tra pari, quando c’è rispetto reciproco e apertura all’ascolto. Quando invece si presume di avere in tasca la verità assoluta, il confronto diventa impossibile, perché l’interlocutore viene trattato come un allievo da educare, non come un soggetto pensante.
La morale astratta e distaccata che ne deriva rende poi difficile comprendere la realtà concreta e muoversi efficacemente al suo interno, poiché si costruisce un’interpretazione idealizzata e scollegata dai fatti.
Questa dinamica non è nuova né isolata.
La storia offre esempi eloquenti di come una presunta superiorità morale possa diventare un boomerang.
Prendiamo il caso dell’Iran: la sinistra iraniana, convinta di poter usare Khomeini come strumento per i propri fini rivoluzionari, venne invece sopraffatta da lui.
Khomeini non solo prese il potere, ma impose una dittatura teocratica che nulla aveva a che spartire con le speranze di libertà e giustizia di quella sinistra.
Lo stesso rischio è oggi presente nella sinistra europea, che si illude di poter utilizzare temi come il palestinismo, l’antiamericanismo e le masse populiste per rafforzare la propria posizione senza rendersi conto che sta creando le condizioni per forze politiche incontrollabili che potrebbero travolgerla.
Se la sinistra continua a ragionare in termini di superiorità ideologica e a rifiutare il confronto onesto con le realtà complesse del mondo contemporaneo, rischia di isolarsi sempre di più e di perdere la capacità di incidere concretamente sulle scelte politiche.
Il tema della pace, così cruciale e delicato, merita invece un approccio pragmatico, fondato su un equilibrio tra idealismo e realismo, consapevole della storia e delle sfide attuali, e capace di dialogare senza arroganza con tutte le forze in campo.
In conclusione, la polemica nata dallo scontro tra Schlein e Meloni non è soltanto un episodio di battibecchi politici, ma il riflesso di una frattura profonda nella cultura politica italiana ed europea.
Da un lato, un idealismo a tratti ingenuo e moralistico che rifiuta di confrontarsi con le dure leggi della politica internazionale; dall’altro, un realismo che poggia sul riconoscimento delle contraddizioni e dei limiti umani, ma che talvolta rischia di sembrare cinico o fatalista.
Solo mettendo da parte la presunzione di superiorità e riaprendo la strada a un dialogo sincero e paritario sarà possibile costruire strategie credibili per la pace e la convivenza internazionale.
Altrimenti, la politica rischia di diventare un gioco di potere senza vera sostanza, mentre la realtà, implacabile, continuerà a dimostrare la sua complessità e la sua durezza. Speriamo, dunque, che questo messaggio di avvertimento venga ascoltato prima che sia troppo tardi.
