
**Il riserbo sui magistrati a cena da Lavitola: che rapporto c’è tra una parte della magistratura e una parte del giornalismo?**
Da giorni un ristorante all’apparenza qualunque nel cuore di Roma è diventato il centro di una narrazione che si srotola lentamente, giorno dopo giorno, con nuovi dettagli, retroscena e indiscrezioni.
Il locale gestito da Valter Lavitola, fulcro di incontri vari, ospita imprenditori, prelati, giornalisti e – secondo voci insistenti – anche magistrati.

Una mescolanza di presenze che avrebbe dovuto accendere i riflettori sul ruolo e sulla natura di questi incontri, ma che invece rivela un singolare meccanismo di selezione del racconto pubblico: mentre per alcune categorie la cronaca si sfoga senza freni, per altre cala un inspiegabile e silenzioso sipario.
Il nome di Sigfrido Ranucci è da sempre associato all’inchiesta giornalistica di “Report”, trasmissione d’inchiesta simbolo della Rai, nota per il rigore e la indipendenza.
Non è un mistero che il giornalista abbia frequentato abitualmente il ristorante di Lavitola, dove molti altri giornalisti si fermavano per cenare o scambiarsi informazioni. Con lui, anche importanti imprenditori, uomini di Chiesa e, stando a numerose fonti, magistrati.
Questi ultimi però sembrano diventati il tabù della narrazione.
L’ipotesi che alcuni giudici potessero annoverarsi tra quei commensali viene trattata con riserbo, come se esistesse una zona franca invisibile, uno spazio dove la regola della trasparenza non si applica più.
Chi frequenta i salotti del potere, che sia politico, economico o mediatico, sa bene che la presenza in certi luoghi pubblici non rappresenta di per sé un illecito né tantomeno uno scandalo. Frequentare un ristorante, anche se riconducibile a soggetti controversi, non è di per sé prova di compromissione o coinvolgimento in attività illecite. Eppure, proprio per questa ragione, è doveroso – soprattutto per chi si occupa di informazione e giustizia – fare piena chiarezza circa la natura e le modalità di queste frequentazioni.
Il silenzio, infatti, alimenta solo sospetti e dietrologie.
La trasparenza spegne invece ogni dubbio, permettendo un giudizio sereno e obiettivo.
Al centro di questo dibattito emerge inevitabilmente il rapporto ormai consolidato tra alcune figure di spicco della magistratura e del giornalismo investigativo.
Il legame tra Sigfrido Ranucci e il procuratore della Repubblica di Napoli,
Nicola Gratteri, rappresenta un caso emblematico.
I due hanno condiviso numerosi eventi pubblici – incontri, dibattiti, presentazioni di libri – mostrando una collaborazione e una stima reciproca che non è mai stata nascosta.
La testimonianza più evidente di questa sintonia si ebbe pochi mesi fa, quando Gratteri fece visita presso la redazione di “Report”, un evento raccontato apertamente sui social con tanto di foto ufficiale. Un gesto di fiducia reciproca, destinato a sottolineare un comune impegno contro le mafie e la corruzione.
Ancora più significativa fu la scena avvenuta durante l’assemblea annuale dell’Associazione Nazionale Magistrati tenutasi lo scorso anno alla Corte di Cassazione.
In quella occasione, all’ingresso di Ranucci, tutta la platea dei magistrati si alzò in piedi tributandogli una lunga standing ovation.
Quel gesto spontaneo e collettivo, immortalato e diffuso sui social networks, ha rappresentato più di mille parole la profondità del rapporto tra una parte della magistratura e quella specifica porzione di giornalismo d’inchiesta.
Nulla di illecito o sconvolgente, ma un segnale forte di comunione d’intenti, condiviso e manifestato pubblicamente.
Tuttavia, proprio perché tali rapporti sono noti e trasparenti, sorprende lo stesso riserbo – se non il totale silenzio – che circonda invece la possibile presenza di magistrati tra gli avventori del ristorante di Lavitola.
Perché, se giornalisti, imprenditori o esponenti religiosi possono essere nominati senza esitazioni, la stessa regola non si applica ai magistrati?
È legittimo chiedersi quale sia la ragione di questa disparità comunicativa.
Non è forse vero che in uno Stato di diritto la trasparenza deve essere un principio uniforme, senza deroghe né eccezioni?
I rumors che parlano di magistrati a cena con Lavitola, personaggio controverso accusato persino di gravi reati, meriterebbero una risposta chiara e diretta.
Se queste voci sono infondate, basterebbe un comunicato o una dichiarazione ufficiale per smentirle.
Se, al contrario, qualcuno vi ha effettivamente preso parte, si dovrebbe spiegare con quali finalità e in quale contesto.
Solo così si potrebbe evitare che il silenzio selettivo finisca per diventare un efficace detonatore di sospetti, alimentando un clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni giudiziarie e del loro rapporto con la stampa.
Non si tratta, quindi, di sapere quale piatto sia stato ordinato o chi fosse al tavolo in una serata specifica, ma di ribadire un principio fondamentale: la trasparenza non può essere una regola variabile a seconda delle categorie sociali.
Se un giornalista o un imprenditore sono soggetti al diritto di cronaca, allo stesso modo devono esserlo anche i magistrati, che per il loro ruolo di garanti della legge e della legalità sono forse ancor più chiamati alla chiarezza e alla correttezza nei comportamenti pubblici e privati. In Italia, dove la parola trasparenza è spesso evocata come panacea per risolvere disfunzioni e malintesi tra cittadini e istituzioni, è indispensabile che non si creino zone d’ombra, soprattutto all’interno di apparati fondamentali come quello giudiziario.
La strada per rafforzare la fiducia nell’amministrazione della giustizia passa anche attraverso la capacità di rendere conto ai cittadini – senza reticenze né omissioni – di ciò che accade nella vita reale, lontano dai riflettori ma non meno importante.
Il caso del ristorante di Lavitola è dunque un test per tutti: per la magistratura chiamata a dimostrare che il proprio comportamento è sempre irreprensibile e trasparente; per il giornalismo, che deve esercitare il proprio ruolo di cane da guardia senza cadere in ambiguità o protezionismi; per l’opinione pubblica, che ha il diritto di sapere e di giudicare su basi chiare.
Solo superando il meccanismo del riserbo selettivo si potrà costruire un rapporto più sano e credibile tra magistratura, giornalismo e società civile, un rapporto fondato non sulle ombre e sugli insabbiamenti, ma sulla luce dell’informazione e della verità. Perché in un Paese che pretende riforme e trasparenza, la regola deve essere semplice e inderogabile: o la privacy vale per tutti, oppure non può trasformarsi nello scudo riservato soltanto ad alcune categorie.
