# Il distributore “nazionalizzato” e l’arte di confondere lo slogan con l’economia

C’è un momento, nella discussione politica italiana, in cui la realtà smette di essere un dato da analizzare e diventa semplicemente un ostacolo narrativo.

Succede quando una questione complessa — prezzi, costi, fiscalità, servizi essenziali e sostenibilità economica — viene trasformata in uno slogan da social:

**“Se il privato fa pagare troppo, interviene il pubblico e vende a meno perché non deve guadagnarci.”

** Semplice, no?

Talmente semplice che verrebbe quasi da sospettare che manchi qualche dettaglio.

La frase, attribuita a Nicola Fratoianni nella polemica sul distributore di Valle Castellana, contiene infatti una premessa apparentemente innocua e una conclusione apparentemente intuitiva: il privato cerca il profitto, il pubblico no; quindi il pubblico può vendere a prezzi più bassi.

È il genere di ragionamento che funziona benissimo in un post indignato, soprattutto se accompagnato da una fotografia di una pompa di benzina, da una bandiera italiana e da qualche riferimento alla “speculazione”.

Peccato che, appena lo si sottopone a una verifica elementare, inizi a perdere pezzi come un’utilitaria con vent’anni di servizio.

## “Il pubblico non deve guadagnarci”:

un concetto rivoluzionario, soprattutto per la contabilità

Che cosa significa esattamente dire che il pubblico “non deve guadagnarci”?

Significa forse che non deve distribuire utili agli azionisti?

In quel caso l’affermazione avrebbe un senso limitato, ma comprensibile.

Un’azienda pubblica può avere finalità diverse da quelle di una società privata: garantire un servizio, mantenere aperta un’attività strategica, assicurare la presenza in un territorio marginale, stabilizzare i prezzi o perseguire obiettivi sociali.

Ma tutto questo non vuol dire che i costi scompaiano.

Significa invece che il pubblico può vendere senza margine?

Anche qui: dipende da che cosa si intende per “margine”.

Un’impresa, per funzionare, deve generalmente coprire i costi operativi, gli investimenti, la manutenzione, il costo del capitale, gli imprevisti e gli obblighi fiscali.

Se ricavi e costi coincidono perfettamente, non c’è necessariamente un utile, ma nemmeno c’è spazio per errori, emergenze o investimenti futuri.

E se i ricavi sono inferiori ai costi, l’impresa è in perdita.

A quel punto la perdita non evapora in una nuvoletta di solidarietà pubblica.

Viene coperta da qualcuno.

Di solito dal bilancio dell’ente proprietario, cioè, in ultima analisi, dai contribuenti.

Dunque il vero messaggio non è: “Il pubblico può vendere a prezzo più basso perché non deve guadagnarci”.

È:

**“Il pubblico può scegliere di vendere a un prezzo più basso, coprendo eventualmente la differenza con risorse pubbliche.”**

Che è una cosa legittima, in determinati casi.

Ma è molto meno magica e molto più costosa.

## Il distributore non vive di buone intenzioni

Un distributore di carburante non è un’astrazione filosofica.

Non è un cartello con scritto “benzina” collocato in mezzo alla campagna.

È un’attività con dipendenti, impianti, autorizzazioni, obblighi di sicurezza, costi logistici, manutenzione, energia elettrica, assicurazioni, sistemi di pagamento, controlli, smaltimenti e adempimenti amministrativi.

Il carburante deve essere acquistato, trasportato, stoccato e venduto.

Le pompe devono funzionare.

I serbatoi devono essere controllati.

Gli impianti devono rispettare norme tecniche e ambientali.

Il personale deve essere pagato, anche se il proprietario è lo Stato e il distributore sorge in un territorio bellissimo, remoto e pieno di buone intenzioni.

Persino il distributore pubblico, dunque, dovrebbe affrontare almeno:

1. **stipendi e contributi dei dipendenti;**

2. **manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti;**

3. **costi energetici e logistici;**

4. **assicurazioni, sicurezza e adeguamenti normativi;**

5. **investimenti e ammortamenti;**

6. **costi amministrativi e finanziari;**

7. **imposte e oneri fiscali;**

8. **il costo stesso del carburante acquistato.**

A meno che il progetto non preveda dipendenti volontari, pompe riparate con il pensiero positivo e rifornimenti consegnati gratuitamente da una flotta di unicorni keynesiani, qualche conto bisognerà pur farlo.

