
Il grande problema dell’Italia, prima ancora che economico, è culturale.
E non parlo di cultura nel senso dei musei, dei festival letterari o delle inaugurazioni con buffet a base di prosecco tiepido.
Parlo di una mentalità profondamente radicata: l’idea che senza lo Stato non potremmo vivere.
Siamo stati educati a credere che ogni aspetto della nostra esistenza debba necessariamente passare dalla politica.
Per lavorare, curarci, studiare, risparmiare, investire e persino decidere come utilizzare il frutto del nostro lavoro, sembra indispensabile l’intervento di qualcuno seduto in un ufficio pubblico, possibilmente con una targhetta dorata sulla porta e un curriculum che inizi con “militanza giovanile” e finisca con “consulente”.
La politica ha tutto l’interesse a convincerci di essere degli invalidi economici: incapaci di badare a noi stessi, di scegliere, di organizzarci, di rischiare e persino di comprendere ciò che è meglio per noi.
Abbiamo bisogno di bonus, sussidi, incentivi, detrazioni, contributi, trasferimenti, bandi, voucher e, naturalmente, di una piattaforma digitale per richiederli, accessibile soltanto tra le 2:15 e le 2:17 del mattino con una password dimenticata nel 2018.
Il cittadino, secondo questa visione, non è una persona adulta che lavora, produce e prende decisioni.
È un minorenne permanente.
Un soggetto da accompagnare, indirizzare, proteggere e, soprattutto, tassare.
Prima gli si sottrae una parte consistente del reddito, poi gli si restituisce una frazione sotto forma di “misura di sostegno”, con tanto di comunicato stampa e fotografia del ministro davanti a un roll-up.
Ma proviamo a capovolgere il ragionamento.
Siamo davvero noi ad avere bisogno dei politici oppure sono i politici ad avere bisogno di noi?
Dividiamo idealmente l’Italia in due.
Da una parte mettiamo imprenditori, operai, artigiani, commercianti, professionisti, agricoltori e, più in generale, tutti coloro che lavorano e producono beni e servizi.
Ci sono quelli che aprono un negozio, progettano un macchinario, coltivano un campo, curano un paziente, costruiscono una casa, riparano un’automobile, insegnano, trasportano merci, gestiscono un ristorante o sviluppano un software.
Dall’altra parte mettiamo la politica e quell’apparato clientelare che vive principalmente delle risorse prelevate ai primi.
Non necessariamente ogni persona che lavora nel settore pubblico, sia chiaro. Esistono dipendenti pubblici competenti, professionali e indispensabili.
Il problema non è il singolo lavoratore che svolge bene il proprio compito.
Il problema è il sistema che moltiplica poltrone, enti, uffici, commissioni, consulenze, società partecipate e strutture che sembrano progettate secondo il principio: “Se una funzione può essere svolta da tre persone, affidiamola a undici e istituiamo anche un osservatorio”.
Ora immaginiamo uno scenario fantascientifico, quasi più audace di un film di supereroi: domani scompaiono tutti i politici.
Non gli imprenditori, non gli operai, non gli artigiani, non i medici, non gli agricoltori.
Scompaiono soltanto i politici.
Che cosa accadrebbe?
Per qualche ora ci sarebbe probabilmente confusione.
I telegiornali parlerebbero di “vuoto istituzionale”, gli editorialisti invocherebbero “responsabilità e stabilità”, mentre migliaia di commentatori chiederebbero se il Paese sia ancora “governabile”.
Poi, lentamente, la vita continuerebbe.
Le persone continuerebbero a produrre.
I negozi resterebbero aperti.
I tecnici continuerebbero a progettare.
Gli agricoltori coltiverebbero.
Gli operai lavorerebbero.
Le imprese cercherebbero clienti.
I professionisti offrirebbero servizi.
La società, con tutti i suoi difetti, continuerebbe a organizzarsi.
Non sarebbe un paradiso, naturalmente.
Senza regole, tribunali, amministrazione e servizi essenziali sorgerebbero problemi enormi.
Ma qui non stiamo sostenendo che una società possa vivere senza alcuna istituzione.
Stiamo contestando l’idea secondo cui ogni attività umana dipenda necessariamente dall’apparato politico di turno.
Ora proviamo l’esperimento opposto.
