Intanto il piagnisteo continua

“Se questo è un uomo.” Tre parole, tre sillabe che Primo Levi ha usato per racchiudere l’intera dignità umana.

Parole pronunciate da un sopravvissuto all’inferno dei campi nazisti, che si interrogava sulla condizione dell’essere umano privato di tutto, ridotto a mero numero.

In questo contesto, “uomo” non significava il genere maschile, ma l’essere umano nella sua universalità e profondità.

Tradotto in quaranta lingue, studiato in ogni liceo d’Italia e citato ogni 27 gennaio, queste parole rappresentano un monumento alla memoria e all’umanità. Eppure, oggi, paradossalmente, sembrano messe in discussione da una assurda deriva ideologica.

La senatrice Valeria Valente, del Partito Democratico, ha recentemente depositato un disegno di legge che propone di eliminare la parola “uomo” dagli atti pubblici e dai testi legislativi, sostituendola con “persona”.

Motivo?

Il maschile “non è neutro” e sarebbe quindi discriminatorio.

Non si tratta di una semplice raccomandazione o di un indirizzo culturale, bensì di un obbligo di legge, con modifiche profonde al codice civile, al codice di procedura civile e al codice penale.

Di fronte a questa proposta, sorgono immediatamente numerose perplessità sia sul piano linguistico sia su quello politico.

Il capolavoro del ridicolo emerge quando si propone di sostituire la parola “omicidio” con “assassinio”, perché “omicidio” conterrebbe la radice “homo”, ritenuta sessista.

Chi ha scritto queste norme evidentemente non ha mai sfogliato un vocabolario etimologico: “omicidio” deriva dal latino homicidium, composto da homo (essere umano) + caedere (uccidere), dove homo non significa maschio, ma semplicemente individuo appartenente alla specie umana.

È lo stesso “homo” che troviamo in concetti come “Homo sapiens”, “homo faber” ed “ecce homo” – termini universali e millenari. Sostituirlo con “assassinio”, parola legata all’immaginario oscuro dei sicari medievali sotto l’effetto di hashish, è poco meno che grottesco.

Se seguiamo questa logica superficiale, allora anche “omosessuale” – che contiene “homo” – dovrebbe essere eliminato o modificato.

Ma qui la questione si fa delicata: toccare una parola così centrale nel vocabolario ideologico significherebbe farsi male.

Impossibile, dunque, che accada.

Si percepisce chiaramente come la proposta non sia frutto di una seria riflessione linguistica, ma di un’impostazione ideologica che sceglie ciò che conviene e scarta ciò che disturba.

Ma le stranezze non finiscono qui.

La parola “popolo”, presente nell’articolo 1 della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo”), anch’essa maschile, è altrettanto potenzialmente sessista.

Come comportarsi?

Riscrivere la Costituzione?

Questo enigma sembra intrappolare la sinistra, incapace di risolvere nemmeno il nodo più elementare della propria ideologia. Cinque congressi non basterebbero per sbrogliare questa matassa.

Nel frattempo, il Partito Democratico mostra tutta la sua incapacità di distinguere una proposta seria da una figuraccia.

Chi ha scritto questo disegno di legge conosce davvero la lingua italiana?

Chi lo ha letto prima di presentarlo in Senato?

Possibile che sia stato redatto senza il minimo requisito di competenza linguistica o culturale?

Oppure siamo di fronte a vittime di una epidemia che ha fatto scomparire le maestre elementari?

Il punto però non è linguistico, ma politico.

Questa proposta farneticante nasce dall’ideologia woke che, negli ultimi anni, sta devastando il pensiero della sinistra occidentale.

Un’ideologia secondo cui la lingua sarebbe un’arma oppressiva e che cambiandola si possa cambiare il mondo.

Non importa se la lingua funziona, se gli italiani non sentono il bisogno di cambiare una parola: l’ideologia decide, i cittadini devono adeguarsi.

