C’è un modo semplice per capire quanto siano vicine due culture: ascoltare le storie delle persone che le hanno attraversate. Non servono necessariamente grandi dichiarazioni o parole come “internazionalizzazione” e “diplomazia”. A volte basta la storia di un artista che parte, lavora in un altro Paese, incontra qualcuno, decide di fermarsi e comincia da lì una nuova parte della propria vita. È una delle sensazioni che ha lasciato la presentazione di Voci dal Nilo, il libro di Tommaso Scattolari, Chiara Cavalieri e Giovanni Barretta, pubblicato da 1818Publishing e presentato sabato 29 agosto, alle 18.30, in Piazza Federico Torre, nell’ambito della 47ª edizione di “Benevento Città Spettacolo”. Il tema scelto quest’anno dalla manifestazione era il Mediterraneo. E ascoltando gli interventi della serata si è capito presto che non poteva esserci sfondo più adatto. Perché il libro parla dell’Egitto, ma soprattutto di ciò che accade quando l’Egitto incontra l’Italia. Lo fa attraverso l’opera lirica, attraverso gli artisti e attraverso quelle storie personali che spesso raccontano una cultura molto meglio di una lunga descrizione. L’Egitto che emerge dalle pagine di Voci dal Nilo non è quindi soltanto quello che conosciamo dalle immagini più famose. Non ci sono solo piramidi, templi e faraoni. C’è un Paese contemporaneo, con una vita culturale viva, con artisti che studiano, lavorano, viaggiano e costruiscono la propria carriera anche fuori dai confini nazionali. È un Egitto che, forse proprio attraverso la musica, appare più vicino. L’opera lirica ha infatti una storia importante nel Paese. Una storia che Chiara Cavalieri, presidente dell’Associazione Italo-Egiziana Eridanus, ha raccontato partendo dal rapporto con la tradizione europea. Dal Teatro Khediviale del Cairo alla formazione di una scuola lirica egiziana, l’opera è entrata progressivamente nella cultura del Paese. Ma non è rimasta una presenza importata dall’esterno. È stata assorbita, reinterpretata e fatta propria. È un dettaglio che dice molto sul modo in cui le culture cambiano quando si incontrano. Nessuna rimane esattamente uguale a prima. E forse è proprio questo il bello. La serata ha avuto anche un volto molto concreto, quello di Hassan Awad Eltabie. Diplomato alla High Ballet Institute e già ballerino solista dell’Opera del Cairo, Eltabie ha conosciuto nel suo percorso professionale Odette Marucci, anch’ella ballerina solista. Dopo esperienze internazionali, nel 2024 ha scelto di tornare in Italia e di vivere a Benevento. Insieme a Marucci ha fondato BenArt Residenze Artistiche ETS, con sede presso il Piccolo Teatro Libertà. È una storia che, da sola, rende meno astratto il concetto di scambio culturale. Dietro le parole ci sono persone che si spostano, si incontrano e decidono di costruire qualcosa. E Benevento, in questo caso, non è soltanto il luogo nel quale quella storia viene raccontata. È il luogo nel quale quella storia sta continuando. C’è poi un’altra ragione per cui Benevento sembra avere un rapporto particolare con il tema della serata. La città conserva le tracce di un antico legame con l’Egitto attraverso il culto di Iside. È una presenza che appartiene alla storia più remota del territorio, ma che può essere riletta anche oggi. Non soltanto come curiosità archeologica, bensì come una testimonianza di quanto fossero già intensi, secoli fa, gli scambi lungo il Mediterraneo. Da questo punto di vista, il libro sembra quasi riportare in superficie qualcosa che a Benevento era già presente. La domanda diventa allora cosa fare, oggi, di questa eredità. La risposta non può essere soltanto conservare. Un patrimonio storico vive davvero quando riesce a entrare nel presente. Ed è qui che il discorso fatto durante la serata ha toccato anche un tema molto concreto: quello dell’economia. Giovanni Barretta, economista meridionalista e presidente del Tavolo Tecnico dell’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Aree Fragili e Isole Minori”, ha richiamato le potenzialità del patrimonio egittologico di Benevento. Musei, turismo, ospitalità, artigianato e spettacolo potrebbero dialogare maggiormente, creando un sistema nel quale la cultura non sia soltanto qualcosa da visitare, ma un motivo per fermarsi, conoscere e tornare. In questo ragionamento l’opera può avere un ruolo interessante. Non soltanto perché porta con sé un pubblico internazionale, ma perché può creare occasioni, collaborazioni e nuove produzioni. La cultura, quando viene messa in relazione con il territorio, può diventare anche una forma di sviluppo. Non è automatico, naturalmente. Ma è una possibilità che vale la pena esplorare. Su un piano diverso, ma collegato, si è mosso l’intervento di Tommaso Scattolari, direttore di Opera24.it e presidente della Commissione Opera dell’Intergruppo parlamentare “Sviluppo Sud, Aree Fragili