Domani scompaiono tutti coloro che producono.
Niente imprese.
Niente lavoratori.
Niente commercianti.
Niente artigiani.
Niente agricoltori.
Niente professionisti.
Niente persone che generano reddito, beni e servizi.
La politica potrebbe riunirsi in Parlamento, convocare conferenze stampa, approvare mozioni, emanare decreti e promettere nuovi bonus.
Ma con quali risorse?
Potrebbe distribuire comunicati, non ricchezza.
Potrebbe annunciare incentivi, non finanziarli.
Potrebbe istituire un fondo per sostenere il fondo destinato a finanziare il fondo precedente, ma prima o poi qualcuno dovrebbe produrre qualcosa.
Il denaro pubblico non nasce sugli alberi.
Anche se in Italia, a giudicare da certe dichiarazioni, molti sembrano convinti che basti piantare un decreto nella Gazzetta Ufficiale per raccogliere miliardi a primavera.
Lo Stato non crea automaticamente le risorse che distribuisce.
Le preleva, direttamente o indirettamente, dalla società.
Attraverso imposte, contributi, accise, inflazione, indebitamento e regolamentazioni che spesso hanno il curioso effetto di aumentare i costi proprio mentre promettono di ridurli.
È per questo che considero una parte della classe politica parassitaria.
Non perché ogni singolo politico sia necessariamente inutile o disonesto.
Sarebbe una semplificazione sciocca.
Esistono amministratori capaci, persone serie e rappresentanti che svolgono funzioni importanti.
Ma un sistema politico che vive prelevando una quantità sempre maggiore di risorse dalla società produttiva senza creare un valore corrispondente assume inevitabilmente caratteristiche parassitarie.
Il parassita non può vivere senza l’organismo che lo alimenta.
L’organismo, invece, può vivere senza il parassita.
È una constatazione elementare, quasi imbarazzante nella sua semplicità.
Eppure, nel dibattito pubblico, sembra una verità rivoluzionaria.
Ci comportiamo come se fosse lo Stato a produrre la ricchezza e il settore privato a limitarla con la sua fastidiosa abitudine di chiedere fatture, clienti e pagamenti.
Ogni volta che un’impresa chiude, qualcuno propone di “rafforzare il ruolo pubblico”.
Ogni volta che i salari ristagnano, si introduce una nuova commissione.
Ogni volta che la burocrazia soffoca un’attività, si annuncia una riforma della semplificazione, composta da 146 pagine, 23 allegati e una procedura online che richiede la stampa, la firma, la scansione e il caricamento del documento già presentato tre volte.
Eppure continuiamo ad avere povertà, salari stagnanti, imprese in difficoltà e giovani che lasciano il Paese.
La ricetta ufficiale consiste spesso nell’aggiungere altro Stato allo Stato già esistente.
Se il sistema non funziona, si crea un nuovo ufficio per monitorarne il funzionamento.
Se l’ufficio non funziona, si istituisce un tavolo tecnico.
Se il tavolo tecnico non produce risultati, si nomina un commissario.
Se il commissario fallisce, si prepara una relazione per spiegare che il problema era complesso e che occorre una visione di lungo periodo.
Nel frattempo, il cittadino paga.
Ed è qui che entra in scena il grande inganno della cosiddetta giustizia sociale.
Attenzione: il problema non è aiutare chi è in difficoltà.
Una società civile deve proteggere i più deboli, garantire servizi essenziali e impedire che la sfortuna, la malattia o l’impossibilità temporanea di lavorare condannino una persona alla miseria.
Questo non è parassitismo: è solidarietà.
Il problema nasce quando la solidarietà diventa un sistema permanente di dipendenza, quando l’aiuto non serve più a rimettere le persone in condizione di camminare con le proprie gambe, ma diventa lo strumento per mantenerle politicamente legate a chi distribuisce le risorse.
Ci raccontano che sia necessario sottrarre una parte crescente del frutto del lavoro di qualcuno per consegnarla ad altri secondo criteri stabiliti dalla politica.
E chi decide quanto prendere, a chi prenderlo e a chi darlo?
Sempre la politica.
La politica stabilisce le aliquote, i requisiti, le soglie, le eccezioni, le categorie privilegiate e quelle dimenticate…..
