
Per anni la sinistra italiana ci ha spiegato che Pedro Sánchez rappresentava il futuro e Giorgia Meloni il passato.
Madrid era il laboratorio della modernità, Roma il museo degli errori.
Da una parte accoglienza, inclusione, diritti e sensibilità; dall’altra frontiere, controlli, rimpatri e quella fastidiosa pretesa di governare i fenomeni invece di limitarci a commentarli.
Il racconto era semplice, persino elegante nella sua prevedibilità: Sánchez incarnava l’Europa solidale, Meloni l’Europa cattiva. Sánchez costruiva ponti, Meloni alzava muri.
Sánchez difendeva i diritti, Meloni evidentemente difendeva soltanto i problemi.
Ogni volta che il governo italiano proponeva una misura per contrastare l’immigrazione irregolare, la sinistra guardava a Madrid con l’aria di chi osserva un esperimento scientifico riuscito: «Vedete? Si può fare diversamenteᄏ.
Naturalmente quel “diversamente” consisteva soprattutto nel non affrontare fino in fondo le conseguenze delle proprie scelte. Ma questo era un dettaglio.
E i dettagli, quando si costruisce una narrazione ideologica, sono sempre molto scomodi.
Poi è arrivata la realtà.

La crisi di Ceuta ha ricordato alla Spagna una verità che l’Italia denuncia da anni: una politica migratoria senza controllo delle frontiere, senza procedure efficienti e senza rimpatri realmente praticabili non è una politica.
È un auspicio.
Un comunicato stampa.
Una dichiarazione di buone intenzioni affidata al vento, nella speranza che il vento risolva anche i problemi amministrativi.
Peccato che il vento, di solito, non gestisca i flussi migratori.
Quando le frontiere vengono messe sotto pressione, quando gli arrivi aumentano, quando le procedure si accumulano e i rimpatri restano sulla carta, la retorica dell’accoglienza illimitata si scontra con la logistica.
E la logistica, diversamente dalla propaganda, pretende risposte concrete.
Così il governo Sánchez ha approvato una riforma che va esattamente nella direzione che per anni ci hanno detto essere sbagliata: procedure d’asilo più rapide, procedure di frontiera, rigetti più veloci, maggiore rapidità nelle procedure di ritorno ed espulsione.
Insomma, proprio quelle cose che, pronunciate da Giorgia Meloni, venivano immediatamente classificate come disumane, xenofobe, isolazioniste e probabilmente responsabili anche del maltempo.
Ma quando le propone Sánchez, improvvisamente diventano “adeguamenti necessari”, “strumenti di gestione”, “misure pragmatiche” e “risposte alle nuove esigenze”.
La stessa identica medicina, somministrata da u
n medico ideologicamente presentabile, cambia miracolosamente nome.
Non è più una cura di destra: è una riforma progressista.
Non è più un giro di vite: è un’accelerazione delle procedure.
Non è più controllo: è capacità amministrativa.
La sostanza, però, resta la stessa.
E qui nasce una domanda molto semplice, quasi banale: dov’è finito il tanto celebrato “modello Sánchez”?
Per anni ci è stato spiegato che Madrid indicava una strada alternativa a quella italiana.

Una strada più umana, più moderna, più europea.
La Spagna veniva presentata come la prova vivente che si poteva governare l’immigrazione senza parlare di frontiere, rimpatri, deterrenza e controllo.
Bastava accogliere.
Bastava includere.
Bastava garantire diritti.
E se qualcuno osava chiedere come rendere tutto questo concretamente sostenibile, veniva accusato di essere privo di empatia.
L’empatia, evidentemente, era sufficiente per amministrare uno Stato.
Bastava guardare con sentimento un problema perché il problema, commosso, decidesse di risolversi da solo.
La realtà, però, non funziona così.
Non legge i comunicati delle organizzazioni non governative.
Non vota i partiti progressisti.
Non si lascia convincere dalle conferenze stampa.
E soprattutto non si ferma davanti alla parola “diritti”, quando mancano strutture, risorse, accordi e procedure capaci di trasformare quei diritti in un sistema ordinato e sostenibile.
Il punto non è negare i diritti.
Il punto è riconoscere che i diritti, per essere effettivi, hanno bisogno di uno Stato che sappia governare i confini, distinguere le situazioni, esaminare le domande e applicare le decisioni.
