
D’ora in avanti, dunque, la regola è chiara e finalmente messa nero su bianco: qualunque cittadino italiano colpito da un malore grave all’estero dovrà ricevere, senza esitazioni, un volo per il rientro in patria.
Non importa dove si trovi, quale sia la sua posizione politica, quanto abbia criticato i voli di Stato o quante volte abbia denunciato lo spreco di denaro pubblico.
La Repubblica, quando serve, non guarda il curriculum delle opinioni: guarda il passaporto. Ed è una cosa bellissima.
Quasi commovente.
Perché scoprire che lo Stato italiano è pronto a intervenire per riportare a casa un proprio cittadino malato significa ricordarsi che la solidarietà pubblica non dovrebbe essere un premio fedeltà, né una tessera di partito, né un privilegio riservato a chi ha frequentato i salotti giusti. Un malore non chiede il certificato elettorale.
Un infarto non verifica i post pubblicati negli ultimi dieci anni. Una patologia seria, con quella sua proverbiale mancanza di tatto, non si cura di sapere se il paziente abbia votato a destra, a sinistra, al centro o direttamente sulla luna.
E tuttavia, proprio perché la solidarietà è un principio serio, sarebbe interessante applicarlo con una certa coerenza anche quando il beneficiario non coincide con la persona che abbiamo applaudito ieri.
Persino quando si tratta del cittadino Alessandro Di Battista, che ci auguriamo sinceramente possa ristabilirsi completamente. Naturalmente anche grazie alle cure ricevute, ai medici che lo assistono e alle tecnologie disponibili, comprese quelle israeliane, che immaginiamo vengano valutate sulla base della loro efficacia clinica e non in base al passaporto del laboratorio che le ha sviluppate.
La medicina, del resto, è una disciplina stranamente poco ideologica.
Una terapia funziona o non funziona; una tecnologia salva o non salva; un medico è competente oppure no.
Non si mette a chiedere al paziente se abbia espresso solidarietà a questo o a quel governo prima di somministrare il farmaco.
Sarebbe una gran comodità per i talk show, ma un criterio piuttosto scomodo per gli ospedali.
Auguriamo quindi a Di Battista una guarigione piena e rapida. Non c’è ironia che tenga davanti alla malattia, e sarebbe davvero meschino trasformare un problema di salute in una gara a chi ricorda meglio le dichiarazioni altrui.
Però, una volta ristabilito — e soltanto allora, perché la salute viene prima delle polemiche — potremmo forse rivolgergli alcune domande.
Non per cattiveria, ma per amore della coerenza.
Quella creatura mitologica che in politica appare raramente, di solito nei documentari.
La prima domanda riguarda i voli di Stato.
Per anni ci è stato spiegato, con toni severi e indignati, che utilizzare un volo istituzionale equivaleva quasi a mettere le mani direttamente nel portafoglio dei cittadini.
Ogni spostamento diventava un caso morale, ogni aeromobile una prova del privilegio della Casta, ogni rientro un’offesa al contribuente.
Il volo di Stato non era un mezzo di trasporto: era il simbolo assoluto della distanza tra i governanti e il popolo.
Poi, però, la realtà si è permessa di presentare il conto sotto forma di emergenza sanitaria
E la realtà, come noto, ha il pessimo vizio di non rispettare i copioni.
A quel punto il volo di Stato cambia improvvisamente natura.
Non è più un lusso, non è più una manifestazione di arroganza, non è più un favore personale pagato dalla collettività.
Diventa uno strumento utile, forse indispensabile, per riportare in Italia una persona che ne ha bisogno.
E attenzione: è giusto che lo diventi.
È giusto che lo Stato possa intervenire quando una situazione sanitaria lo richiede.
Ma se il principio è valido oggi, dovrebbe esserlo anche ieri.
E soprattutto domani, quando a bordo non ci sarà qualcuno che ci sta simpatico.
Sarebbe allora interessante ascoltare una piccola ammenda.
Non una confessione pubblica in ginocchio davanti al Parlamento, con sottofondo musicale e sottotitoli.
Basterebbero poche parole: “Forse ero stato troppo categorico.
Forse i voli di Stato, in determinate circostanze, possono essere necessari.
Forse non ogni costo sostenuto dallo Stato è automaticamente uno spreco”. Una frase semplice.
