
UN INCHIESTA CONTROVERSA TRA MAFIA, APPALTI E POLITICA Il recente esposto di diciotto pagine presentato dal generale Mario Mori alla Procura di Roma segna un nuovo capitolo nella controversa vicenda che coinvolge il conduttore Sigfrido Ranucci e la trasmissione “Report”.

Al centro del contendere c’è la puntata andata in onda il 24 maggio scorso, intitolata “Le piste nere”, accusata da Mori di diffamazione, falsità, omissioni e manipolazioni dei fatti.
Un’accusa pesante che getta ombre sull’attendibilità di una inchiesta giornalistica che si proponeva di scavare a fondo nelle pieghe più oscure della storia italiana recente.
Il servizio di “Report”, curato dal giornalista Paolo Mondani, si presenta come un mosaico complesso e serrato che intreccia fatti storici e personaggi chiave: dalla banda della Uno Bianca al prefetto La Barbera, dai tentativi di golpe come Rosa dei Venti e Golpe Borghese, alla loggia massonica P2, fino ai servizi segreti deviati e alla tristemente nota trattativa Stato-mafia.

Nel vortice di connessioni compare anche la strage di Bologna, quella di Capaci, le bombe del 1993, ed infine la strage di via D’Amelio, avente come sfondo la commemorazione di Paolo Borsellino.
Questa narrazione ripropone lo spinoso filone investigativo chiamato “Mafia-appalti”, attualmente sotto esame da parte della Procura di Caltanissetta e dalla Commissione antimafia, ma contestato duramente dai Cinque Stelle, da “Report” e da un gruppo di cronisti con orientamenti simili. Tuttavia, sia la Procura che la Commissione hanno riconosciuto la credibilità razionale di questo filone come una concausa delle stragi, in quanto indaga intrecci profondi tra interessi mafiosi, politici e imprenditoriali risalenti al periodo che anticipava Tangentopoli.

In questa cornice, Falcone e Borsellino furono assassinati nel momento in cui stavano per svelare un labirinto di complicità e depistaggi che ancora oggi non sono stati pienamente chiariti.
Nel servizio, Mori viene accusato di aver protetto il poliziotto La Barbera legato alla vicenda Uno Bianca, di essere stato allontanato nel 1975 dal SID per presunti contatti con l’eversione nera e di aver svolto un ruolo chiave nella trattativa con Ciancimino come un “spregiudicato uomo dei Servizi”, infiltrando Paolo Bellini in Cosa Nostra senza però fermare le stragi.
Queste accuse sono state smentite da Mori e confermate come infondate dalla giustizia italiana. Al centro della polemica vi è poi la cosiddetta teoria delle “due informative”: una prima relazione del ROS consegnata a Falcone nel febbraio 1991, priva di riferimenti a politici, e una seconda, depositata dopo le stragi, dove i nomi apparirebbero.
Mori ha presentato documenti originali di luglio e agosto 1990 già consegnati a Falcone e a Guido Lo Forte, che mostrano invece come alcuni nominativi fossero presenti sin dall’inizio. Il gip di Caltanissetta ha già definito questa teoria “non affatto provata”.
La puntata di “Report” sostiene inoltre la versione avanzata da Roberto Scarpinato, figura chiave del pool antimafia e neo senatore del Movimento Cinque Stelle, secondo cui Borsellino avrebbe saputo il 14 luglio 1992 della richiesta di archiviazione dell’inchiesta Mafia-appalti firmata anche da Scarpinato il giorno precedente.
Tuttavia, la documentazione ufficiale di Caltanissetta dimostra che Borsellino venne coinvolto solo parzialmente e tardivamente nella vicenda e che nessuno, nemmeno nelle audizioni successive alla sua morte, ha mai fatto cenno a una controversa richiesta di archiviazione.
Questo suggerisce un isolamento degli investigatori e una gestione discutibile dell’inchiesta sotto la guida di Pietro Giammanco e dei suoi sostituti, tra cui Scarpinato stesso.
Il dossier Mafia-appalti, lungi dall’essere un’inchiesta marginale, rappresenta dunque una chiave interpretativa fondamentale per comprendere le cause delle stragi di quegli anni.
Contrariamente a quanto sostenuto da “Report” con la sua etichetta di “piste nere”, questa ipotesi è stata riconosciuta come altamente plausibile da fonti giudiziarie autorevoli.
Un aspetto che alimenta ulteriori dubbi sulla serietà dell’inchiesta televisiva è la partecipazione dello stesso Paolo Mondani, autore del servizio incriminato, a una conferenza di giornalisti siciliani contraria proprio alla tesi Mafia-appalti come concausa principale.
A questo incontro, tenutosi il 15 giugno, era presente anche Scarpinato, protagonista diretto della vicenda.
Questa doppia posizione – scrivere un servizio per “Report” che accreditava la versione di Scarpinato e poi confrontarsi pubblicamente con lui contro la stessa teoria – appare quanto meno contraddittoria.
L’approccio di “Report” dimentica inoltre di presentare ricostruzioni alternative, preferendo adottare una sola tesi già smentita dalle indagini giudiziarie.
Non è il giornalismo d’inchiesta quello che in queste circostanze si limita a sintetizzare teorie unilaterali senza verificare le prove e le confutazioni esistenti. Quando si tratta di fatti così gravi e complessi, la responsabilità di informare correttamente diventa cruciale.
La trasmissione rischia di trasformarsi in uno strumento di propaganda politica costruita tramite montaggi e selezioni parziali, negando così il diritto dei cittadini ad una verità completa e verificata.
In conclusione, il conflitto che ora vede contrapposti Sigfrido Ranucci e il generale Mario Mori rappresenta più di un semplice scontro personale.
È l’emblema di un dibattito più ampio e delicato che investe la storia italiana contemporanea: la difficoltà di fare chiarezza su episodi che hanno segnato la vita nazionale, la complessità delle relazioni fra mafia, politica e servizi segreti e soprattutto l’importanza di un’informazione seria, rigorosa e indipendente.
Se l’obiettivo di “Report” era quello di illuminare zone d’ombra nascoste, la reazione di Mori e le critiche mosse dal mondo giudiziario e politico invitano a riflettere sul confine sottile fra inchiesta e manipolazione, fra verità e pregiudizio.
Una lezione che va ben oltre gli schieramenti e gli interessi contingenti, per riaffermare il valore imprescindibile della ricerca della giustizia e della trasparenza.
