La sinistra contemporanea si presenta ormai come una pièce teatrale che non smette mai di andare in scena, un dramma ripetuto dove la narrazione è sempre la stessa, e la sceneggiatura sembra scritta con il medesimo inchiostro indelebile: quella di un mondo perfetto, privo di imperfezioni interne, animato da eroi immacolati e circondato da nemici oscuri e complotti celesti.

È un copione che esalta l’unità di un blocco politico più come un sacramento inviolabile che come un patto fragile e umano, dove ogni critica interna viene rigettata come un tradimento e ogni errore viene negato o nascosto sotto strati di retorica e autoconsolazione.

L’autocritica come tabù: un’illusione mai raggiunta In questo panorama, l’autocritica è diventata un miraggio.

La sinistra ha progressivamente abbandonato la capacità di guardarsi allo specchio per vedere le proprie crepe e contraddizioni, preferendo invece adottare una strategia difensiva fatta di attacchi preventivi e di vittimismo permanente.

La vicenda Ranucci è paradigmatica di questa dinamica: ogni domanda che osa uscire dal coro ufficiale viene immediatamente bollata come un tentativo di delegittimazione orchestrato da forze esterne, specie dalla destra “nemica”.

Questa costruzione narrativa genera un muro impenetrabile, un fortino dove l’identità politica si difende con le armi della denigrazione dell’avversario e del rifiuto sistematico di ogni possibile autocritica.

Così, il dibattito pubblico si trasforma in un’arena dove l’unico scontro reale è tra i “buoni” e i “cattivi”, senza spazio per le sfumature, per le contraddizioni o per quell’umiltà che dovrebbe essere alla base di ogni processo democratico sano.

La sinistra, in questa versione corporativa e monolitica, si autocelebra e si autogiustifica a prescindere, ignorando tutte le questioni che potrebbero minare la sua immagine costruita come paladina della giustizia sociale e della correttezza morale.

Il mito degli eroi immacolati: Sanchez, il salvatore senza macchia

Un altro elemento caratteristico di questo spettacolo è la mitizzazione di figure politiche che dovrebbero essere invece sottoposte a un’analisi critica rigorosa.

Prendiamo il caso di Pedro Sánchez, il leader spagnolo ritratto come un condottiero epico capace di risolvere problemi complessi come quello dei flussi migratori a Ceuta.

Dietro questo ritratto eroico si cela però una realtà ben diversa: centinaia di morti nel Mediterraneo conseguenza scelte politiche fallimentari gestione disastrosa flussi migratori.

Nonostante ciò, nella narrazione dominante all’interno della sinistra, Sánchez diventa un esempio luminoso, una bandiera di un progresso inesistente.

Nessuna domanda scomoda viene posta sul suo operato; nessuna responsabilità viene attribuita per le tragedie accadute sotto la sua guida.

Al contrario, ogni critica viene soffocata in nome dell’unità e della coesione del campo largo progressista che preferisce applaudire un uomo considerato “illuminato” piuttosto che affrontare la dura realtà delle sue mancanze.

La faziosità del sindaco di Bologna e la retorica incendiaria

La scena italiana offre esempi simili come il caso del sindaco di Bologna che alla notizia della morte di un migrante ha subito sfruttato la tragedia per indurre una manifestazione.

Un gesto che lungi dall’essere un atto di solidarietà spontanea appare come un calcolo politico destinato a capitalizzare il dolore altrui per fini identitari e partitici.

La manifestazione in sé infatti si è conclusa nel peggiore dei modi confermando la natura forzata e controproducente dell’iniziativa.

Eppure come spesso accade nessuno ha osato avanzare una critica seria o suggerire un ripensamento.

Si è preferito mantenere la narrazione del martirio progressista dello scontro con forze oscure sempre dietro l’angolo piuttosto che ammettere errori di valutazione e strategie fallimentari.

Anche nell’ambito culturale emergono dinamiche che riflettono questo corporativismo di sinistra.

La nipote di Fabrizio De André simbolo d’un’eredità artistica e morale altissima ha recentemente pubblicato un video accolto come atto d’coraggio e denuncia verità scomode; tuttavia il contenuto del video è stato giudicato da molti classista e povero d’reali contenuti.

La moglie diI De André, Dori Ghezzi ha provato a introdurre maggiore equilibrio e profondità nel discorso ma è stata ignorata mentre la giovane è stata osannata come portavoce d’una nuova generazione ribelli illuminati.

Questo episodio mostra come l’immagine i consensi facili e viralità abbiano preso il posto del merito coerenza trasformando dibattito culturale in gioco applausi selfie piuttosto che confronto serio.

Un altro aspetto inquietante del corporativismo di sinistra è l’inconsistenza nel confronto con questioni complesse e scomode.

Dopo le dichiarazioni di Giuseppe Conte contro gli aiuti all’Ucraina quel tema è scomparso dai radar interni come se il problema fosse il silenzio più che la sostanza delle posizioni.

Nessuno osa mettere in discussione o approfondire perché certe scelte vengano fatte né quali siano le implicazioni etiche e politiche.

Contemporaneamente, l’antisemitismo, spesso travestito da antisionismo, continua a circolare in ambienti progressisti senza che ci sia una reale presa di posizione chiara e netta.

Questo doppio standard morale viene giustificato da un moralismo da quattro soldi che si crede superiore ma in realtà protegge solo gli interessi del gruppo evitando ogni conflitto interno.

### Feste e celebrazioni senza domande

il caso El-Sayed

La sinistra festeggia anche le vittorie elettorali come quella di El-Sayed, acclamato come un simbolo del nuovo progressismo.

Ma si tace volentieri sulle sue affiliazioni e simpatie per la Fratellanza Musulmana, un’organizzazione che è apertamente ostile all’Occidente.

Qui la negazione selettiva diventa ancora più evidente: meglio fingere che certi aspetti non esistano, meglio esaltare trionfi apparenti piuttosto che affrontare questioni potenzialmente divisive.

### Un teatro di ipocrisia e finzione permanente

Il grande spettacolo del corporativismo di sinistra è dunque un format ormai consolidato: una rappresentazione fatta di eroi senza macchia e complotti orditi da nemici immaginari o troppo comodi da additare.

Si tratta di un meccanismo autoalimentante che permette di mantenere un blocco fragile ma compatto basato sulla negazione sistematica di ogni falla e sull’esaltazione d’un’identità politica sacralizzata.

Questa impostazione ha però un prezzo molto alto; produce uno spettacolo povero d’idee autentiche e d’un confronto reale privo d’quegli elementi critici essenziali per una democrazia viva e pluralista.

La sinistra chiusa a riccio intorno ai suoi miti narrazioni consolatorie si consegna a stagnazione pericolosa incapace rinnovarsi rispondere efficacemente sfide contemporanee.

L’urgenza di una resa dei conti sincera

Assistiamo così a una commedia tragica che sembra non avere mai fine dove i protagonisti recitano a memoria un copione vecchio e stanco il pubblico fedele applaude senza mai chiedere conto delle contraddizioni e dei fallimenti

Ma l’urgenza di una vera resa dei conti è più che mai necessaria perché solo attraverso l’onestà intellettuale e la capacità di autocritica la sinistra potrà superare le divisioni ritrovare una credibilità perduta

Rinnovare il dialogo interno accettare i propri errori confrontarsi con la realtà senza filtri ideologici è l’unica via per evitare che questo grande spettacolo del corporativismo si trasformi in un eterno teatro dell’assurdo destinato a ripetersi senza speranza di cambiamento

Solo così la sinistra potrà veramente riconquistare la sua mission

Di Admin

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