È un approccio autoritario che ignora il buon senso e l’esperienza millenaria.

Un altro esempio emblematico è la questione delle professioni femminili.

Per coerenza, una capotreno dovrebbe diventare una “capatreno”.

In italiano, però, “capo” nei sostantivi composti è invariabile: si dice “la capotreno”, “la capostazione”, “la capoclasse”.

Si cambia l’articolo, non il sostantivo.

Elementare, ma evidentemente troppo difficile per chi vuole imporre una rivoluzione lessicale senza basi grammaticali.

Se la grammatica resiste, allora sarà fascista e nemica da combattere.

È altresì interessante notare che appena un giorno prima del deposito del ddl Valente, un altro esponente del PD, il senatore Alessandro Alfieri, faceva il solito piagnisteo sulle emergenze italiane, dimenticando però che proprio il suo partito ha governato per quasi tutto il decennio senza mai vincere le elezioni e contribuendo così alla crisi attuale.

Alfieri concludeva con una richiesta di una nuova legge elettorale come priorità.

Ma per il PD la priorità sembra essere riscrivere leggi e codici per eliminare la parola “uomo”, mentre milioni di italiani non arrivano a fine mese e le liste d’attesa sanitarie superano l’anno.

La senatrice Valente ha attaccato anche Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, accusandola di maschilismo perché preferisce la forma “presidente” anziché “presidentessa” o “la presidente”.

Qui emerge tutto il ridicolo della questione: la forma conta più della sostanza, la desinenza più della storia. La prima donna a ricoprire questo ruolo storico viene criticata per il titolo che usa, non per le sue politiche.

La politica sostituita dalla linguistica, le battaglie sociali da quelle lessicali, il fare con il dire.

E, come spesso accade, nemmeno l’italiano ne esce bene.

Torniamo a Primo Levi.

“Se questo è un uomo” non è un titolo qualunque, ma una domanda profonda sull’essenza stessa dell’umanità, pronunciata da chi ha visto l’abisso.

Le donne di Auschwitz erano tutte comprese in quella parola, così come gli anziani, i bambini, i rom, gli omosessuali.

Quel maschile universale non cancellava nessuno; li includeva tutti in una domanda radicale: siamo ancora capaci di riconoscere un essere umano

? La senatrice Valente, evidentemente, ritiene di no.

Ma prima di rispondere, vuole cambiare le desinenze.

In Italia ci sono tredici milioni di persone sotto la soglia di povertà relativa o in situazione di esclusione sociale.

I pronto soccorso sono al collasso.

Alcuni quartieri sono teatro di conflitti che richiedono alle forze dell’ordine di intervenire come in una zona di guerra.

Eppure, la priorità dei parlamentari PD sembra essere un dibattito sulle parole, non la vita reale degli italiani.

Provate a immaginare cosa avrebbe risposto Enrico Berlinguer – l’uomo della questione morale, dei lavoratori e dell’austerità come valore – a chi gli avesse detto che la priorità del Paese era discutere sulla grammatica di parole come “uomo” e “persona”.

Avrebbe guardato la senatrice Valente come uno spaesato che ha perso completamente di vista il senso della politica.

Eppure il Partito Democratico – con tutto il peso della sua storia, della sua struttura e dei suoi parlamentari pagati quindicimila euro al mese – sceglie di impegnare il Senato su questa questione ridicola.

Non è una proposta di legge. È una fesseria sesquipedale.

In conclusione, la vera emergenza non sono le desinenze maschili, ma la distanza enorme tra questi personaggi e la realtà concreta degli italiani.

Prima di cambiare la lingua, forse dovrebbero preoccuparsi di cambiare idee e priorità.

Restituendo ai cittadini, con azioni concrete, la dignità che tentano di scippare loro giocando sulle parole.

Solo così potremo tornare a parlare di uomini e donne, sì, ma soprattutto di persone.

E di rispetto.

Di Admin

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