Uno Stato che non sappia fare tutto questo non è più umano: è semplicemente inefficace.
E l’inefficacia, quando riguarda le frontiere, non produce automaticamente solidarietà.
Produce caos.
La Spagna lo ha capito.
O, più precisamente, è stata costretta a capirlo.
Perché finché gli slogan funzionano, nessuno sente il bisogno di rivedere il proprio modello.
Ma quando arrivano le crisi, quando le immagini mostrano la pressione sui confini e quando le strutture non riescono più a reggere, anche il governo più ideologico deve fare i conti con la realtà.
Ed è una realtà piuttosto maleducata: non si lascia correggere con un hashtag.
Nel frattempo, l’Europa ha progressivamente spostato il proprio baricentro.
Anche qui il cambiamento è evidente.
Per anni la discussione è stata dominata da una sola parola: accoglienza.
Oggi, accanto all’accoglienza, compaiono sempre più spesso parole come controllo, rimpatrio, frontiere esterne, procedure rapide, collaborazione con i Paesi terzi e contrasto all’immigrazione irregolare.
Non perché l’Europa sia diventata improvvisamente cattiva.
Non perché tutti i governi siano stati folgorati sulla via di Bruxelles da una passione per i respingimenti.
Semplicemente perché la gestione dei flussi migratori non può essere affidata soltanto ai principi, per quanto nobili.
Servono strumenti.
E gli strumenti, fino a prova contraria, comprendono anche la capacità di impedire gli ingressi irregolari e di rendere effettive le decisioni di rimpatrio.
Questa è la parte che per anni è stata rimossa dal dibattito italiano.
Si parlava dell’arrivo, quasi mai della permanenza.
Si parlava dell’accoglienza, molto meno della sostenibilità.
Si citavano i diritti, ma raramente si spiegava chi dovesse garantire l’ordine necessario per proteggerli.
E ogni proposta di controllo veniva trattata come un attentato alla civiltà.
Quando Giorgia Meloni parlava di difesa dei confini, la sinistra rispondeva con lezioni morali.
Quando insisteva sui rimpatri, veniva accusata di disumanità.
Quando proponeva accordi con Paesi terzi, veniva descritta come una leader incapace di comprendere la complessità del fenomeno.
Quando tentava di portare la questione ai tavoli europei, le veniva rimproverato di trasformare l’immigrazione in una battaglia politica.
Ora, però, quelle stesse questioni sono al centro dell’agenda europea.
Il controllo delle frontiere non è più una fissazione italiana.
Le procedure rapide non sono più una perversione sovranista.
La collaborazione con i Paesi terzi non è più una bestemmia diplomatica.
I rimpatri non sono più una parola da pronunciare sottovoce, possibilmente lontano dai giornalisti.
Sono diventati elementi della discussione ufficiale.
La cosa deve essere stata piuttosto imbarazzante per chi, fino a ieri, aveva costruito la propria identità politica sostenendo l’esatto contrario.
Un po’ come scoprire che il ristorante tanto criticato per anni ha finalmente inserito nel menù il piatto che si ordinava di nascosto.
Giorgia Meloni quella battaglia non l’ha iniziata ieri.
L’ha portata sui tavoli europei, ha insistito sulla necessità di cambiare paradigma e ha sostenuto che la gestione dell’immigrazione non potesse limitarsi all’emergenza degli sbarchi.
Il tema doveva essere affrontato lungo tutta la catena: prevenzione delle partenze, cooperazione con i Paesi d’origine e di transito, controllo delle frontiere, esame delle domande, rimpatri e responsabilità condivise.
Una posizione che per anni è stata liquidata come una forma di chiusura ideologica.
Oggi, invece, viene ripresa da molti governi europei con un linguaggio appena più elegante.
Perché la politica ha spesso questa curiosa caratteristica: quando una proposta viene avanzata dall’avversario, è estremista; quando la stessa proposta diventa inevitabile, viene ribattezzata pragmatica.
L’accordo Italia-Albania si colloca esattamente dentro questo cambio di prospettiva.
Si può discutere dei dettagli, dei costi, dei tempi, dei profili giuridici e dell’efficacia concreta.
Ed è giusto farlo.
Una politica seria non dovrebbe mai confondere un progetto con un risultato già acquisito