## Il prezzo alla pompa non è deciso soltanto dal gestore

Un’altra semplificazione molto diffusa consiste nel trattare il prezzo della benzina come se fosse interamente il risultato del margine del distributore.

In realtà il prezzo finale incorpora diverse componenti: il costo della materia prima e dei prodotti raffinati, la logistica, i costi della rete, il margine industriale e commerciale, l’IVA e le accise.

La quota fiscale è particolarmente rilevante.

In Italia, a seconda del prodotto e dell’andamento dei prezzi, imposte e accise rappresentano una componente molto consistente del prezzo finale.

Perciò, se l’obiettivo è ridurre in modo significativo il prezzo alla pompa, occorre spiegare quale parte della riduzione dovrebbe essere ottenuta dal gestore e quale dallo Stato.

Perché le accise non scompaiono solo in virtù del fatto che il distributore ha un logo pubblico.

Se il carburante viene venduto a un prezzo inferiore perché il margine è ridotto o azzerato, si interviene soltanto su una componente del prezzo.

Se invece si vuole compensare anche il peso fiscale, bisogna ridurre le imposte oppure trasferire denaro pubblico all’operazione.

In entrambi i casi, qualcuno deve rinunciare a un’entrata o sostenere un costo.

La pompa, insomma, non diventa una fontana pubblica di benzina a prezzo politico soltanto perché il consiglio comunale approva una delibera dal tono battagliero.

## Prezzo di costo, prezzo politico e perdita

Qui entra in gioco una distinzione che nella comunicazione populista viene spesso accuratamente evitata: quella tra

**prezzo di mercato**,

**prezzo di costo** e **prezzo politico**.

Il prezzo di mercato è quello che consente, almeno in teoria, di coprire i costi e remunerare il capitale e il rischio dell’attività.

Il prezzo di costo dovrebbe coprire i costi complessivi.

Ma anche questo è più complicato di quanto sembri: bisogna decidere quali costi includere, come contabilizzare gli investimenti, come trattare la manutenzione futura, il costo del capitale e le eventuali perdite.

Il prezzo politico, invece, è quello fissato non sulla base della sostenibilità economica dell’attività, ma di un obiettivo sociale o territoriale.

Può essere giustificato quando si vuole garantire un servizio essenziale a una comunità isolata o svantaggiata.

Tuttavia, se il prezzo politico è inferiore al costo effettivo, si genera un disavanzo.

Non c’è nulla di scandaloso nel dire che un servizio pubblico possa essere sussidiato.

La sanità, il trasporto locale, l’istruzione e numerosi servizi di interesse generale funzionano anche grazie a trasferimenti pubblici. Il punto è chiamare le cose con il loro nome.

Non si tratta di “vendere a meno perché il pubblico non deve guadagnarci”.

Si tratta di **finanziare una politica pubblica attraverso la fiscalità generale**.

È una scelta possibile, ma non gratuita.

E quando una scelta non è gratuita, sarebbe opportuno spiegarne il costo invece di venderla come una trovata geniale a costo zero. ## Il mito dell’azienda pubblica che non deve rendere conto a nessuno

Nella narrazione più ingenua, il privato ha un difetto originario: vuole guadagnare.

Il pubblico, invece, sarebbe una creatura moralmente superiore, interessata soltanto al bene comune.

Le aziende private avrebbero i bilanci; quelle pubbliche avrebbero la coscienza.

Peccato che anche le aziende pubbliche debbano fare i conti con bilanci, debiti, investimenti e risultati economici.

Se un’impresa pubblica produce perdite, il problema non viene eliminato: viene spostato.

Dal conto economico dell’azienda passa al bilancio dello Stato, della Regione, del Comune o della società pubblica che la controlla.

In molti casi, il contribuente non vede direttamente la fattura, ma questo non significa che non la paghi.

E qui si arriva alla questione dei dividendi, spesso usata in modo confuso.

Una società controllata dallo Stato può distribuire utili al proprio azionista pubblico.

È il caso, per esempio, di grandi imprese partecipate, tra cui ENI.

Di Admin

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