Quasi rivoluzionaria. Naturalmente, l’ammenda dovrebbe riguardare anche coloro che in passato sono stati indicati come esempi della degenerazione del privilegio pubblico: gli ex ministri Pinotti, Casellati e Salvini, o chiunque altro sia stato utilizzato come bersaglio nella grande lotteria della indignazione politica.
Perché il punto non è difendere questo o quell’ex ministro.
Il punto è stabilire se un volo istituzionale sia sempre, per definizione, uno scandalo oppure se il giudizio debba dipendere dal contesto.
La seconda domanda riguarda Cuba.
Per anni ci è stato raccontato che la sanità cubana è “tra le migliori al mondo”.
Una formula pronunciata con il tono di chi non esprime un’opinione, ma annuncia una verità rivelata.
Cuba, nel racconto celebrativo, è il luogo in cui la medicina resiste all’embargo, alla povertà, all’isolamento e probabilmente anche alle leggi della fisica.
Un sistema sanitario talmente straordinario da poter essere citato come modello universale, purché nessuno chieda troppi dettagli sui tempi di attesa, sulla disponibilità dei farmaci, sulle strutture, sulle risorse o sulla libertà dei professionisti.
Sia chiaro: il sistema sanitario cubano può avere competenze, eccellenze e medici preparati. Ogni Paese ha esperienze e professionalità da valorizzare.
Ma quando si descrive una sanità come “tra le migliori al mondo”, l’espressione produce inevitabilmente qualche aspettativa.
Se il modello è così eccellente, se il sistema è davvero un esempio planetario, allora perché mai, una volta guarito o quando i medici lo riterranno possibile, Di Battista dovrebbe rientrare in Italia per proseguire le cure?
La domanda non è un’accusa.
È una curiosità pedagogica.
Se l’ospedale italiano è preferibile per ragioni familiari, logistiche, cliniche o affettive, nulla da eccepire.
Anzi, è comprensibilissimo. L’Italia è casa propria, ci sono i familiari, i medici di fiducia, la possibilità di comunicare senza interpreti e una rete di assistenza più facilmente accessibile.
Ma proprio questa spiegazione, tanto ragionevole, renderebbe forse superflua la retorica sulla superiorità assoluta della sanità cubana.
Perché un conto è dire: “Cuba ha alcuni settori di eccellenza e una tradizione medica significativa”.
Un altro è dire: “La sanità cubana è tra le migliori del mondo”, salvo poi considerare l’Italia il luogo più adatto non appena la situazione diventa seria.
Nel primo caso si esprime una valutazione equilibrata.
Nel secondo si produce uno slogan.
E gli slogan, come i voli di Stato, hanno una caratteristica: quando decollano sono molto spettacolari, ma l’atterraggio può essere complicato.
A questo punto, dunque, attendiamo con fiducia anche le dichiarazioni del Movimento 5 Stelle.
Non chiediamo necessariamente un congresso straordinario, né una commissione d’inchiesta sui voli sanitari, né una seduta parlamentare dedicata al tema “Cuba, Israele e le contraddizioni della propaganda”.
Sarebbe sufficiente una posizione chiara.
Il Movimento ritiene che lo Stato debba garantire il rientro dei cittadini gravemente malati all’estero?
Se sì, ottimo.
È una posizione ragionevole e condivisibile.
Ma allora dovrebbe valere per tutti, anche per chi ha criticato le spese pubbliche e poi si trova a beneficiarne.
E dovrebbe essere spiegato che la solidarietà dello Stato non è uno scandalo quando viene esercitata a favore di un avversario, né un diritto naturale quando riguarda un amico.
Il Movimento ritiene invece che i voli di Stato siano sempre uno spreco?
In tal caso, si potrebbe suggerire di applicare il principio con assoluta coerenza.
Niente voli per nessuno, a prescindere dalla gravità della condizione.
Il cittadino italiano potrebbe rientrare con un volo di linea, magari dopo aver verificato la disponibilità di un posto reclinabile, di un accompagnatore sanitario e di un’assicurazione internazionale.
Una soluzione certamente più austera, soprattutto quando il paziente è collegato a un respiratore e il comandante chiede di tenere allacciate le cinture. Oppure il Movimento potrebbe finalmente riconoscere una verità banale: le spese pubbliche non sono tutte uguali.