e Isole Minori”. Per Scattolari, l’opera è anche uno strumento di diplomazia culturale. Una definizione importante, ma che durante la serata è sembrata assumere un significato piuttosto concreto. Se si racconta un artista per quello che è, e non soltanto per il suo curriculum, si finisce per raccontare anche il Paese dal quale proviene. Le sue radici, la sua formazione, le difficoltà incontrate, le ragioni che lo hanno portato a scegliere una determinata strada. È un modo diverso di conoscersi. Ed è proprio questa la direzione di Voci dal Nilo. Il progetto editoriale non si limita a raccogliere profili di interpreti. Cerca di andare dietro il palcoscenico, dove ci sono le vite vere degli artisti. La collana sostenuta da 1818Publishing comprende 22 volumi, alcuni già in distribuzione, tra i quali Voci della Steppa, Voci del Vardar e Turandot. L’idea è costruire, attraverso le persone dell’opera, una geografia culturale che attraversi diversi Paesi. Ogni storia aggiunge un tassello. Ogni artista porta con sé un pezzo del proprio mondo. E il lettore, quasi senza accorgersene, finisce per conoscere una cultura attraverso una vicenda personale. È forse questo il modo più naturale per avvicinarsi a un Paese lontano. Non partire dalle definizioni, ma dalle persone. Non chiedersi subito che cosa rappresenti un’intera nazione, ma chi sia l’uomo o la donna che abbiamo davanti. La moderazione dell’incontro è stata affidata alla giornalista de Il Mattino Raffaella Preziosi, che ha accompagnato gli interventi cercando di tenere insieme i diversi piani del discorso. In sala erano presenti, tra gli altri, il Console Onorario della Repubblica del Kirghizistan, avvocato Antonio Castiello, e rappresentanti del mondo culturale e istituzionale. La serata ha visto anche la partecipazione dell’Amministrazione comunale, con il sindaco Clemente Mastella e l’assessora alla Cultura Antonella Tartaglia Polcini, presente all’appuntamento. Ma, al di là dei nomi e dei ruoli, il punto centrale è rimasto il rapporto tra persone e culture. È una questione che spesso viene raccontata in termini molto solenni e che invece può essere molto semplice. Un artista egiziano che trova casa a Benevento è già un piccolo esempio di diplomazia culturale. Un libro che racconta gli interpreti egiziani a un pubblico italiano è un altro. Un festival che mette il Mediterraneo al centro aggiunge un ulteriore tassello. E una città che riscopre il proprio antico rapporto con Iside può provare a trasformare quella memoria in qualcosa di nuovo. Non è necessario forzare il significato di questi elementi. Basta metterli uno accanto all’altro. Il quadro appare da solo. È il quadro di un Mediterraneo che continua a fare quello che ha fatto per secoli: mescolare persone e storie. A volte attraverso i commerci, altre attraverso le migrazioni. A volte attraverso la politica. E, più spesso di quanto immaginiamo, attraverso l’arte. L’opera è particolarmente adatta a questo ruolo perché non appartiene davvero a un solo Paese. Ha viaggiato, è stata tradotta, reinterpretata, adottata e trasformata. L’Egitto ne è un esempio. E Benevento, con la propria storia, può diventare un altro punto di questo percorso. La cosa interessante è che Voci dal Nilo non chiede necessariamente di scegliere tra passato e presente. Li mette insieme. Da una parte c’è Iside, con la sua storia antica. Dall’altra ci sono gli artisti di oggi, con le loro vite e le loro ambizioni. In mezzo c’è una città che può decidere se limitarsi a conservare questa memoria oppure provare a farla dialogare con il mondo contemporaneo. La risposta, naturalmente, non può arrivare da una sola serata e nemmeno da un solo libro. Ma le idee, spesso, cominciano proprio così: mettendo insieme persone che normalmente non si incontrerebbero e lasciando che una conversazione apra una strada. Sabato sera quella strada passava per l’Egitto e arrivava fino a Benevento. Passava per il Cairo, per i teatri, per le scuole di danza e per le storie degli artisti. Ma passava anche per il Sannio, per il suo patrimonio archeologico e per una città che conserva una traccia sorprendente di un mondo apparentemente lontano. Forse il significato più interessante della serata sta proprio qui. Non nel tentativo di dimostrare che Italia ed Egitto siano uguali. Non lo sono. E non devono esserlo. Il valore sta nel poter essere diversi e, nello stesso tempo, trovare qualcosa da condividere. Una musica. Una storia. Un teatro. Un libro. Una città. Alla fine, il Mediterraneo torna a essere quello che è sempre stato: non una frontiera, ma un luogo nel quale le persone si incontrano. E se il Nilo ha continuato per millenni a raccontare la storia dell’Egitto, quella sera una piccola parte di quella storia è arrivata fino a Benevento. Non come qualcosa di lontano da osservare, ma come una voce da ascoltare.
